Kevin Powers, Yellow Birds: la poesia per narrare la guerra.

Sesso e lucertole a Melancholy Cove

Yellow Birds, romanzo di guerra di Kevin Powers. Un libro di guerra scritto da chi la guerra l’ha fatta ed è capace di narrarla con l’esatta profondità della poesia.

“Il lutto è un meccanismo pratico, e noi piangevamo solo chi conoscevamo. Chiunque altro morisse, ad Al Tafar, faceva parte del paesaggio, come se in quella città fossero stati piantati semi da cui crescevano cadaveri, nella terra o attraverso l’asfalto, come fiori dopo una gelata, prosciugati e appassiti sotto un sole splendente e stupendo.” (Kevin Powers, Yellow Birds, Torino, Einaudi, 2013, pag. 107).

Yellow Birds, il romanzo d’esordio di Kevin Powers (nato a Richmond l’11 luglio 1980) è uno di quei libri che ti solcano la coscienza, scuotendoti – mentre lo leggi – dal torpore in cui ci si confina quando su certi temi scende una rassicurante patina di silenzio. E, nel caso specifico, il tema è uno di quelli pesanti: la guerra. In Iraq. Una guerra lunga, resa spettacolo tecnologico, consumata a uso propagandistico da un Kevin Powers, “Yellow Birds”: la poesia per narrare la guerra.Presidente, il non rimpianto George W Bush, voglioso di giocare al comandante in capo per dare un senso alla sua disastrosa presidenza. Una guerra in cui si parlava di “bombe intelligenti”, dove i joystick per guidare questi ordigni e i monitor colorati di verde con il cerchio del mirino ci facevano sembrare la guerra un videogame, una realtà virtuale che facesse tenere – a noi occidentali – le mani pulite.

Kevin Powers, che la guerra in Iraq l’ha fatta per un lungo anno, giocandosi la sua gioventù di ventitreenne americano nell’inferno di Al Tafar, con Yellow Birds ci molla due ceffi in faccia e un pugno nello stomaco, svegliandoci. Non esiste una guerra pulita. Non esistono bombe intelligenti. La guerra è sempre la stessa, sporca, cosa; la guerra – scrive Powers – “è la massima creatrice di individualisti: come pensi di salvarmi la vita, oggi? Morire sarebbe un modo. Se muori tu, aumentano le probabilità che non muoia io.”

La guerra è morte, è distruzione di cose, di città, di coscienze. La guerra è un baratro che si porta appresso chi l’ha fatta, un marchio nell’anima che non si cancella più, come dice John (il protagonista del libro di Powers), una volta tornato a casa: “[…] Stavo scomparendo. Era come se in quella stanza oscurata, in un pomeriggio di primavera, mi stessi smantellando, e una volta finito sarebbe rimasta una pila di vestiti ripiegati con cura, e io sarei diventato l’ennesimo numero per i telegiornali delle Tv via cavo. Quasi riuscivo a sentirli. “Un’altra vittima, oggi – avrebbero detto – svanita nel nulla dopo essere arrivata a casa”. Pazienza.”

Yellow Birds è un gran libro. Un saggio poetico scritto in forma di romanzo, che scava nell’intimità emotiva di un giovane trovatosi nel crudo e sanguinante gioco della guerra. La storia è quella di due commilitoni, due amici che si conoscono in caserma, John – per l’appunto – e Murph, il fragile Murph. I due condividono tutto: addestramento, sogni, paure, trincee, fossati pieni di acque fangose, sangue e poltiglia umana. Condividono la paura di sentire una terrificante prossimità con la morte, perché in guerra “si presta attenzione soltanto alle cose rare, e la morte non era rara. Raro era il proiettile con il tuo nome scritto sopra, l’ordigno rudimentale sepolto lì apposta per te. Erano quelle le cose a cui stavamo attenti.” Ma Murph non è un automa programmato per uccidere. E succede per lui ciò che – in guerra – non è raro. Ma non sono la morte del corpo o la violenza brutale – sempre presente – il “basso continuo” di Yellow Birds. Ciò che fa da basilare sfondo a questo lucido romanzo di formazione impregnato di vera e cruda realtà è, a mio avviso, la morte della coscienza. Di giovani che, quando scelgono la strada della guerra, perdono per sempre la pace interiore e l’innocenza.

Ma Murph, il fragile Murph, era diverso: “[…] Voleva vedere un po’ di gentilezza, voleva guardare una bella ragazza, voleva trovare un posto in cui la compassione esistesse ancora, ma il punto non era quello. Lui voleva scegliere. Voleva volere. Voleva rimpiazzare l’ottundimento che gli stava crescendo dentro con qualsiasi altra cosa. Voleva decidere cosa avere intorno, rifiutare ciò che gli piombava addosso per errore o per caso, rimanendo poi in orbita come l’anello di un pianeta. Voleva un ricordo creato di sua volontà, per compensare i resti frantumati di tutto ciò che non aveva chiesto.” Voleva, in fin dei conti, continuare a sentire la sua coscienza libera e pura, cosa che la guerra aveva ormai ucciso. E quando muore la coscienza, lì – in quel frangente – si muore davvero. E anche se poi si continua a respirare, vedere, toccare, amare, non è più come prima. È tutto appassito, è come vivere con un macigno sul cuore, con la colpa infilata nell’anima.

Yellow Birds mi ha segnato. Un libro tanto lucido e distaccato, quanto profondo e commovente. Una sorta di elegia contro la guerra cantata da chi la guerra moderna, nella giovinezza che dovrebbe essere spensierata, l’ha vissuta. Un libro che ha il merito, raro, di non lasciare indifferenti. Un libro che apre gli occhi e bussa alle nostre coscienze sopite dicendoci, per bocca di John che “il dolore era dignitoso e nascosto, com’è quasi sempre il dolore, uno dei motivi per cui al mondo ce n’è sempre così tanto.” Burp!

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