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Intervista ad Alessandro Fogo

“OBLIATI LAMENTI DISPERSI NEL VENTO” (1)

Ho visto i lavori di Alessandro Fogo per la prima volta l’estate scorsa, presso una mostra collettiva tenutasi a Schio (VI). Allora, mi ritrovai piacevolmente colpita da quanto la creatività di questo ragazzo si dimostrasse comunicativa: le tele erano intrise di una serie di sentimenti che andavano dall’angoscia alla passione, dallo sconvolgimento temporaneo all’inquietudine. Era davvero da molto tempo che non trovavo qualcosa, nel mondo del contemporaneo, dall’impatto visivo così eminente.

In questo articolo, mi propongo per prima cosa di non nominare mai la parola “opera”, per indicare i lavori di Alessandro, come da sua specifica richiesta: egli, infatti, sostiene che la parola “opera” sia troppo tracotante, ora come ora, per definire un suo processo lavorativo ancora agli inizi. “Opera” è un termine che dovrebbe essere assegnato a posteriori, dopo una serie di lavori e di esperienze. Concordando il suo punto di vista, utilizzerò altri termini per parlarvi del suo modo di concepire la creatività.

Vorrei aggiungere che conoscere Alessandro è stato un vero piacere, perché mi sono trovata di fronte una persona incredibilmente matura per la sua età (ha solo 21 anni, n.d.r.), al di là di ogni possibile cliché attribuibile alla figura dell’artista, una persona semplice e genuina senza troppe finzioni o forzature. L’ispirazione all’estetica di Francis Bacon, che si può cogliere già da una prima semplice analisi stilistica, deriva da una serie di lavori che Alessandro ha svolto durante il suo ultimo anno presso il liceo Artistico: una sorta di ragionato percorso verso un’estetica particolare, alla ricerca di un’espressività perentoria e trasfigurante, che tirasse fuori l’inconscio del dipinto, prima ancora che il soggetto vero e proprio venisse alla luce. Freudiane ispirazioni, dove l’inconscio fa ancora il suo buon clamore, nonostante sia passato ormai un secolo dalla sua teorizzazione.

Il pensiero base dei lavori di Alessandro non è lontano da quello surrealista, anche se la forma rimane Baconiana e quindi definibile come fuori dalle categoriche catalogazioni, in quanto Francis Bacon fu sempre un outsider (per espressioni artistiche o condizioni di esistenza). Mentre discuto con Alessandro del suo modo di concepire la creatività, sottolinea precisare da subito che essa non nasce da studi sulla mente umana, sulle psicologie avverse o sui deliri mentali.

Il suo è un tipo di lavoro che si concentra fondamentalmente su una condizione esistenziale in quanto tale, sulla produzione di icone che impaurino ma che testimonino anche la società moderna, senza filtri di abbellimento, come nelle serie di collage nel quale Alessandro gioca con pezzi strappati da ritratti fotografici, smontando e rimontando i volti, fino a formare novelli Frankenstein, e che sembrano poter benissimo essere una riflessione sulle pratiche di chirurgia estetica e plastica tanto di moda oggi.

Nominare il mostro creato dalla fantasia di Mary Shelley, nel ormai lontano 1818, ci porta a ricordare che quel “moderno Prometeo” della letteratura inglese non era altro che la materializzazione delle più torbide paure inconsce: la ricerca smodata di una fuga dalla morte, dalla malattia, dalla sofferenza, dalla solitudine. Ci ricollega, perciò, al mio riferimento al surrealismo, cercando di spiegarvi meglio la sottile differenza fra “lo studio della mente” e il semplice “rappresentare l’esistenza”.

André Breton definì, da sempre e per sempre, il surrealismo come un «automatismo psichico puro col quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente, sia per iscritto, sia in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero. Dettato dal pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale».

Quindi, una pura e semplice rappresentazione di ciò che accade nella nostra testa, in quell’esatto momento in cui decidiamo di immortalare il nostro pensiero, senza doverci costruire intorno troppe sovrastrutture. Nessun problema, nessuna malattia, nessuna spiegazione razionale: l’immagine è quella perché così è nata, la condizione è quella perché così è nel contemporaneo realismo. Così, anche il lavoro di Alessandro si sviluppa più su una linea di ispirazioni filosofico – estetiche, piuttosto che da sofferenze dell’anima.

Il senso di angoscia, paura o tormento, nascono più da una non condivisione dei canoni di giudizio del nostro quotidiano (un dissenso che mi trova pienamente d’accordo), piuttosto che da una personalità tormentata e forzatamente inadeguata (di artisti che fingono di essere speciali, per svariate ragioni, ve ne sono fin troppi. Apprezzo Alessandro anche per questa sua manifesta serenità).

Sorprendenti sono anche gli interessi filosofici di questo ragazzo, che vanno da Nietzsche a Feuerbach, passando per il già citato Freud. Proprio un trattato di Feuerbach, ovvero “Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia”, ha ispirato un’intera installazione di Alessandro, una composizione di tele dai tratti sanguinolenti, immagini che sembrano essere uscite dall’abisso dei racconti di Lovecraft, dove – come nel pensiero di Feuerbach – si vede l’inscindibile unità fra psiche e corpo, si ode il grido di dolore della miseria di un corpo malnutrito, si sente la paura e l’angoscia che escono da una mente bistrattata.

Tutto questo in quattro tele poste una di fronte all’altra, in un quadrato senza via di uscita, dove gli elementi che ti saltano alla vista ricordano la carne umana (in omaggio ad una parte dell’opera di Marina Abramovich), e poi sangue, sangue macilento, il vento purulento dopo un’eruzione, e l’inquietante solitudine di un nervo sfuggito alla ragione, eppure vicino alla salvezza.

Per Feurbach, l’anello di congiunzione fra angoscia e salvezza era Dio, quindi la religione. Strana coincidenza, anche i futuri lavori di Alessandro si stanno concentrando soprattutto sulla religione e su quanto questo elemento possa essere decisivo e costitutivo dell’essere umano, ispirandosi anche ad alcune esperienze di Anselm Kiefer, soprattutto per quanto riguarda lo studio della storia scomoda, del passato che grida, dei ricordi insabbiati dalla paure. Un artista scenografico, urlante, contestabile e quindi inconsciamente apprezzato.

Alessandro vuole lavorare su l’elemento religioso in un’ottica particolare, studiando tutto ciò che può essere considerato tale, e non solo elementi apertamente dichiarati come dottrine teologiche. La chirurgia estetica, il look quotidiano o gli studi che scegliamo per il nostro futuro: tutto può essere una potenziale religione, un credo esistenziale. Una riflessione su ciò che siamo e su ciò che non siamo, ma anche su ciò che vogliamo e ciò che non vogliamo, sui rifiuti e sui desideri, che spero portino Alessandro ad un lavoro sempre più personale ed espressivo, perché vedo davvero in lui una persona talentuosa.

È bello sapere che, in un’epoca in cui i valori sembrano essere stati denaturalizzati dalla loro ragion d’essere, c’è ancora qualcuno che riesce a trasmettere sensazioni vive semplicemente attraverso il suo modo di vedere la realtà, usando come strumenti atavici ma pur sempre attuali. Oggi come oggi, io credo fermamente, l’arte potrebbe essere un’ottima via d’uscita da una noia esistenziale imposta da una quotidianità a volte vacua e tediosa. Ecco, questa potrebbe essere la mia religione: usare i nostri talenti nel modo più positivo e costruttivo possibile, in un’utopistica esistenza ideale, dove ognuno di noi possa essere più semplice, spontaneo e colto. “Non uccidiamo ciò che di prezioso ancora culliamo fra le mani”, come direbbero i LaQuiete, nel sogno di riuscire un giorno a fare in modo che la gente si nutra davvero di cultura, per vivere.

(1) Dalla canzone: “Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, contenuta nell’omonimo album dei LaQuiete.

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