Intervista a Glyn Dillon

Intervista a Glyn Dillon a cura di Giovanni Fioretti per Sugarpulp

Giovanni Fioretti intervista Glyn Dillon, l’autore di Il Nao di Brown, l’attesissima graphic novel che sarà pubblicata il 7 Novembre da Bao Publishing (ma che troverete già a Lucca Comics & Games 2013!)

Glyn Dillon nasce nel 1971. E’ il più piccolo di una famiglia in cui anche il padre e il fratello maggiore sono disegnatori. Glyn comincia la sua eterogenea carriera nel fumetto, ma prosegue principalmente come storyboarder e concept designer per cinema e televisione. Vive a North West London con la moglie e due figli.

Ciao Glyn, grazie molte per l’attenzione e complimenti! Il Nao di Brown (che sarà pubblicato il 7 Novembre da Bao Publishing) è una bellissima graphic novel avente per protagonista una ragazza affetta da disturbo ossessivo-compulsivo. Durante la storia non nomini mai questo disturbo, al contrario, mostri una giovane donna che cerca di controllare i suoi pensieri violenti. Come mai hai optato per questa scelta?

Non volevo che il libro fosse una sorta di lezione sul disturbo ossessivo-compulsivo per coloro che non lo conoscono. Volevo scrivere un libro per qualcuno che ne fosse affetto, e non avesse quindi bisogno di spiegazioni, inoltre desideravo che il libro riguardasse anche altro al di fuori della malattia, che rappresenta soltanto una parte della vita di Nao, con la quale deve fare i conti. Nonostante sia una questione seria e certe volte divorante, rappresenta solo un aspetto dell’intera storia. Inoltre, per i lettori che non sanno nulla dei pensieri intrusivi correlati al disturbo ossessivo compulsivo a prima vista questo potrebbe a prima vista confondere, è un aspetto un po’ misterioso che non guasta.

Da dove ha avuto origine l’idea per Il Nao di Brown?

Le idee hanno avuto origini diverse ma i temi principali sono nati dal fatto che imparai la meditazione e, nello stesso tempo, appresi bruscamente che mia moglie aveva sofferto di disturbo ossessivo-compulsivo da quando era una bambina fino alla tarda adolescenza.

Questo libro presenta illustrazioni meravigliose e io mi sono soffermato per diversi minuti su ogni singola pagina per ammirare la tua tecnica sbalorditiva. Puoi parlarci del processo creativo de Il Nao di Brown?

Dopo aver terminato la sceneggiatura ho impiegato diverse settimane per preparare gli schizzi di ogni pagina, disegnandoli a matita molto velocemente e approssimativamente. Poi usando un light box ho disegnato le tavole a matita più precisamente e, nonostante queste pagine fossero realizzate a matita, erano a tutti gli effetti le mie pagine “inchiostrate”. Successivamente le ho scannerizzate al computer, scurendole fino a raggiungere il livello di nero desiderato. Poi le ho stampate su carta da acquerello che successivamente ho dipinto, quindi le ho scannerizzate nuovamente riunendo digitalmente entrambi gli strati e facendo sì che i contorni neri rimanessero marcati.

La cultura giapponese (il nome e le origini di Nao, il Buddismo, i giocattoli, i fumetti, etc.) è molto presente in questa opera. Come mai questa scelta, in particolare?

Il nome di Nao deriva da quello della nuova fidanzata giapponese che un amico mi presentò. Subito ho pensato che sarebbe stato un nome perfetto per un personaggio, grazie anche al gioco di parole con il termine “now”. Riguardo al Buddismo, mi interessa da molto tempo e, come ho detto prima, allora stavo imparando le tecniche di meditazione. Relativamente ai giocattoli, ai fumetti eccetera, li adoro e quindi mi è sembrato naturale inserirli nella storia.

Ho apprezzato molto la “storia nella storia”. Come mai hai deciso di raccontare la favola di Pictor?

In effetti è buffo, poichè inizialmente Gregory sarebbe dovuto essere il protagonista, e la storia avrebbe dovuto riguardare il suo rapporto con le serie manga/anime “ichi”. Quindi avevo già diverse idee, poi è arrivata Nao ed è diventata il personaggio principale, e le opere “ichi” hanno cominciato a ritornare attraverso alcune tematiche nel corso della sua storia.

Quali illustratori hanno ispirato l’artista immaginario Gil Ichiyama?

Sono da sempre un grande fan di Jean Giraud / Moebius e di Hayao Miyazaki, quindi Gil Ichiyama, artista per metà francese e per metà giapponese, è stato il mio tentativo di combinare quelle influenze.

Personalmente mi sono innamorato della protagonista Nao e ho apprezzato molto anche gli altri personaggi, poiché sono complessi e semplici allo stesso tempo e sin da subito ho empatizzato con loro. Si tratta di personaggi fittizi oppure per crearli hai preso spunto dalle persone che ti circondano?

Senza dubbio per alcune loro caratteristiche ho preso spunto da me stesso, credo che sia in un certo qual modo inevitabile. Inoltre diverse cose che accadono loro nascono da esperienze di vita personali o di alcuni amici. Invece altre parti sono inventate, le idee si sono sviluppate man mano e i personaggi mi hanno condotto lungo sentieri inaspettati.

Parlaci del tema ricorrente e “circolare” delle lavatrici.

Le lavatrici possono rappresentare diverse cose, ma preferirei che fossero i lettori a darne un’interpretazione personale, dato che spesso capita che vedano qualcosa che non avevo considerato consciamente. Ed è qui che accade la magia.

Come immagineresti Il Nao di Brown trasposto in film?

Penso che detesterei vederlo diventare una pellicola. Quando l’ho scritto non ho mai minimamente pensato che potesse diventare un film. Ci sarebbero troppe cose da modificare e alla fine muterebbe in un’altra opera.

C’è qualche fumetto o opera in genere che ha cambiato la tua vita o il tuo modus operandi?

Star Wars. Avevo sei anni quando lo vidi per la prima volta. Non c’era mai stato NULLA del genere prima di allora. Chiunque al di sotto di una certa età difficilmente può comprendere questa cosa, ma io credo che sia giusto dire che la sua estetica mi ha influenzato per tutta la vita. Ovviamente sto parlando della trilogia originale.

Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta hai lavorato per la DC Comics. Puoi raccontarci come è stata questa esperienza?

Ho lavorato con Peter Milligan su alcuni numeri di ‘Shade The Changing Man’ della Vertigo e su qualche altro titolo. Peter Milligan è un grande scrittore ed ero davvero felice di lavorare con lui. Ma da allora è passato davvero molto tempo.

Perchè hai deciso di tornare ai fumetti dopo le tue esperienze televisive e pubblicitarie?

Avevo ambizioni registiche, e mi sono anche cimentato nella realizzazione di alcuni videoclip pop. Comunque il mio desiderio più grande era quello di girare un mio film. Ho scritto personalmente una sceneggiatura e ho lavorato ad altri progetti con degli amici… ma ci vuole più che soltanto un idea per creare un film (in verità nemmeno serve una buona idea). Ciò che serve realmente è avere tanta fortuna e il vento a favore. Dopo qualche tempo ho avuto una piccola illuminazione: se mi fossi seduto e avessi continuato a disegnare nel tempo libero alla fine, con tenacia, avrei potuto realizzare un mio libro e, ancora meglio, avrei potuto controllarne l’intero processo creativo.

Ti consideri soddisfatto del tuo lavoro? Hai un sogno nel cassetto o qualche desiderio per il futuro?

Sì, mi considero molto fortunato, il libro mi ha portato in Paesi che non avevo mai visitato prima d’ora e mi ha permesso di conoscere nuovi amici molto validi che mi terrò ben stretti. Oltre alla graphic novel, sono tornato di nuovo nell’ambiente cinematografico e sto lavorando ad alcuni progetti molto stimolanti.

Grazie mille, Glyn, e in bocca al lupo per i tuoi progetti futuri!

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