Io la troverò, intervista a Romano De Marco

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Marilù Oliva intervista Romano De Marco e ci parla di Io la troverò, il suo nuovo romanzo pubblicato per la collana Foxcrime di Feltrinelli

Io la troverò, intervista a Romano De MarcoTitolo: Io la troverò
Autore: Romano De Marco
Editore: Feltrinelli, collana Foxcrime
PP: 327
Prezzo: euro 15.00 (cartaceo), euro 9.99 (ebook)

L’intervista a Romano De Marco, autore di Io la troverò, appena uscito per Foxcrime di Feltrinelli, parte da un una considerazione personale: questo libro si è rivelato una gran bella sorpresa. Arrivo da anni di letture di gialli/noir/thriller che mi hanno fiaccato l’entusiasmo. Non tutti, ma molti sono omologati e sono stanca del solito impasto, delle donne fatali e degli ispettori replicanti, impeccabili trenta/quarantenni con un vizio rodato, un incolmabile dolore alle spalle e fiuto da vendere.

Qui c’è un vice commissario, Luca Betti, che è un uomo vero, un grande uomo, uno di quelli che vorresti almeno come amico: serio sì ma non lesso, raffinato scrutatore dell’animo umano, paziente in casa, bravo padre e marito che si impegna con quella moglie che ha amato da pazzi e che l’ha fatto dannare. Elisa, si chiama. E l’ha tradito col suo compagno di lavoro nonché migliore amico, Marco Tanzi, ma questo è successo poco meno di una decina d’anni fa, quando per Marco Tanzi è cominciato il declino morale e mentale, ovvero da quando ha deciso di chiuderla con l’esistenza e con gli affetti annessi e di sopravvivere con pochi espedienti nei nuovi panni di clochard: alcool, miseria, annullamento totale.

Per scuoterlo da una situazione del genere ci voleva qualcosa di grosso e l’autore l’ha pensata bene: quando a Marco viene rapita la figlia Giulia, lui trova la forza per contrastare quello stato vegetativo. Reagisce – non vi anticipo come – e insieme a Luca si mette sulle tracce della ragazza. Non sono proprio soli: fungono da “aiutanti” un detective privato più qualche aggancio in polizia. Tutti i personaggi sono orchestrati con grande abilità e le parti ben dosate. Di elementi ne troverete parecchi: violenza, malanimo, senso del dovere, amicizia, rancore, umanità. Perfino dolcezza.

Romano De Marco non ha rinunciato agli approfondimenti di carattere psico-comportamentale: con brevi tocchi, pensieri rubati, flashback velocissimi. Molti di essi concorrono alla mission del romanzo: l’urgenza è trovare Giulia, sempre che sia ancora viva. Bisogna mettere da parte i propri precipizi e affinare i sensi, c’è una minorenne che, se non è morta, di sicuro ne sta patendo di tutti i colori. Perché Giulia è forse finita in un brutto giro di mercato clandestino di sesso duro ed estremo. C’è qualcosa di più grande, in ballo, qui. Anche i luoghi diventano appannaggio di una storia che non vi deluderà. Le ambientazioni avvolgono lo svolgimento come un mantello leggero, che non nasconde la luce ma favorisce le ombre. Non importa che sia una location interna o una strada non asfaltata piena di buche o un sentiero dietro a una casa colonica: gli ambienti sono sempre lo sfondo impeccabile di una storia che tiene avvinghiati.

E la propensione a una città come Milano non ha più bisogno di spiegazioni: «Forse quando ti abitui a questa città, nessuna alternativa è più percorribile. La critichiamo, la odiamo, ma quando ti entra nel sangue non possiamo più farne a meno».

Intervista a Romano De Marco

L’amicizia. Premesso che ho apprezzato molto la tua capacità di approfondire le situazioni umane mantenendoti in una posizione analitica ma non pedante, partecipe ma non intrisa di pathos – e per il lettore è molto piacevole che alcuni temi vengano portati avanti senza che lo scrittore si metta in cattedra o presuma di tramandare verità – premesso questo, dicevo, ti chiedo di parlarci del tema dell’amicizia nel tuo romanzo, a partire dal rapporto tra il vice commissario Luca Betti e l’ex poliziotto Marco Tanzi, ora divenuto barbone. Quello che c’è tra loro è complicato da un rapporto di stima e affetto che appartengono al passato ma di cui rimane ancora qualcosa nel presente, nonostante il legame sia stato sciupato dal comportamento ignobile di Marco. Ciò nonostante, è come se nell’amicizia si potesse recuperare sempre qualcosa di puro, che sta al di sopra delle miserie cui la vita a volte ci costringe.

L’amicizia, in realtà, è un sentimento nei confronti del quale sono sempre stato scettico. Forse per una forma di autodifesa, memore delle tante delusioni subite da ragazzo che hanno anche segnato il mio carattere. Eppure, come noti giustamente, è un legame che più di altri riesce a resistere e a risorgere nonostante le bassezze, i tradimenti, le vicissitudini della vita che tendono ad allontanare e dividere. Il fatto che i miei personaggi ricompongano il loro legame è anche una conseguenza di una disperazione esistenziale che li ha visti sconfitti in quella ricerca di amore, di giustizia, di senso della vita che hanno inutilmente perseguito negli anni.

Non è un caso che l’unico appiglio, l’unica leva sulla quale possono effettivamente fare affidamento per rialzarsi dai loro rispettivi baratri, sia l’amore per i figli. Un sentimento fortissimo, inesauribile, ma anche una vera e propria condanna biologica che costituisce un rifugio ma sancisce anche una sconfitta su tutti gli altri fronti. L’amicizia, invece, è una scelta libera. E il fatto che, nel corso del romanzo, il binomio fra Marco Tanzi e Luca Betti si ricostituisca, è la nota più positiva della storia.

La città in cui in parte è ambientata la storia è una città multipla ma essenzialmente ricondotta a quella vissuta dal basso: è la realtà parallela fatta di parchi, di bidoni della spazzatura, di gente che ti cammina accanto come se tu fossi solo un’ombra. Come hai scoperto queste zone dei clochard?

Guarda, come sai io sono abruzzese, ma mi capita molto spesso di risiedere, per brevi periodi, a Milano, città alla quale sono legato per motivi di lavoro e per la presenza di tanti parenti e amici che frequento con regolarità. Come Eraldo Baldini disse nella prefazione di un mio altro romanzo ambientato nel capoluogo lombardo (Milano a mano armata, Foschi 2011) Milano è forse l’unica vera realtà metropolitana in Italia. Probabilmente, frequentandola senza viverci stabilmente, gli aspetti della città che mi rimangono più impressi sono proprio quelli legati a una dimensione “nera”, trasversale, nascosta.

Tutte le volte che passeggio per una via di Milano o che percorro tratti della città in macchina o con i mezzi pubblici, penso continuamente ad ambientazioni per storie e a situazioni da far vivere ai miei personaggi. Per questo, probabilmente, i clochard di via Vittor Pisani o di Parco Solari di cui si parla nel romanzo, riescono ad essere credibili. Nascono da suggestioni vissute e meditate nel tempo.

In realtà il romanzo tocca anche altre città. Oltre a Roma, ad esempio, la destinazione di Val Camonica mi ha fatto tornare in mente le atmosfere di “A casa del diavolo”: la realtà piccola ma misteriosa, che serba qualcosa, nel bene o nel male. Ti chiedo di parlarci della scelta dei territori nel tuo romanzo.

La cosa della Val Camonica, in realtà, è un omaggio a una vecchia amica che vive e lavora nel paese citato nel romanzo. Attraverso lei ho voluto ricordare, con grande affetto, un periodo della mia vita durante il quale, la frequentazione di amici sparsi in tutta Italia (tramite un forum di lettori) mi ha aiutato a superare problemi personali. E anche la mia attività di scrittore è nata proprio da quella esperienza. La scelta, poi, di spostarmi da Milano nel corso della vicenda, è stata dettata proprio dall’opportunità che i luoghi danno di caratterizzare in maniera diversa le varie situazioni e coinvolgere maggiorante il lettore. Un “viaggio” imprevisto, nel corso di una storia, può essere salutare e benefico. Un’attenzione che cerco di avere sempre, quando scrivo, è quella di parlare solo di posti che conosco e che ho frequentato.

Il rapimento della giovane Giulia è collegato con un mercato di traffici pornografici di videocassette (e non solo) i cui filmati riportano violenze realmente accadute. Cos’è, precisamente, il real rough sex?

Questo è un argomento nel quale realtà e leggenda metropolitana spesso si confondono. Infatti, inizialmente, il romanzo parlava di snuff movies ma, essendo il tema fin troppo sfruttato dalla narrativa di genere e dal cinema, ho preferito spostare il tiro su qualcosa di più realistico. L’industria del porno (ormai attivissima soprattutto su internet) ha dei limiti legali oltre i quali non è possibile agire. L’obbligo della maggiore età degli attori e l’assenza di violenza vera nelle scene, ad esempio, sono due di questi aspetti. Il cosidetto “rough sex” (sesso duro ed estremo) presente in rete o nei film ufficiali è palesemente finto e presenta scene di tortura e violenza spesso ridicolmente caricaturali.

La richiesta di qualcosa di più “forte”, purtroppo, è reale (triste conferma al fatto che non ci sono limiti alla bestialità dell’uomo) e ciò apre la strada al mercato clandestino. Nel romanzo ho ipotizzato un meccanismo di vendita di filmati in internet, frutto di immaginazione, ma il fatto che questi filmati, con minorenni e scene di violenza vera, girino in un mercato parallelo, è purtroppo una triste realtà.

Come ti sei documentato?

Ho letto un paio di libri sull’argomento e approfondito i riferimenti reali di alcuni film che trattavano questo tema e che mi avevano particolarmente sconvolto.

Un altro tuo grande talento è il dosaggio. Spesso gli scrittori puri d’azione peccano dal punto di vista introspettivo. Tu invece hai dosato bene sequenze di detection, di azione, riflessive, dialogiche e brevissime pennellate descrittive. Una domanda tecnica. Ti chiedo che tipo di lavoro è stato fatto per arrivare a questo risultato: ci sei arrivato spontaneamente, quali tipi di interventi ti ha suggerito l’editor, etc…

Io ho iniziato con una storia tutta action (Ferro e fuoco, Mondadori 2009) per poi passare, gradualmente, nei romanzi seguenti, ad approfondire l’aspetto più introspettivo dei personaggi. Non è casuale, infatti, che sia passato da una narrazione in terza persona onniscente alla prima persona al presente (voci che in questo nuovo romanzo, in realtà, si alternano). È stata una evoluzione naturale, non studiata a tavolino, scaturita dalla mia voglia di crescere come narratore. L’editor che ha lavorato su questo romanzo mi ha chiesto solo interventi di moderata entità, soprattutto legati al mantenimento di una costante tensione narrativa (che poi è da sempre un mio obiettivo ben preciso).

Il mondo degli scrittori. Una cosa che ti piace e una cosa che ti infastidisce.

E’ un mondo al quale mi sono accostato con grande rispetto. Mi piace il contatto che spesso si crea, in maniera molto spontanea, fra persone che amano leggere e scrivere. È un aspetto che mi ha permesso di stringere molte belle amicizie con persone straordinarie (tu sei fra queste). Mi infastidisce, in alcuni, una autoreferenzialità eccessiva e una presunzione che a volte sfiora il ridicolo. Io compro e leggo i libri di tutte le persone che conosco e che scrivono, con le quali intrattengo rapporti di amicizia. Lo ritengo un dovere (oltre che, spesso, un piacere) e una attenzione necessaria per poter mantenere un rapporto basato sulla correttezza e il rispetto reciproco. Come giustamente sintetizza Giulio Mozzi, coloro che vogliono essere letti senza leggere, sono persone che vogliono essere amate senza dare amore.

Cosa stai scrivendo adesso?

Adesso sto scrivendo un’altro romanzo ambientato a Milano con molti dei protagonisti di Io la troverò con la speranza che la serie Nero a Milano abbia un seguito… Ma ho anche un paio di inediti nel cassetto.

Ci saluti con una citazione?

Nella vita non esistono le scorciatoie. Esistono solo il sangue, il sudore, le lacrime.

Guarda il booktrailer di Io la troverò

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