Io sono lo straniero

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Io sono lo straniero di Giuliano Pasini si imprime nel lettore per ragioni diverse e per tutte le buone ragioni per cui potrebbe imprimersi un buon libro

Io sono lo straniero

Titolo: Io sono lo straniero
Autore: Giuliano Pasini
Editore: Mondadori
PP: 392
Prezzo: 15,00


Alla fine di Via del Commercio, la via in cui abito
, una volta c’era uno sterrato che portava ad un campo. Oggi c’è una via che porta alla camionabile, una lunga lingua d’asfalto che spezza i campi che sono rimasti dalle mie parti per arrivare fino a Marghera.

Alla fine della camionabile c’è la Rotonda. A memoria d’uomo c’è sempre stata, un anello grigio a tre corsie che circonda qualche ettaro di vegetazione selvaggia, attonita per il circo automobilistico che rimira da chissà quanti anni.

Se vieni da Spinea, la prima uscita (via Padana) ti porterà in Riviera del Brenta, mentre la seconda darà inizio all’ordalia di insidiose mezze curve siglata SS309 e conosciuta da tutti come Romea, la strada più pericolosa del nostro Bel Paese (fa strano chiamarlo così oggi, vero?).

Se prendi quest’uscita e prosegui senza mai svoltare puoi andare fino a Ravenna, a berti un calice di rosso al Cà de Ven o magari stare a testa in su a guardare la volta stellata mosaicata sul soffitto del mausoleo di Galla Placidia.

Ecco: non occorre che vai fino a Ravenna, prima ti voglio mostrare un posto. Alla primissima svolta della Romea gira a sinistra, stai attento alle macchine che corrono nell’altra direzione e infilati in quella stradina che vedi.

Segui la strada e all’incrocio a T vai a destra, verso Malcontenta, inquinata dal Petrolchimico e abbellita da Villa Foscari. Ancora, ti chiedo di non andare dritto e voltare a sinistra, proprio lì, dove vedi quei silos misteriosi e dove mio padre mi ha insegnato a guidare.

Il manto stradale è stato riassestato di recente, quindi non dovrai preoccuparti tanto delle buche, come quand’ero giovane. Prosegui dritto, sempre dritto e senza perdere di vista la strada (non si sa mai), sbircia la Palladio alla tua sinistra. Non è una villa, stavolta, ma la gigantesca centrale dell’Enel che mi permette di tenere acceso il computer con cui sto scrivendo.

Fai attenzione, ora. Non perderti. C’è un bivio, davanti a te, quasi invisibile. Gira a destra, facendo attenzione a non finire sui Jersey di plastica bianchi e rossi. Alla tua destra c’è ancora la vegetazione che abbiamo visto all’interno della Rotonda. Alberi selvaggi che nessun poeta vorrebbe cantare, erba incolta, radici che spaccano l’asfalto, incuranti. Ho sempre immaginato che in quegli alberi vivessero insetti mai conosciuti dall’uomo. Insetti che pungono, probabilmente.

Alla tua sinistra, uno spiazzo che la gente usa come discarica: frigoriferi, forati, vecchi divani, valigie bucate, ramaglie secche. Oltre a questa, se la recinzione non è diventata troppo alta, vedrai scheletri di fabbriche più antiche, che, per quanto pare impossibile, sembrano appartenere ad un tempo ancora prima dell’uomo stesso.

Una volta, quand’ero più giovane e più stupido, scavalcavamo la recinzione e andavamo a vederle. Ci facevano i rave illegali, pure. In una casupola diroccata a qualche metro dalla recinzione, come mi disse un’amica una volta, c’erano “quelli che si facevano di speed”.

Gli immigrati laggiù, nei sotterranei di quei reperti di una gloria dimenticata, ci vivevano. Ora non credo che ci abiti più nessuno perché la terra è così impregnata di amianto che puoi quasi sentire come una radiazione calda.

Lascia perdere quel posto, magari te ne parlerò meglio un’altra volta. Prosegui il viaggio e noterai un altro incrocio a T. Vai a destra stavolta. Non lamentarti proprio ora, siamo quasi arrivati.

Il canale che stai costeggiando è un naviglio del Brenta che sfocia nella laguna di Venezia. Mi pare si chiami Bondante, ma forse faccio confusione. Siamo vicini al suolo salso delle barene, le terre sommerse.

Continua a costeggiare il canale e parcheggia lì, vicino a quella macchina che va su e giù. Sì, ci sono due che stanno facendo sesso lì dentro, ma non preoccuparti: non ti ho portato qui per questo. Vieni, lasciali perdere.

Davanti a noi c’è una piazzetta pulita e ordinata. Stona quasi con quello che vediamo attorno, col camping per tedeschi poco più indietro, con la cavana diroccata abitata dalle piante alla tua destra, col baretto ricavato da un container vicino al parcheggio.

Attorno alla piazzetta c’è una ringhiera verde, oltre la ringhiera c’è la laguna di Venezia. Qui ti può sembrare ti sentir respirare Dio, anche se né io né te ci crediamo poi molto.

Nei motori delle barche distanti, nei pigolii dei gabbiani, nelle piccole onde che s’infrangono sulle briccole, persino nell’inquietante ronzio elettrico dei fili dell’alta tensione che corrono sopra di noi.

Di notte, puoi vedere i lampioni sulle briccole che ti fanno indovinare delle corsie d’acqua nella laguna. Come credo che avrai capito, quello laggiù è il ponte della Libertà, voluto da Mussolini in tempi che sono ancora troppo vicini. La città che si staglia all’orizzonte non è una città: è Venezia.

Ecco, se riesci a staccare gli occhi da ciò che ti mostra la laguna, guarda quello che ti mostrano gli uomini alla tua sinistra. La zona industriale di Marghera, anticipata dagli scheletri ancestrali che abbiamo visto qualche minuto fa.

Il Petrolchimico, i Silos, le immense navi che per nome hanno solo una sigla, il ferro, l’acciaio e il veleno. Se Dio prima respirava, laggiù soffoca, malato di quell’affezione che lo porterà alla morte in chilometri e chilometri di tubature e valvole, ciminiere e cavi elettrici, rotaie industriali e filo spinato.

Questo posto si chiama Fusina ed è il posto più bello e più brutto del mondo. È il motivo per cui non me ne vado da qui, il motivo per cui ho cominciato a scrivere ed è l’ unico modo per raccontarti il mio Veneto, il posto più bello e più brutto del mondo. È anche il modo migliore per farti capire la sensazione che ho provato leggendo “Io sono lo straniero” di Giuliano Pasini.

Roberto Serra, il commissario protagonista del romanzo di Giuliano, è sempre stato uno straniero. Quand’era adolescente, a Roma nel Nucleo Speciale, a Case Rosse, durante i fatti narrati in Venti corpi della neve e oggi a Termine, minuscolo borgo sulle colline trevigiane, in cui ci sono luoghi che conosco troppo bene e in cui ho bevuto troppo.

Col San Martino (ci andrò proprio questo sabato per la 53esima fiera del prosecco), Guia, Santo Stefano, Crocetta, Combai, Miane, i laghi di Revine. I nomi di questi luoghi risuonano nel romanzo e disegnano immagini precise nella mia mente.

Il romanzo si muove fra le colline assediate dai terrazzamenti delle vigne, in cui migliaia di viti della stessa altezza si allineano ordinatamente e lo fa con la precisione, la cura e il rispetto che solo uno straniero potrebbe portare.

Lo scrittore, Giuliano Pasini, è foresto difatti. Viene da Zocca, neppure troppo lontano, a dire il vero, ma a volte qui basta venire dalla città vicina per essere stranieri.

Divide et impera, hanno ordinato certi figuri e noi abbiamo obbedito. Non dappertutto, ma qui, in Veneto, il posto più bello e più brutto del mondo, sicuramente sì. L’esperimento è andato a buon fine.

E il commissario Serra si trova impelagato nell’esperimento fino alla barba (che ora porta per coprire i segni di un’altra vita e di un altro romanzo). Molto più che in Venti corpi nella neve, che pure era ambientato in una frazioncina sperduta dell’appennino emiliano, i tic della provincia veneta, le psicopatie e le schizofrenie, diventano antagonisti e ostacoli dell’indagine che pone fine alla dormienza di Serra, quello spazio nebbioso che esiste tra Venti corpi e Io sono lo straniero.

Indagine. Commissario. Sì, Io sono lo straniero è un giallo i cui canoni, grazie alla scrittura di Pasini, sono dissimulati abilmente in trecento pagine di descrizioni accuratissime, termini precisi, caratterizzazioni purtroppo memorabili.

Dico purtroppo perché non sempre i personaggi che amiamo di più (che ricordano a chi scrive la ragazza che gli parlò dei tizi che si fanno di speed nelle antiche fabbriche di Fusina) sono destinati a restare, nella vita (sempre di chi scrive) e nelle pagine di un romanzo.

Ci sono vite destinate all’abisso, altre che ne percorrono lentamente il perimetro, fissandolo quasi per sconfessare Nietzsche, combattendo ciò che ne esce non per ossequio ad un distintivo, ma per quel raro istinto che suggerisce la presenza di una rettitudine universale, scollegata dalla legge e dalle nomenclature di uno stato a cui si fa sempre più fatica a credere.

Roberto Serra è uno straniero e un guardiano. In Venti corpi proteggeva la memoria del sangue versato durante la guerra, qui protegge il diritto di ogni essere umano ad essere felice, che sia bianco, nero, asiatico o, semplicemente diverso.

Lo fa conscio della diversità che contraddistingue pure la sua vita, quella “Danza” che è parte di lui, che gli mostra ciò che hanno visto, detto e provato le persone prima dell’attimo fatale.

Lo straniero è ciò che vede bene quello che noi che abitiamo queste terre non vediamo mai così nitidamente ed è anche colui che con una semplice parola può far cadere la facciata della nostra regione, che pare sì un drago a guardarla dalla cartina geografica, ma nasconde le insidie delle spire di un serpente.

Come a Fusina la bellezza del diamante della laguna incontra le esalazioni mefitiche di uno dei più grandi poli industriali italiani, nella Marca cantata pure da Dante (che ci parlerà attraverso le parole di una ragazza bielorussa nel romanzo) l’architettura, la geografia e l’idrografia che intonano il più dolce dei cori nascondono un cuore di tenebra geloso della bellezza del corpo in cui pompa fiele, malato della più terribile malattia, quella che divide le persone e aizza la fiamma maledetta dei genocidi.

E c’è qualcuno, nel romanzo, qualcuno che viene da lontano ma straniero non è per nulla, che cerca di distruggere la diversità che ci fa così paura. Nel farlo, diventa il peggiore dei mostri e, come già avveniva in Venti corpi, ci riporta alla memoria mostri ben più grandi e terribili, partoriti sotto l’egida di una croce uncinata.

Lo straniero vede e svela, lo straniero rompe e distrugge, lo straniero è solo. E la solitudine è un altro dei protagonisti tematici dell’opera di Pasini, tanto più quando ci si rende conto che il commissario Roberto Serra non ha più un posto dove tornare e trovare un po’ di riposo. La sua vita, la sua non-malattia che è parte di lui, le sue fughe continue, le sue vite che si accumulano una sull’altra lasciando cicatrici sono tutte intrecciate da un nome di donna: Alice.

Ma quel nome è un porto ancora incerto e, purtroppo, come nella bellissima Marca, nella vita di Roberto piove per troppi giorni l’anno e nelle sue parole, i suoi moti interiori, le canzoni (moltissime, tutte di repertorio italiano) sentiamo tutta la tristezza di un esule costretto a vivere in un mondo che non gli appartiene.

Soffriamo con lui, siamo scaldati per un attimo dal corpo e dal sorriso di Susana, altra esule indimenticabile del romanzo, cuciniamo per toglierci i pensieri cattivi di dosso.

Cerchiamo di amare e di amarci ma abbiamo sempre la sensazione che il male alligni sotto la terra, un “et in arcadia ego” onnipresente che quando compare, squassa i nostri progetti di felicità. Siamo soli, divisi, chiusi in stanze esistenziali i cui muri sono stati edificati dalle nostre paure.

Soffochiamo, come Dio nei liquami di Marghera.

In Io sono lo straniero è come se la sensazione claustrofobica che abbiamo provato leggendo Venti corpi si munisca di un numero esponenziale al suo apice.

Treviso, la città dalle tre facce (ma chissà quante altre), la Marca, le colline del prosecco è una Case Rosse fattasi provincia. Ma potrei anche dire regione, a questo punto.

Io sono lo straniero si imprime nel lettore per ragioni diverse e per tutte le buone ragioni per cui potrebbe imprimersi un buon libro. Ci sono personaggi dei quali, voltata l’ultima pagina, ci si chiede: “e ora?”. Caratterizzati fino allo spasimo nelle loro idiosincrasie, tare e tragedie. Ammirati, odiati, vivi e mai stereotipati.

Una storia che tratta un argomento difficile, senza tema di rimestare in certe purulente recrudescenze di una contemporaneità che dimentica la storia ed è condannata a ripeterla.

Una scrittura che ha raggiunto la maturità stilistica e poetica, descrivendo la nostra terra, la terra che amo e odio, come solo uno straniero potrebbe fare.

Perché seppure anch’io, il più delle volte, sono uno straniero e danzo come Serra, non riuscirei ad avere un briciolo della sua visione oggettiva, non riuscirei a disegnare i cinque cerchi della mia indagine, ammesso che abbia capito quale sia, perché sarei distratto da quelle corsie invisibili che disegnano i lampioni sulle briccole nella laguna di Venezia.

Fuggirei, come faccio spesso, laggiù, verso la mia città più bella del mondo, dimenticando cosa vomitano nell’aria le torri di cemento alle mie spalle, i veleni che soffocano la laguna, l’amianto che avvelena la terra e quel male oscuro che, come diceva un grande partitosene troppo presto, cerca di dividerci, di farci del male, di farci ammazzare.

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