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J’accuse, la recensione

J'accuse di Roman Polanski, la recensione

J’accuse, la recensione di Giacomo Brunoro del nuovo film di Roman Polanski che ha infiammato la 76a Mostra del Cinema di Venezia.

J’accuse è grandissimo Cinema. Un film in costume che porta sullo schermo uno dei più gravi scandali politici della storia francese in maniera splendida.

J’ACCUSE, IL FILM

La ricostruzione storica è elegante, raffinata, quasi pittorica. Entriamo nella Parigi degli ultimi anni dell’Ottocento attraverso le emozioni, i segreti, le passioni e le azioni di uomini che hanno segnato in maniera profonda la Storia del loro Paese.

Polanski dimostra di essere un regista con una visione chiara e cristallina, uno degli ultimi grandi maestri della settima arte. Il maestro francese infatti riesce a raccontare una vicenda complessissima come l’affaire Dreyfus in maniera rigorosa, senza mai annoiare lo spettatore.

La tensione che pervade il film è magnetica, una tensione che si regge sui piccoli dettagli messi in evidenza dall’occhio di Polanski: un ricordo, un particolare, uno sguardo, una parola di troppo o una frase non detta.

Il film poi ruota attorno all’interpretazione magistrale di Jean Dujardin che veste i panni del Colonnello Picquart, figura centrale dell’intero affaire. Ma tutto il cast recita su livelli altissimi, con Emanuelle Seigner e Gregory Gadebois che meritano una menzione speciale.

Colpisce infine l’attualità estrema di questo film e il suo messaggio profondo, quel comandamento laico “fa’ la cosa giusta” che sembra così difficile da mettere in pratica oggi come alla fine dell’800.

E poi, ancora, il ruolo degli intellettuali, gli stupidi e ottusi pregiudizi razziali, un senso dell’onore degenerato che porta sistemi complessi a difendere se stessi a discapito della verità, l’inettitudine e l’arroganza di chi sembra incapace di dire “mi dispiace, abbiamo sbagliato”.

Tematiche purtroppo ancora attualissime perché, come disse Einstein, la tecnologia cambia ma l’uomo resta sempre lo stesso.

L’AFFAIRE DREYFUS

È difficile riuscire a comprendere l’impatto dirompente che l’affaire Dreyfus ha avuto nella società francese di fine ‘800. Per la Francia fu una ferita profonda che spaccò in due la società, dividendo le famiglie e gli amici.

La Francia di fine Ottocento era un Paese in cui il nazionalismo e l’antisemitismo erano profondamente radicati, in cui la Terza Repubblica, nata dopo l’umiliazione di Sedan, faticava ad arginare le pressioni autoritarie dell’esercito (e non solo).

Reso celebre dallo storico “J’accuse” di Emile Zola, l’articolo che fece deflagrare il caso, l’affaire portò la Francia sull’orlo della guerra civile.

Tantissimi gli intellettuali dell’epoca che raccontarono nelle loro opere lo psicodramma che investì il Paese, come ad esempio Marcel Proust nella Recherche, lo stesso Proust che nelle sue lettere scrisse: “Io sono stato il primo dreyfusardo, perché fui io a chiedere ad Anatole France la sua firma per la petizione”.

A noi tutto l’affaire Dreyfus può sembrare soltanto uno dei tanti capitoletti di un libro di storia che non abbiamo avuto voglia di studiare al liceo, ma al contrario fu un colpo al cuore di una nazione che non si liberò mai del tutto dai fantasmi dell’antisemitismo e dell’autoritarismo militare, il vero lato oscuro della tanto sbandierata grandeur francese.

Doveroso infine citare lo splendido romanzo storico da cui è tratta la sceneggiatura del film, ovvero L’ufficiale e la spia di Robert Harris.

L’AFFAIRE POLANSKI

Se l’affaire Dreyfus affonda le sue radici negli ultimi anni dell’Ottocento, l’affaire Polanski è invece di estrema attualità.

Il regista francese, da decenni al centro di molte polemiche dovute alla sua condanna per stupro ai danni di una tredicenne nel lontano 1977, è stato duramente criticato da Lucrecia Martel, presidente della Giuria della 76a Mostra del Cinema di Venezia. Martel poi è stata costretta a scusarsi per il suo affondo nei confronti del regista francese e alla fine la polemica è rientrata.

Ma forse un po’ di polemica era proprio quello che la Mostra e i produttori di J’accuse cercavano, certo è che nell’era del #metoo è sempre più difficile affrontare in maniera non ideologica determinati temi, da una parte e dall’altra.

Personalmente ho trovato penoso che Polanski abbia utilizzato questa storia per parlare di sé come di un martire, così come ho trovato a dir poco ridicolo che Martel si sia svegliata alla vigilia della proiezione in sala per criticare duramente il regista francese (ho il leggerissimo sospetto che lei, in qualità di presidente della giuria, sapesse da qualche settimana che il film di Polanski era in concorso a Venezia….).

Ma lasciamo le miserie umane agli uomini, noi accontentiamoci della bellezza del grande cinema, perché J’accuse è davvero grandissimo cinema.

LUCA BARBARESCHI: BIGGER THAN LIFE

L’affaire Polanski perlomeno ci ha regalato un Luca Barbareschi bigger than life: Barbareschi, che ha prodotto il film, ha infatti rubato la scena a tutti a Venezia dimostrando di essere un vecchio volpone dello spettacolo, un uomo che non ha mai amato le mezze misure e che, possa piacere o meno, riesce sempre a far discutere.

A Venezia Barbareschi ha dominato ogni polemica forte di un film dalla bellezza indiscutibile, animato da una forza vitale strabordante supportata dall’arroganza e dalla sfrontatezza di chi è innamorato delle sue passioni, a costo anche di tonfi clamorosi.

Senza personaggi come lui ci il mondo del Cinema sarebbe molto più noioso, che ve lo dico a fare…

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