Intervista a Iacopo Barison

Iacopo Barison è giovane e sta ottenendo un successo incredibile grazie al suo Stalin+Bianca, romanzo d’esordio sul viaggio e sentimenti.

stalin_cover_storeLa favola dello scrittore emergente che fa fortuna con il primo romanzo è il sogno per chiunque voglia fare lo scrittore. Ma a pochissimi accade questo miracolo, tanto più con una casa editrice nuova a pubblicare romanzi come Tunuè, legata ai fumetti.

Quando poi accade l’impossibile, ossia questo, non ti resta che rimanere a bocca aperta e leggerti il libro. E nella sua prima opera, Stalin+Bianca, Iacopo Barison non ha lasciato molti dubbi sul proprio talento: in breve tempo ha raccolto un successo dopo l’altro, tanto che dalle sue pagine nascerà addirittura un film. Piemontese classe 1988, l’abbiamo intervistato per conoscere questa “penna” che sicuramente farà molto parlare di sé ancora a lungo.

Intervista a Iacopo Barison

Com’è nata l’idea di scrivere Stalin+Bianca?

È nata per caso: una sera non riuscivo a dormire e mi sono messo a pensare a Stalin. Mi è venuto in mente un ragazzino con problemi di gestione della rabbia, con dei grandi baffoni, e subito è arrivata Bianca come contraltare, con la sua fragilità fisica. Si muovono sempre insieme, l’uno bilancia i vuoti dell’altro.

I personaggi hanno un qualcosa di autobiografico?

Credo che per tutti gli scrittori sia così, perché tutto quello che scriviamo ci appartiene in quel momento. L’autore è un filtro di quello che vede: rielaboro i fatti che accadono con i miei occhi. Non ho mai vissuto personalmente l’esperienza di Stalin e Bianca, la fuga di casa, ma la rabbia è biografica per ognuno. Provo rabbia e amore, sono sentimenti che tutti conosciamo, per modo indiretto.

Stalin è più eroe o antieroe?

(Ci pensa e sorride, ndr) Mmm…ti rigiro la domanda. Secondo te?

Per me è “eroe”.

Anche secondo me. Perché anche negli episodi in cui è in cattiva luce, si prova una sorta di pietas latina verso di lui, si fa fatica a non sopportarlo. Si capisce che ha fragilità di fondo, si prova empatia. È addirittura più fragile di Bianca, nonostante lei sia cieca e così gracile: spesso è lei che lo tiene in piedi. Stalin fisicamente conta, ma Bianca è più autonoma emotivamente.

Che ruolo ha il viaggio, non solo nel libro ma anche per te personalmente?

È una dimensione interiore, può essere fisico ma ci modifica anche dentro. Non c’è solo il viaggio della vita, basta spostarci per vedere cambiare la realtà quotidiana. Ha meccanismi profondi: quando torno a casa dopo una settimana, percepisco diversamente il tempo. Il viaggio è il romanzo, principalmente è on the road ma non c’è una destinazione: Stalin e Bianca viaggiano per il gusto di viaggiare.

Tunuè è famosa per i fumetti e il tuo libro è molto simile a una sceneggiatura. Hai mai pensato di trasformarlo in immagini?

Il libro diventerà un film, e comunque le sceneggiature di fumetti e film sono simili. Sono appassionato di fumetti e, quando raccontavo, volevo che il narratore vedesse la scena. Cercavo accorgimenti perché questo lato fosse spigliato ma senza il rischio di pedanteria. Volevo creare una visione metaforica di Stalin: le immagini sono parte integrante del romanzo sia a livello contenutistico che narrativo.

Ti aspettavi tutto questo successo?

No, nessuno se lo aspettava! Ci speravo, però, ma non so come sia potuto accadere. Tento di darmi delle spiegazioni, è brutto liquidare tutto come casualità. È stato un mix di fattori: una rassegna stampa ottima, molto passaparola… Credo che molti giovani si siano riconosciuti nei protagonisti, come una specie di romanzo generazionale: è stata la marcia in più per il libro. Sicuramente lo spartiacque è stata la presenza al Tg5, su Vanity Fair…Non lo credevo possibile, Tunuè non è un editore grande come Mondadori ma c’è stato comunque interesse per lui. È uscito quando avevo 25 anni, ora ne 26, a testimonianza che questo non è un Paese per vecchi.

Cosa ne pensi della convivenza di libri e fumetti?

Penso sia una bella convivenza. Generalmente si dimostra che i fumetti non sono libri di serie b, ma spesso sono più interessanti. Sono molto contento che una storia di Gippi sia arrivata al Premio Strega e mi piace il successo di Zercalcare. Il segreto del loro successo probabilmente è che i fumetti riescono ad arrivare a tutti, i libri no. Non è il momento per opere troppo “intellettuali”, autoreferenziali: è un periodo storico in cui la gente vuole leggere storie, e i libri dovrebbero imparare dai fumetti.

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