Intervista a Victor Gischler

Intervista a Victor Gischler

È tornato in libreria in questi giorni con il romanzo “Anche i poeti uccidono”, il quarantunenne americano Victor Gischler, da molti già considerato il re della new wave del pulp americano, e noi di Sugarpulp, sempre in cerca di scritture pirotecniche come la sua, non potevamo certo farcelo sfuggire, così abbiamo deciso di intervistarlo per voi. Ecco il risultato.

Signor Gischler, come ha iniziato a scrivere letteratura pulp? È stato per scelta o per caso?

Il pulp è ciò che amo, così, ovviamente, i miei sforzi letterari sono andati in quella direzione. Penso che il vero motivo sia che sono un po’ deviato…

Pensa che il pulp e il poliziesco debbano restare semplice intrattenimento, oppure la letteratura di genere è in grado di dire di più?

Penso che qualunque cosa, se ben fatto, possa avere qualcosa da dire. Penso che quasi tutti i miei lavori siano ricchi di temi anche profondi, ma cerco di evitare le deviazioni fatte apposta per attirare l’attenzione su di essi. Sta al lettore decidere cosa pensare riguardo a una storia o a un personaggio.

Anche i poeti uccidono, in uscita in questi giorni per Meridiano Zero, comincia come un racconto poliziesco dalle spiccate tinte umoristiche, poi si tramuta in un qualcosa che somiglia di più al genere action-comedy, e ciononostante, si lancia in serie riflessioni sullo scrivere, la scrittura, il blocco dello scrittore (personalmente, ho trovato in alcuni brani relativi agli sforzi del professor Morgan, delle assonanze con Il dono di Nabokov), l’influenza dell’ambiente sullo sviluppo delle persone ecc. È un qualcosa che pianifica? Voglio dire, come funziona, si siede a d un tavolo e pensa “ora scrivo una commedia d’azione poliziesca con risvolti da romanzo di formazione e come protagonisti ci metto un professore sfigato, un vecchio gangster che scrive discrete poesie e un giovane fuggiasco nero semi-analfabeta che tenta di spacciarsi per un laureato”, oppure scrive una trama “di massima”, un canovaccio, e lascia che i personaggi agiscano a modo loro?

In genere ho un’idea di cosa i personaggi possano volere, e di come possano agire nel corso di un romanzo, ma non mi capita quasi mai di pensare in anticipo a quale possa essere il genere di un libro, o di come possa essere commercializzato. Voglio solo che le storie si sviluppino in maniera organica. Credo di aver avuto la vaga idea di volere che il romanzo fosse un incrocio tra Elmore Leonard e David Lodge, o qualcosa del genere, ma il più delle volte improvviso.

Come crea i suoi personaggi?

Non ne ho idea. E non funziona mai due volte nello stesso modo. Al momento, sto lottando proprio con questo. Ho tutti i presupposti per un buon romanzo, ma non ho idea di chi possano essere i personaggi, o di chi debba fare da protagonista.

So che lei ha insegnato scrittura creativa per un po’: può darci tre consigli per gli aspiranti scrittori pulp?

Al momento, faccio lo scrittore a tempo pieno, ma riprenderei l’insegnamento, se le condizioni fossero abbastanza interessanti.
Ecco i tre consigli:

  1. Leggete, leggete, leggete. Scoprite un autore che vi piace, e buttatevi sul suo lavoro. Metteteci attenzione, e cercate di capire come fa a fare quello che fa.
  2. Sedetevi e scrivete. Non mettetevi a fumare sigari e bere vino PARLANDO dello scrivere.
  3. FATELO. Quando avrete concluso qualcosa, allora sì, che potrete dedicarvi al vino e ai sigari.Tenete gli occhi aperti: attenzione alle opportunità inattese. Non tutto accade secondo un ordine prestabilito.

Mi pare che uno degli aspetti più interessanti della “nuova” letteratura di genere americana (anche se questa attenzione è nata un bel tempo fa… diciamo con Hemigway?) sia nel realismo dei dialoghi. Qual è la sua ricetta per scrivere buoni dialoghi?

Il dialogo deve ritagliarsi un suo spazio. Deve raccontarci qualcosa riguardo al personaggio che parla, e spingere in avanti la storia. Preferisco che siano i personaggi a raccontare la loro storia, piuttosto che un autore eccessivamente prolisso. Ah, e ho imparato molto riguardo alla scrittura dei dialoghi leggendo “I tre moschettieri”, di Alexandre Dumas. Era americano? No, eh…

I suoi lavori sono caratterizzati da una grande qualità visiva e tecnica cinematografica: lei è un appassionato cinefilo, o magari un divoratore di fiction televisive? Quanto è importante il cinema d’intrattenimento per un autore contemporaneo che si avvicini alla letteratura pulp?

I film? Li amo. Ho incontrato Chandler e Hammett nei film molto prima di leggere i loro romanzi. E credo di non essere il solo… anzi, questa domanda potrebbe chiarire anche il significato della precedente, quella sul dialogo. Mi pare che una grande influenza cinematografica possa portare all’uso massiccio dei dialoghi, no?

Allora, per chiudere la “sezione tecnica”: quali sono gli autori più influenti nella sua formazione di scrittore? C’è qualcuno dal quale le pare di aver veramente imparato i trucchi del mestiere?

Dai romanzi di fantascienza di Mike Resnick ho imparato a tenere le cose in movimento. Sulla scia di John D. MacDonald ho mosso i primi passi nell’ambito del poliziesco, mentre da autori come Lansdale e Crumley ho capito le vere potenzialità del genere. Da Carl Hiassen, poi, ho imparato che alle volte si può anche perdere il controllo.

Ho appena avuto notizia che a maggio farà un paio di apparizioni in Italia con il mitico Joe R. Lansdale, un autore che mi pare l’abbia influenzata ancor di più di quanto non si possa intuire a una lettura superficiale. Che ne pensa?

È grandioso. Mi pare che il fatto che un autore della statura di Lansdale abbia accettato di fare con me queste apparizioni, la dica lunga sulla sua grandezza.

Secondo lei, quali autori classici meritano più attenzione di quanta non glie ne sia data ora, e chi, invece, è sopravvalutato?

Vediamo… beh, a mio modesto parere, Rick Demaranis meriterebbe molta più attenzione.

Vuole dirci, invece, il nome di qualche giovane autore americano, o di qualche romanzo al quale varrebbe la pena di dare un’occhiata (magari anche in vista di una pubblicazione in Italia)?

Direi Anthony Neil Smith. I suoi Yellow Medicine e Higdoggin’ hanno veramente una marcia in più. Non credo che sia mai stato tradotto in italiano, ma è un romanziere di grande talento. Anche Sean Doolittle. È un buon amico e un grande scrittore. Per finire, Money Shot, di Christa Fauste: è un noir semplicemente fantastico.

Ultima domanda, per chiudere con una nota amara: in Italia registriamo una certa crisi delle istituzioni culturali, ma, stando al suo romanzo (non solo umoristico, ma anche ironico, e dunque, in qualche modo legato alla situazione reale), pare che la situazione americana non sia molto migliore. Le cose, vanno davvero così male?

Le università americane sono luoghi fantastici per farsi un’istruzione: garantiscono spazi d’esercizio per la creatività e per il libero pensiero. Purtroppo, spesso offrono anche terreno fertile all’ambizione e alla presunzione… penso che alla fine si debba imparare a prendere le cose così come sono, nel bene e nel male.

Intervista a Victor Gischler del 19/12/2008

Intervista a Victor Gischler del 21/04/2011

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