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Kill the refree – Uccidi l’arbitro, la recensione

Kill the refree è un documentario firmato da tre registi che racconta in presa diretta i veri protagonisti di Euro 2008: gli arbitri. Tra minacce di morte e lati umani.

Europei di calcio 2008, partita inaugurale del torneo tra Svizzera e Polonia.

Ad arbitrarla c’era l’inglese Howard Webb, futuro direttore di gara della finale dei Mondiali nel 2010, che si ritrovò a gestire un incontro incandescente: prima il gol in fuorigioco dei polacchi, non visto dal suo guardialinee, e alla fine l’assegnazione di un rigore netto (ma non per tutti) al 92′ per gli svizzeri.

E proprio quest’ultimo episodio gli attirò l’ira della Polonia intera, tanto che l’allora Primo Ministro affermò che avrebbe voluto ucciderlo!

Questo è solo uno dei tanti episodi che accaddero in quel torneo, raccontati dalla parte degli arbitri nel film Kill the referee – Uccidi l’arbitro (2009) diretto da Yves Hinant, Delphine Lehericey e Eric Cardot, documentario girato direttamente a contatto con i protagonisti durante quelle settimane.

Il film fu presentato a Locarno nel 2009 e racconta, con lucidità e senza stereotipi, la vita dei direttori di gara dentro e fuori dal campo durante la manifestazione continentale di 7 anni fa.

I “fischietti” coinvolti nelle riprese furono i più celebri ed emergenti a livello internazionale dell’epoca, dal già citato Webb all’italiano Roberto Rossetti, che arbitrò la finale tra Spagna e Germania, passando per lo spagnolo Mejuto Gonzalez e lo svizzero Massimo Busacca.

Ma nonostante la loro professionalità fosse più che affermata, non furono immuni da critiche per le loro decisioni e perfino da minacce fisiche: la famiglia dell’arbitro inglese visse per qualche tempo nella paura perché, dopo l’episodio del rigore, delle persone polacche continuavano ad aggirarsi attorno la sua casa in Inghilterra, con la polizia che doveva sorvegliare costantemente la zona.

Scene di non ordinaria follia anche per chi arbitra a certi livelli, che in Austria e Svizzera, ossia i Paesi ospitanti l’Europeo, si tramutarono in un rafforzamento delle scorte per gli arbitri.

Aldilà di minacce e insulti, comunque, il film descrive perfettamente anche i “dietro le quinte” dove i direttori di gara preparavano le partite, dallo studio degli errori in campo con gli altri colleghi fino all’arrivo negli spogliatoi, dove la tensione diventa così densa che si tocca con mano, opprime, e da vita a una lunga serie di rituali scaramantici per scacciare l’ansia e liberare la mente.

Piccola nota personale: l’aria che si respira in quei momenti e che si vede nel film colpisce ancora di più se si pensa che è la stessa provata da tutti i direttori di gara, giovani e meno, che dal settore giovanile fino alla Coppa del Mondo sentono tutta la pressione del momento su di sé.

Dopo le partite si rivedono gli sbagli commessi, ci si confronta con gli altri colleghi (in inglese, tutto il documentario è sottotitolato in italiano) e alla fine rimangono solo i migliori.

Basta un solo sbaglio per tornare a casa, come nel caso della terna inglese, ma può anche non bastare fare una prestazione perfetta: Gonzalez dovette lasciare l’Europeo perchè la Spagna era tra le finaliste e quando accade questo si crea il frustante conflitto Nazionale-carriera personale.

Raccontare gli arbitri è sempre difficile, vuoi la poca conoscenza del pubblico a riguardo, vuoi la loro stessa diffidenza a parlare fuori dal campo con i media (per tutela personale), ma i registi sono riusciti a creare un film con i colori del noir, ricco di sfumature grottesche del reale e che colpisce dritto lo spettatore.

Una pellicola che fa pensare molto sul clima tesissimo che respira chi è chiamato ad arbitrare le partite, che tutti noi commentiamo davanti alla TV.

Guarda il documentario su Youtube

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