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Intervista ad Allan Guthrie

Intervista ad Allan Guthrie

Dopo due autori americani importanti e di successo come Victor Gischler e Patrick Quinlan ci è sembrato giusto rivolgere lo sguardo ad un’altra realtà letteraria assolutamente affascinante: quella scozzese. Perciò la scelta di intervistare Allan Guthrie, di cui abbiamo recensito pochi giorni fa l’ottimo esordio nel mercato italiano – “La spaccatura” edito da Einaudi Stile Libero – è parsa quasi obbligata. Tanto più perché Guthrie è, assieme ad alcuni altri nuovi talenti, una delle punte di diamante del pulp noir scozzese, meglio ancora, del tartan noir. Quindi, come amiamo fare qui a Sugarpulp, un approfondimento attraverso una ricca intervista ci sembrava il modo migliore per spendere qualche riga in più su un autore da tenere assolutamente d’occhio, uno di quelli che ha conquistato un grande successo in patria e che, a giudicare da chi ha deciso di tradurlo, si appresta a furoreggiare anche da noi. Buona lettura, guys.

L’INTERVISTA

Caro Allan cominciamo dall’inizio. Mi piacerebbe sapere nei confronti di quali scrittori ti senti in qualche modo debitore e poi due righe su quelle che sono le tue origini…

Invertirò l’ordine delle risposte alle tue due domande. Sono nato nella tranquilla isola di Orkney sulla costa nord della Scozia. Ho vissuto lì fino all’età di quattordici anni quando sono partito per frequentare il conservatorio a Manchester in Inghilterra. Un vero e proprio shock per un ragazzino. Credo sia abbastanza difficile riassumere in poche parole i nomi di tutti gli autori che hanno in qualche modo influenzato la mia scrittura e di cui sono un autentico fan però almeno per “La spaccatura” un nome posso farlo ed è quello di uno straordinario scrittore di noir degli anni ’50, originario di Philadelphia. Parlo di David Goodis, purtroppo oggi un po’ dimenticato. “La spaccatura” è stato scritto pensando proprio ai suoi romanzi.

Quando hai cominciato a scrivere e a pubblicare?

Ho pubblicato il mio primo racconto a cinque anni e il mio primo libro a nove, insomma ormai è un po’ che mi dedico a questo mestiere.

Due parole introduttive su “La spaccatura”…

“La spaccatura” è la storia di un ex pianista professionista psicopatico che si è riciclato in un rapinatore a mano armata, il quale scopre, dopo un colpo sanguinoso ad un ufficio postale, che il suo migliore amico se la fa con sua moglie. Il fatto poi che, in precedenza, sia stato fuori di testa per alcuni mesi al punto da dover frequentare uno strizzacervelli non lo aiuta ad affrontare la cosa in modo razionale. Il che determina una serie di casini per il suo amico e la moglie ma è piuttosto divertente e utile per la storia.

Uno dei due protagonisti de “La spaccatura” è certamente Robin Greaves. Da dove hai tratto ispirazione per una figura così particolare?

Confesso che “La spaccatura” è forse il romanzo con il maggior numero di spunti autobiografici che abbia mai scritto. Credo anche perché è il primo dei miei libri. In effetti per Robin – il pianista fuso di testa di cui ho appena parlato – ho effettivamente attinto alla mia esperienza personale. Come Robin anch’io ho studiato pianoforte ma a differenza sua non ho mai perseguito la carriera di professionista. Comunque, ci sono anche un bel numero di particolari inventati. Ad esempio, il padre di Robin è un alcolizzato mentre il mio non ha mai toccato nemmeno una goccia d’alcool. E poi, ancora, il rapporto fra Robin e un altro personaggio, Don, è in qualche modo frutto della tradizione letteraria scozzese, qualcosa che dovrebbe suonare piuttosto chiaro a chi ha letto certe cose di Robert Louis Stevenson e James Hogg – entrambi hanno scritto capolavori della letteratura mondiale su un certo tipo di relazioni – quindi, essendo io scozzese, ho voluto provare a cimentarmi in un tema che ritengo a dir poco affascinante. Mi rendo conto di suonare un po’ sibillino ma non aggiungo altro perché non vorrei rivelare troppo del romanzo a chi deve ancora leggerlo.

Nel tuo romanzo l’altro protagonista è un eroe piuttosto sui generis: Pearce. …Che mi dici di lui?

Non mi piacciono molto gli eroi tradizionali. Li trovo tremendamente stupidi nelle storie e a dir poco insopportabili nella realtà. Pearce ha comunque un lato buono. Credo che ami pensare a se stesso come a uno che uccide solo quelli che se lo meritano.

In tempi abbastanza recenti un pugno di autori – come te, Christopher Brookmyre, Stuart MacBride, William McIlvanney, Ian Rankin – hanno portato alla luce un nuovo modello di letteratura noir: il tartan noir. Potremmo dire che in Scozia una nuova scuola di scrittori di pulp noir ha “messo i denti”?

McIlvanney ha scritto “Laidlaw” negli anni ‘70, e credo che così facendo abbia aperto la porta ad una serie di altri autori che certamente hanno dato nuova linfa alla letteratura scozzese di genere. Lui ha mostrato a tutti che il noir e il pulp potevano e dovevano essere presi sul serio. Ian Rankin e Val McDermid hanno consolidato il noir scozzese, poi anche Brookmyre li ha seguiti su quella strada ed è davvero diventato un nome di riferimento adesso, e poi ci sono Denise Mina e molti altri come Alex Gray, Lin Anderson e Paul Johnston. Ma io credo che per nuova generazione si debbano allora propriamente intendere quelli di noi che sono stati pubblicati negli ultimi anni: Stuart MacBride, Ray Banks, Tony Black, Russel McLean e, be’, anch’io.

La letteratura scozzese ha una grandissima tradizione di scrittori. Robert Louis Stevenson è probabilmente il mio autore preferito in assoluto. Credo che in alcuni suoi lavori egli esprima un sapore noir ante litteram: “Lo strano caso del Dr. Jeckyll e Mr. Hyde”, “Janet la storta”, “Il ladro di cadaveri”. Perchè secondo te la letteratura scozzese ha questo lato profondamente dark, qust’aroma così gotico e nero?

Credo che la risposta abbia qualcosa a che fare con la religione, il tempo e il clima e quel pervasivo senso di fragilità nell’identità del nostro popolo. Ma per una risposta esatta ad una domanda come questa temo di non essere abbastanza intelligente.

Quanto cinema c’è nella tua scrittura?

Credo che, semplicemente, nei miei libri ci sia molto più cinema che letteratura. Mi diverto un sacco a leggere sceneggiature. Potrebbe sembrare una cazzata ma invece è un esercizio che consiglio a tutti coloro che vogliono scrivere un certo tipo di storie. In questo senso penso che gli aspetti cinematografici si manifestino in modi diversi nella mia scrittura. In “Hard Man”, ad esempio, ciascuna parte del romanzo porta il titolo di un film. Nella prima stesura, penso alla storia come ad una sequenza di scene. Conseguentemente applico una marea di principi e regole tipiche della sceneggiatura – stabilire degli scopi dal punto di vista dei personaggi e frapporre una serie di ostacoli per raggiungerli; utilizzare dialoghi che imprimano un ritmo serratissimo al plot; intrecciare le scene. In uno dei miei romanzi “Kiss Her Goodbye” ho applicato il framework tipico della sceneggiatura alla struttura dell’intero romanzo, in un altro, ”Savage Night”, ho utilizzato una narrazione piena di salti temporali con flashback continui, tipici dei film e non certo della letteratura.

Quindi, alla luce di questo, se dovessi chiederti come costruisci un romanzo cosa mi risponderesti?

Vario continuamente. Penso di aver provato qualsiasi tecnica conosciuta all’uomo. E ne ho pure inventata qualcuna. Il libro che sto scrivendo adesso è stato pensato e preparato fin nel dettaglio prima che ne venisse scritta anche una sola riga. Ma, nel caso dei due precedenti, non avevo la più pallida idea di quale sarebbe stata la frase successiva fino a quando non arrivavo a scriverla. Mi piace approcciare ogni nuovo romanzo in un modo completamente diverso nella speranza di trovare un giorno il modo perfetto. Ma lo sto ancora cercando…

Quali sono i modi che conosci per tentare di catturare l’attenzione del lettore?

Di solito noto che come lettore sono molto più coinvolto se l’autore mi permette di tirare le mie conclusioni. Quindi quello che tento di offrire con la mia scrittura è lasciare a chi legge la possibilità di interpretare. Naturalmente cerco di mostrargli più dettagli possibili che lo conducano alla stessa conclusione a cui arrivo io senza esattamente scoprire troppo le carte. So che questo modo di scrivere cattura perfettamente la mia attenzione di lettore e quindi, quando scrivo, cerco di fare la stessa cosa. A questo aggiungi che infilo personaggi dark e completamente fuori di testa con situazioni caratteriali piuttosto complesse, un plot al cardiopalma, humour nero e una moralità generale che conosce solo sfumature di grigio.

Sarà possibile leggere in futuro anche in Italia i tuoi prossimi romanzi “Kiss her Goodbye” e “Hard Man”?

Credo proprio di sì visto che Einaudi ha comprato i diritti di quelli e anche di “Savage Night”.

Su cosa stai lavorando in questi giorni?

Il mio nuovo romanzo esce il 19 di marzo. Si tratta di una storia carceraria. Un giovane secondino, Nick Glass, è fin troppo mal “equipaggiato” a livello psicologico per quel lavoro. Viene sfottuto dai suoi colleghi, sfruttato perfino da alcuni detenuti, e la sua vita di ogni giorno non è certo un granché. Minacciato, accetta di fare un piccolo favore a un gruppo di stronzi, e quel favore porta a dover farne un altro, e in breve tempo si ritrova talmente affogato nella merda che diventa troppo tardi per tornare indietro. Ma Nick ha un piano. Letale.

Allan, grazie per le risposte e speriamo di leggere presto i tuoi prossimi libri.

Grazie mille per l’intervista. Sono felice che ti sia piaciuto il mio romanzo e non vedo l’ora di sapere che cosa tu e tutti i lettori di Sugarpulp penserete dei prossimi.

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