Intervista a Victor Gischler

Intervista a Victor Gischler a cura di Matteo Strukul

Intervista a Victor Gischler

Victor Gischler è, senza ombra di dubbio, il maestro della new wave del noir americano. Oggi ha quarant’anni. Si è guadagnato un PhD in letteratura inglese alla Southern Mississippi University per poi diventare docente di scrittura creativa alla Rogers State University di Claremore, Oklahoma. Stabilitosi successivamente a Baton Rouge, (Louisiana) ha coltivato parallelamente alla carriera accademica il dono della scrittura. Il suo primo romanzo, Gun Monkeys, (tradotto in Italia da Meridiano Zero con il titolo La gabbia della scimme) lo ha portato direttamente alla finale del prestigioso Edgar Award per la miglior opera prima. Il successo di critica per Victor Gischler è via via divenuto di pubblico con i romanzi Pistol Poets, Suicide Squeeze, Shotgun Opera (finalista all’Anthony Award) e il recentissimo Go Go Girls of the Apocalypse per la Touchstone, divisione di Simon & Schuster, che ha già collezionato entusiastiche recensioni di Publishers Weekly, Library Journal, Kirkus Reviews.

Il suo stile mescola il noir con il pulp ed è assolutamente cinematografico, le sequenze narrative sono montate come brandelli sanguinanti strappati da un film di Rodriguez o Tarantino e La gabbia delle scimmie incrocia humour nero e azione da sparatutto, con un plot a orologeria che non mancherà di inchiodarvi alle pagine. Insomma, noi di Sugarpulp, un autore così non potevamo certo lasciarcelo scappare.
Quindi un po’ di botta e risposta con Victor Gischler ci casca assolutamente a fagiolo.

L’INTERVISTA

Per cominciare: quando hai cominciato a scrivere racconti e romanzi?

In prima elementare scrissi un racconto che aveva per protagonista un detective che trascinava una gang di nani in una foresta per rubare delle ciambelle. Finiva tutto in un bagno di sangue. Se un alunno di prima elementare scrivesse oggi una cosa del genere credo che i suoi maestri lo manderebbero dritto all’ospedale psichiatrico. Comunque, durante gli anni delle elementari, scrivevo storie per far divertire i miei amici. Ho sempre saputo dentro di me che avrei scritto storie.

Quali sono gli auori che ti hanno maggiormente influenzato?

Jim Thompson, Mike Resnick, Kurt Vonnegut, John D. MacDonald, Carl Hiaasen, Elmore Leonard e Raymond Chandler.

Parallelamente alla scrittura coltivi anche una carriera accademica che fra l’altro ti offre “materiale infiammabile” per le tue storie – penso al tuo secondo libro Pistol Poets – me ne parli un po’?

Ho un rapporto di odio-amore con l’università ed è proprio questo che porta, credo, ai passaggi più divertenti del mio secondo libro che è appunto Pistol Poets. Amo la libertà che può dare l’università ma quell’atmosfera autoreferenziale che spesso la caratterizza mi riesce piuttosto indigesta. Però amo insegnare ai ragazzi.

A mio parere come per Joe Lansdale o Elmore Leonard anche per te è fondamentale mescolare gli elementi del noir e dell’hard boiled con lo humour da commedia nera e le atmosfere pulp. La gabbia delle scimmie mi sembra un caso emblematico in questo senso…

Esatto. I personaggi non si rendono conto che quello che gli accade è divertente, anzi per loro è semplicemente terrificante. Resta il fatto che per il lettore entrare nel loro mondo è, spero, divertente in un modo che potrei definire non privo di una sua irriverenza.

L’attacco de La gabbia delle scimmie: “Imboccai la Florida Turnpike con il cadavere decapitato di Rollo Kramer nel bagagliaio della Chrysler, continuando a ripetermi mentalmente che avrei dovuto stenderci sotto un telo di plastica. D’accordo la carretta era a nolo, ma non mi andava di lasciare in giro trofei per l’inevitabile safari della scientifica. Ora mi sarebbe toccato staccare il tappetino del bagagliaio, innaffiare il sangue di candeggina e sperare che l’Avis impiegasse un sacco di tempo ad accorgersene. Molto meglio se avessi perso un minuto a stenderci sotto un telo di plastica. Merda”. È davvero una bomba. Quanto conta per un romanziere un attacco forte?

L’apertura serve a registrare i toni. I lettori tendono a dare una scorsa alle prime due pagine di un libro prima dell’acquisto, quindi l’attacco è fondamentale e poi, come si dice… se non riesci a scriverlo bene cerca almeno di scriverlo forte.

Nel 2002 Gun Monkeys, (tradotto in Italia da Meridiano zero con il titolo La gabbia della scimmie, nda) ti ha portato direttamente alla finale del prestigioso Edgar Award (gli Oscar del noir, nda) per la miglior opera prima. Raccontami per favore di quell’esperienza.

Quello fu un momento formidabile. Ricordo che Tom Fassbender della UglyTown Press – la mia casa editrice di allora – mi chiamò per dirmi che avevo ricevuto la nomination e gli chiesi se fosse completamente ubriaco. Il premio per la mia categoria, quello per la miglior opera prima, veniva consegnato nella fase finale della cerimonia e questo mi mandava letteralmente fuori di testa. Quando diedero l’annuncio ero nervosissimo. Vinse qualcun altro. Pazienza, pensai. Avrei avuto più fortuna la volta successiva. Fu comunque una bella serata trascorsa a bere parecchi drink con gli altri scrittori.

Recentemente hai scritto una storia per il fumetto Punisher MAX (Il Punitore della Marvel Comics nda) dal titolo Little Black Book. Quanto sono importanti i fumetti per la tua scrittura?

Mi ricordo che quando avevo dieci anni io e mio fratello spedivamo pacchi di storie e idee per nuovi personaggi alla Marvel. È incredibile pensare che oggi quel sogno d’infanzia sia divenuto realtà. Ho altri albi di Punisher – MAX in preparazione e finché la Marvel sarà soddisfatta del mio lavoro puoi star certo che continuerò a darci dentro.

Come descriveresti il tuo stile e il tuo processo creativo?

Mi piace mescolare nei miei romanzi l’energia del rock’n’roll con il dinamismo parossistico dei fumetti e l’approccio cinematografico. Il mio processo creativo somiglia molto da vicino ad una valanga. Le idee cominciano a rotolare, ruzzolare, prendere velocità e a quel punto è troppo tardi per poter pensare di fermarle.

Quale musica preferisci ascoltare?

Warren Zevon, Abba, Neil Diamond, Johnny Cash, Frank Sinatra, Freakwater, The Rolling Stones, The Clash, una marea di cose diverse insomma.

È possibile che qualcuno dei tuoi libri divenga in un prossimo futuro un film?

Direi che è altamente probabile. Di due dei miei romanzi ho già venduto i diritti cinematografici ma adesso come adesso non posso davvero dire di più o qualcuno verrà a spezzarmi le gambe… teniamo le dita incrociate.

>> Intervista a Victor Gischler del 12/04/2010

>> Intervista a Victor Gischler del 21/04/2011

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