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Intervista a Sandrone Dazieri

Intervista a Sandrone Dazieri a cura di Cristiano Idini per Sugarpulp. Una chiacchierata su Uccidi il padre, il suo nuovo romanzo, e su tanto altro.

Sandrone Dazieri non ha certo bisogno di presentazioni dato che stiamo parlando di un vero e proprio pezzo da 90 del noir italiano. Ha creato il personaggio del Gorilla, diventato un’icona del nostro noir, ed è tornato in libreria da poco con un gran thriller, Uccidi il padreCristiano Idini lo ha intervistato per Sugarpulp per parlare con lui del suo ultimo romanzo, ma non solo.

Intervista a Sandrone Dazieri

Con Uccidi il padre hai lasciato il noir per scrivere un thriller. Voglia di cimentarti con un nuovo genere o pensi che il noir abbia esaurito la sua carica?

I generi letterari non esauriscono la carica, gli scrittori sì. Credo che negli ultimi anni il noir italiano non abbia fatto grandi passi avanti. C’è stata una ricerca, c’è stato un dibattito, ma ultimamente tutto si è un po’ incagliato. A parte alcuni autori bravi, molto di quello che ho letto di noir è poco brillante e ripetitivo. Ma non è per questo che sono passato al thriller, è che la storia che avevo in mente era una storia thriller. Fosse stata una storia porno avrei scritto un porno, non mi do limiti.

Mi dai una definizione che calzi al noir italiano dei giorni nostri? Sempre che tu ritenga che esso si possa descrivere e non sia piuttosto, come ritengono altri autori, un oggetto dai contorni imprecisi.

Il noir è una riflessione morale sul male, vista dagli occhi del protagonista e inserita in un romanzo che ha al centro un delitto. Si parla del mondo, si parla dell’animo umano. È la definizione più calzante che mi viene in mente.

Come in tutti i thriller, lo svolgimento dell’intreccio è essenziale. Hai trovato più complessa la costruzione della trama di Uccidi il padre rispetto a quella dei tuoi altri libri?

Sì, era necessariamente più complessa perché volevo un thriller che portasse avanti la storia attraverso i colpi di scena e dove la verità si rivelasse poco a poco come attraverso un gioco di scatole cinesi. Ma più che l’intreccio, che ritengo fondamentale, ma in qualche modo “tecnico”, mi interessavano i personaggi. Perché facevano quello che facevano, come ragionavano, cosa li aveva portati a essere quello che erano. Questa è stata la parte più complessa.

Quanto tempo ti ha richiesto scrivere il libro?

Due anni. Ho fatto altre cose in mezzo, ma il romanzo mi ha accompagnato per due anni.

E qual è stato il tuo metodo di lavoro nel costruirlo?

Come sempre, sono partito dai due protagonisti, poi li ho fatti muovere nell’intreccio. Ma prima di tutto ho dovuto trovare la voce giusta per raccontare la storia. Questo è stato il lavoro più lungo di tutti.

Pag. 213: una citazione del Gorilla?

Sì, sono contento che l’hai notata. Un strizzata d’occhio al lettore. Mi ero detto che se l’editor se ne fosse accorto l’avrei tolta perché troppo palese, ma non se n’è accorto. O non me l’ha detto; dovrei chiederglielo.

Ho notato che hai un rapporto particolare con il corpo dei tuoi protagonisti. Il Gorilla è stato più volte massacrato, addirittura in una scena il Socio si scindeva a tal punto dal suo involucro fisico da usare se stesso come un ariete per sfondare un muro. In Uccidi il padre sia Dante sia, soprattutto, Colomba, subiscono un trattamento non da meno. Questione di stile o di sadismo?

Mi piacciono i corpi imperfetti, penso che raccontino di più di quelli levigati, quindi credo sia una questione di stile.

Dante è pieno di fobie e di manie, ma è anche dotato di una mente per certi versi superiore. Credi che la forza del personaggio stia più nella sua stravaganza o nelle sue capacità speciali?

Credo che nel caso di Dante tutto sia necessariamente connesso. Lui riesce a fare quello che fa, a capire quello che capisce, perché ha vissuto un’esperienza che lo ha reso un freak. Allo stesso modo il Disastro di Colomba l’ha resa una poliziotta migliore, capace di farsi delle domande che prima non si faceva e di vedere il mondo in sfumature di colori, e non in bianco e nero, giusto e sbagliato, buoni e cattivi. O non solo.

Il romanzo sembra all’inizio costruito come una caccia al serial killer, ma nel finale rivela retroscena con addentellati nel contesto storico e politico, sia italiano che internazionale. È stato il tuo modo di adattare il concept di serial killer – prettamente statunitense – alla realtà italiana?

Non ragiono così quando scrivo. Volevo qualcosa che avesse una spiegazione più complessa che la follia di un singolo. E soprattutto volevo dire: siamo sicuri che il mondo è quello che pensiamo che sia?

Il libro è corposo ma mai noioso, e rivela una grande padronanza di tecnica. Credi che il thriller sia l’unico genere dove la tecnica è fondamentale, pur se non sufficiente? E se questo è vero, cosa separa un buon libro da una stronzata?

Fondamentalmente la capacità di chi lo scrive, il talento che guida la tecnica, l’uno senza l’altra non bastano. Pensiamo alla storia di un pagliaccio assassino che vive nelle fogne. Se la scrive un autore scarso diventa una stronzata, se la fa King diventa It.

Il tuo lavoro di scrittura per la tv ha punti di contatto con la scrittura di libri? Per esempio i dialoghi: sono pensati alla stessa maniera?

L’unica cosa che hanno in comune le due scritture è che cerco di tenere solo l’essenziale. Se un capitolo, o una scena, non portano avanti la storia, li tolgo. Odio i momenti morti e le pagine belle ma inutili. I dialoghi nel cinema e in tv debbono essere più secchi e brevi, nei libri puoi andare avanti per pagine, anche se in entrambi i casi non mi devo sforzare per far parlare un personaggio: sento la sua voce nella testa. Se non la sento, vuol dire che ho sbagliato il personaggio.

Com’è cambiato – se è cambiato – il tuo metodo di lavoro negli anni? Mi riferisco a eventuali differenza tra il periodo in cui ancora non avevi pubblicato e quello successivo.

So che è brutto da dire, ma ho pubblicato la prima cosa che ho scritto, quindi non ricordo un periodo in cui scrivevo e non pubblicavo. Diciamo che prima scrivevo solo di notte, perché di giorno facevo un altro mestiere (a seconda del periodo il cuoco, il correttore di bozze o il funzionario editoriale) adesso scrivo essenzialmente di giorno. Ma a parte questo, scrivo ancora sul tavolo della cucina con un portatile.

È ancora vero che lo scrivere è un’attività solitaria? Penso alla sempre maggiore importanza di figure esterne come editor ed editori; quando non, nel caso della scrittura televisiva, del lavoro in brainstorming (scusa per la parolaccia).

La scrittura è sempre solitaria, se no non funziona. Quando discuti una serie tv stai con gli altri, ma poi sei a casa tua a scriverla e la scrivi da solo. Con i romanzi è anche peggio. Prima li scrivi, poi li discuti, almeno nel mio caso. Non riesco a parlare di una cosa che non ho scritto. Anche il mio editor, Carlo Carabba, mi legge al limite un pezzo alla volta, ma non sa mai dove vado a parare. Questo perché non lavoro all’americana, con la scaletta e tutto, ma con un soggetto che sta nella mia testa. Se devo appuntarla, vuol dire che l’idea non è abbastanza buona. Diverso è ovviamente il caso della tv, perché lì le scalette non solo devi farle, ma ti sono richieste dalla produzione.

Hemingway – buon’anima – diceva che la scrittura è 1% ispirazione e 99% traspirazione. Tu quanto traspiri?

Parecchio. Scrivere è un lavoro che ti può prosciugare, anche se lo sforzo fisico è irrilevante, quello di rimanere concentrati in un mondo che tende a distrarti e a richiedere la tua attenzione, oltre che quello di sentire nella testa quello che stai scrivendo e non solo di leggerlo sullo schermo, è estenuante. Poi, certo, è bello. È un bel mestiere, il più bello del mondo.

Una domanda sul Gorilla. Ho letto sul tuo blog che La bellezza è un malinteso è stata una scrittura sofferta soprattutto a causa della fine che hai scelto di far fare al tuo protagonista. Perché questa decisione?

Perché il mondo va avanti, e anche tu devi farlo. E poi perché è la normale conseguenza di quello che il Gorilla era. Per sei romanzi è sopravvissuto a tutto, prima o poi doveva pagarne il prezzo.

Non temi che, come Sherlock Holmes per Conan Doyle, la furia dei tuoi fans sarà tale che ti costringeranno a riportare il Socio sulla scena?

Sto già scrivendo un racconto con il Gorilla, ma non so se e quando lo pubblicherò. Ma non è detto che ci sia il Socio.

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