Intervista a Massimiliano “Moro” Morini

Massimiliano Morini

Intervista a Massimiliano “Moro” Morinia cura di Giulia Mastrantoni in occasione dell’uscita del suo terzo album, Home Pastorals.

L’avventura inizia nel 2010 (o forse molto prima, ma glielo chiederemo tra poco) con il debutto ufficiale di My Favourite Season. Il cantautore italiano Moro registra dopo soli due anni il secondo album, Silent Revolution, in collaborazione con musicisti quali Lorenzo Gasperoni (chitarra elettrica, chitarra a dodici corde, bouzouki), Francobeat Naddei (piani, organi, synth, programmazioni), Denis Valentini (batteria, basso in Ordinary Days) e Paola Venturi (cori in My New Love).

Il genere è il folk-pop, di cui segue le orme il terzo album degli ormai noti Moro & The Silent Revolution, Home Pastorals, uscito nel Maggio 2014. Nel 2013 l’EP Homegrown aveva preannunciato la prossima uscita del disco, che si apre con la canzone scelta come sigla della trasmissione di Laeffe Orto e mezzo, un seguito programma enogastronomico. Prodotto dalla Gamma Pop Label, Home Pastorals sta riscuotendo un discreto successo. Ma scopriamo qualcosa di più…

L’intervista

Ufficialmente inizia tutto nel 2010, ma ufficiosamente la passione per la musica è compagna di vita da sempre?

Non so se la musica sia una “compagna di vita” – di certo la chitarra acustica tiene compagnia nelle giornate di pioggia, nel mio caso da metà anni Ottanta in poi. A inizio anni Novanta facevo parte – come chitarrista elettrico – di un gruppo di technopop simil-Depeche Mode che portava l’allegro nome di Arianera. Gli unici componenti fissi eravamo io e Franco Naddei (non ancora Francobeat) – lui era il cantante e capo del gruppo. Avevamo un contratto con la Contempo (la discografica dei primi Litfiba), che chiuse poco prima di pubblicare il nostro album. Credo sia stato un bene. Poi nel 1997 ho smesso di suonare con persone diverse da me stesso, per ricominciare solo nel 2010, quando mi è sembrato di avere finalmente qualcosa di sensato da scrivere.

Concordo appieno sulla compagnia nelle giornate di pioggia, e aggiungo anche quelle solo nuvolose. Quali sono, a suo parere, le differenze più importanti tra i tre album a livello di emozioni e di miglioramenti tecnici? C’è stata una crescita sia personale che musicale dietro?

C’è stata una crescita musicale da parte mia e degli altri, soprattutto per gli arrangiamenti. All’inizio si navigava un po’ a vista, aggiungendo traccia su traccia alla voce e alla chitarra iniziali – ma a partire da Silent Revolution abbiamo capito bene cosa volevamo fare, e soprattutto come farlo. In questo è servito molto registrare da Franco, che ha uno studio di registrazione (Cosabeat, a Villafranca di Forlì) ed è anche il fonico del gruppo. Ora, quando scrivo una canzone, parto già con una qualche idea del genere di arrangiamento che potrebbe avere alla fine. E Lorenzo Gasperoni e Francobeat Naddei portano le canzoni dove le mie mani o le mie orecchie non arrivano. E soprattutto ci siamo fatti un’idea delle reazioni del pubblico, di quel che arriva o non arriva all’ascoltatore, su disco e dal vivo.

Partendo dal presupposto che oggi i generi più ascoltati sono house, metal e pop estremamente commerciale, per quale motivo scegliere il folk-pop? Cosa la lega a questo genere?

Perché è quello che so fare ed è il genere che preferisco ascoltare. Perché mette insieme due tradizioni che secondo me hanno prodotto grandissime canzoni, soprattutto in termini di unione (o contrasto) fra musica e testo. Perché il mio sogno è quello di scrivere una canzone alla Paul Weller con un testo degno di Leonard Cohen e le armonizzazioni vocali di CSN&Y o dei Beach Boys. Perché sono un chitarrista acustico, e suono senza plettro.

Senza plettro? Questa abilità, come tante altre, non l’ho mai acquisita. È molto difficile riuscire a debuttare, ma avere il discreto successo che lei ha raccolto è quasi un’utopia per molti. In che modo ha iniziato la sua fortunata avventura?

Lorenzo Gasperoni e Lorenzo Bartolini, ovvero i Formazione Minima (duo di teatro-canzone) mi hanno buttato là l’idea di pubblicare per l’etichetta per cui incidevano anche loro, la PMS Studio. Dopodiché siamo passati a Gamma Pop per il terzo disco, e quello è stato un bel passo in avanti. Quanto al resto, più che successo ci siamo guadagnati un po’ d’attenzione, ed è già molto: metà del lavoro lo fanno le canzoni, l’altra metà la voglia di fare un po’ di promozione tutti i santi giorni. Bisogna cercare orecchie disposte ad ascoltare e a diffondere, sapendo che il prezzo da pagare è una percentuale di risposte che va dall’uno al dieci per cento.

Ma mai arrendersi! Arrischiandosi a parlare di un filo conduttore che ha guidato il suo percorso musicale e che lo guida tutt’ora, quale sarebbe?

Due cose, direi: 1) la volontà di non dare fastidio all’ascoltatore, di scrivere canzoni leggere con testi pesanti, di non accettare il postulato tipico dell’indie italiano (e forse di tutta la cultura italiana) per cui è bello solo ciò che è ermetico, fastidioso o incomprensibile; 2) una forma antica di realismo, la volontà di registrare le cose prima che scompaiano. Ci sono due versi di un poeta di Birmingham, Roy Fisher, che spiegano la cosa molto meglio di come potrei farlo io. Fisher parla dei liquami organici e inorganici della Birmingham post-industriale e dice: A realism records, before they’re gone, / What silver filth these drains have run” Insomma, registrare tutto senza avere orrore o noia di nulla. Mi viene in mente anche una scena di American Beauty – quella dove si vede un sacchetto sballottato qua e là dal vento, ripreso per minuti e minuti con una videocamera.

Sì, ho guardato il film recentemente e quella scena è davvero adatta al concetto, oltre che molto bella. C’è un messaggio specifico che vorrebbe trasmettere con la sua musica?

Oddio, un messaggio no. Vorrei che facesse star bene chi la ascolta. Che portasse molto peso con leggerezza.
In che modo riesce a coordinare ed armonizzare il faticoso lavoro di squadra che si nasconde dietro un album? Aiuta, finché funziona, il fatto che siamo amici e ci frequentiamo. E poi usiamo una tecnica modulare: io registro le canzoni con un pc e un mixer – di solito con chitarra acustica e un po’ di voci, a volte con una linea di basso, un’armonica, un banjo, ecc. Poi ci lavoriamo sopra con le chitarre elettriche di Lorenzo Gasperoni, che a volte compone o affina la linea di basso, e magari aggiunge anche altri strumenti a corda. Poi si registrano altre voci (Paola Venturi, Elisa Piraccini), batteria (Denis Valentini, Francobeat), ecc. Alla fine si lavora in studio da Franco, che suona anche sintetizzatori e tastiere.

Suonare perché la musica è vita, o suonare perché è un’avventura che diverte?

Nel mio caso, perché ho sempre voluto fare delle cose e sono sempre stato un incapace nei lavori manuali. E poi per quel realismo di cui si diceva sopra.

L’immancabile domanda che, soprattutto in questo caso, è inevitabile. Progetti futuri?

Immediati: una canzone di Natale che ci hanno chiesto per una raccolta. È difficilissimo, scrivere o trovare canzoni di Natale che non siano orrendamente sentimentali o forzatamente antisentimentali.
Più sul medio-lungo periodo: 1) Mettere insieme un nuovo disco, che si chiamerà High and Slow – per metà canzoni power-(folk)-pop e per metà brani intimisti, svuotati di suoni. 2) Ampliare il nostro repertorio di strumentali: il folk-pop da colonna sonora funziona, e dopo Laeffe e Radio24 ci hanno chiesto canzoni anche per una trasmissione di Radiodue Rai. Ci piace molto, scrivere musica al servizio delle immagini.

Allora non si può che augurarle e augurarvi un Dicembre ricco di musica, e un grande in bocca al lupo per High and Slow.

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  • Pietro De Leo

    Ottiimo, bravissimi anche loro.. Non riesco a togliermi le loro canzoni dalla testa

  • uncadunca

    Una bella storia e una buona musica. Bravi. Gradevoli e non banali. E non è facile. Dal vivo molto più elettrici (ancora meglio per me)

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