Jean Genet nell’inferno di Chatila

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Jean Genet nell’inferno di Chatila, un nuovo articolo di Dino del Ciotto per Sugarpulp Magazine.

La mattina del 19 Settembre 1982 Jean Genet non immaginava minimamente cosa si sarebbe trovato davanti entrando nel campo profughi palestinese di Chatila nella periferia ovest di Beirut. Quattro mesi prima, il 6 giugno, dopo l’ennesima provocazione al confine, l’esercito di Israele aveva invaso il Libano con l’idea di sloggiarne l’OLP di Arafat.

Il generale Sharon, il capo delle forze armate israeliane, aveva stretto un patto con Beshir Gemayel il numero uno dei cristiano-falangisti da diversi anni in lotta con i palestinesi per il potere in Libano. A fine agosto in un Libano occupato da Israele, Gemayel aveva vinto le elezioni diventando Presidente della Repubblica ma la notte del 14 settembre in un attentato il nuovo presidente aveva perso la vita.

La colpa dell’attentato ricadde sull’OLP di Arafat. In tutto il Libano i Falangisti, coperti dai soldati israeliani, si lasciarono andare ad atti di violenza inaudita. Il pomeriggio del 16 settembre armati fino ai denti entrarono nei campi profughi di Sabra e Chatila. Ne uscirono solo la mattina dopo.

Quattro giorni prima Jean Genet, accompagnato da Layla Shahid, una giovane amica palestinesi, era giunto a Beirut, via Damasco con l’intento di scrivere un articolo nel Libano colpito dalla guerra sul problema dei profughi palestinesi.

Nel 1982 Jean Genet aveva 71 anni e da più di venticinque non scriveva qualcosa degno di nota.

Diventato famoso con i romanzi scandalosi degli anni ’40 e ’50 come Il Miracolo della Rosa e Il Diario del Ladro, negli anni ’60 aveva scritto diverse pièce teatrali rappresentate in tutto il mondo: Il Balcone, Le Serve e I Paraventi dove si era schierato, anche se con un linguaggio a volte criptico e surreale, dalla parte degli umili e dei sottomessi.

Quando Layla Shahid, una delle rappresentanti dell’OLP in Francia, lo contattò chiedendogli un testo, a Genet da poco era stato diagnosticato un cancro alla gola, ma decise che sarebbe partito ugualmente. Arrivato a Beirut aveva visto i carri armati israeliani sfilare per le strade e udito i colpi di mortaio che scendevano nelle periferie dove gli scontri si susseguivano. La mattina del 17 settembre un’infermiera della croce rossa norvegese chiamò Layla.

Sta succedendo qualcosa di terribile nei campi. Rumori tremendi, agghiaccianti” disse. Layla decise che sarebbe andata a controllare, Genet con tono imperioso annunciò che sarebbe andato con lei. A nulla valsero le parole della ragazza che lo consigliavano di rimanere in albergo. Usciti incontrarono un amico palestinese che disse loro che i falangisti stavano arrestando i medici palestinesi.

“Dobbiamo fare qualcosa” disse. “Montagne di cadaveri…” aggiunse scuotendo il capo il palestinese. Genet e Layla avvertirono il consolato francese che si impegnò a mandare un cablogramma al Governo.

Subito dopo la Croce Rossa emise continui comunicati stampa, la notizia si propagò nel mondo intero. Ma quando i due arrivarono nei pressi del campo furono respinti in malo modo dai soldati israeliani e libanesi. Solo la mattina del 19 settembre, spacciandosi per giornalisti riuscirono ad intrufolarsi nel campo. Una volta dentro ai due parve di trovarsi all’inferno.

Un via vai di soldati con divise irriconoscibili, camici bianchi della croce rossa internazionale, alcuni giornalisti, e poi decine e decine di persone che piangevano e centinaia e centinaia di cadaveri. Layla ben presto scomparve e Genet rimase da solo tra i corpi contorti e senza vita, tra il fetore dei morte e nugoli di mosche. Vide un corpo per metà coperto da un telo, la parte del viso scoperta era nera e violacea, aveva le mani ancora legate con una corda. Al fianco un uomo sulla quarantina era fisso sul cadavere.

“Chi è?” chiese Genet all’uomo in piedi.
“Palestinese” rispose quello.
“Chi l’ha legato?” chiese Genet.
“Non lo so” rispose l’uomo senza staccare gli occhi dal cadavere.
“Lo conoscevi?”.
“Sì”.
“L’hai viso morire?”.
“Sì”.
“Chi l’ha ucciso?”.
“Non lo so”.

L’uomo alzò gli occhi e per la prima volta parve accorgersi della presenza di Genet. Quindi se ne andò senza salutare, lontano si voltò a guardare per l’ultima volta, dopodiché scomparve per una via laterale. Ben presto lo scrittore francese fu circondato da due vecchie arabe che iniziarono a strattonarlo piangendo e urlandogli parole per lui incomprensibili. Si liberò a fatica, fece per allontanarsi ma inciampò su un altro cadavere, a fatica restò in piedi sorretto da qualcuno che gli parlava, solo dopo un attimo che sembrò durare in eterno si accorse che era Layla che lo sorreggeva.

“Ci sono cadaveri di donne e bambini dappertutto” gli disse Layla. “Le ruspe dell’esercito libanese stanno interrando i corpi, non vogliono far vedere quel che è successo”.

Genet la guardò. Due o tre cani corsero abbaiando. Le nuvole in cielo quasi avessero timore di fermarsi passarono veloci. Sciami di mosche in volo per un secondo parvero coprire il sole. Urla disumane sembrò giungessero da sottoterra.

“Se questo è l’inferno, quando morirò spero proprio di andare in paradiso” sussurrò Genet.

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