L’Italia non fa paura (al cinema)

L’Italia non fa paura (al cinema), di Adamo Dagradi

L’Italia non fa paura (al cinema). Un articolo che vuole illustrare un percorso e sollevare una polemica

Il 6 gennaio 1896 i fratelli Lumières proiettarono uno dei loro corti di 45 secondi dal titolo: L’arrivo del treno alla stazione di Ciotat. La leggenda vuole che il pubblico, ancora scosso dalla novità del cinematografo, fuggisse dalla sala temendo di essere travolto dalla locomotiva. C’è da scommettere che, ripresisi dallo spavento, gli spettatori presenti quel giorno siano diventati affezionati cinefili.

Prima dei titoli di testa di The Hurt Locker di Kathryn Bigelow appare la scritta: «La guerra è una droga». Potremmo parafrasarla in «la paura è una droga» (guerra e paura sono imprescindibili). Questa è la ragione, semplice e innegabile, per cui l’horror è uno dei generi più longevi e stimolanti. Possiamo spolverare i cliché che trovano nel successo di questa narrativa la necessità di “esorcizzare le fobie quotidiane” o che gli attribuiscono una funzione catartica.

La verità, più cinica e spaventosa, è che la paura è un’emozione forte e diretta: un bene prezioso all’interno di vite che spesso si riducono a un limbo di giorni tutti uguali. Durante gli anni ’80, con l’avvento dei generi splatter e gore (due gradi crescenti di sanguinarietà), i film dell’orrore hanno iniziato a fare “schifo” (in senso buono), spesso stemperati da generose dosi di humour nero. Un esempio: l’indimenticabile Re-Animator (1985) di Stuart Gordon (avete mai visto un uomo strangolato da un intestino?).

In questo articolo vorrei illustrare un percorso e sollevare una polemica. Il percorso è quello della new wave horror iniziata una decina d’anni fa. La polemica si chiede perché l’Italia, a questa rivoluzione, ha deciso di non voler o poter partecipare.

Il primo film veramente spaventoso della nuova era è, senza dubbio, The Blair Witch Project (1999). Dimostrò al mondo che era possibile produrre un lungometraggio eccellente spendendo meno di 100.000 dollari. Guadagnò 249 milioni di dollari e diede vita a un prolifico sottogenere: quello degli horror in soggettiva, pseudo documentari o girati con una sola telecamera. Tra questi: The Last Broadcast (che in realtà precedette “Blair” di un anno), Cloverfield, George Romero’s Diary of the Dead, REC, The Fourth Kind e Paranormal Activity.

Il 2002 fu un altro anno importante: Danny Boyle diresse, spendendo solo 9.8 milioni di dollari, 28 giorni dopo, opera a tratti terrorizzante, tecnicamente vertiginosa (ricordiamo la passeggiata per una Londra disabitata con i Godspeed You Black Emperor a far da colonna sonora), capace di svecchiare l’intero sottogenere dedicato agli zombie. L’idea era semplice: in questo film gli attaccanti (che in realtà sono esseri umani vivi e vegeti ma infetti da un virus) corrono.

Alla paura di una massa ostile, di un mondo svuotato, dei tuoi cari che all’improvviso ti vogliono mangiare, viene tolto l’unico misero conforto: almeno, un tempo, erano lenti. Tra i migliori horror della storia del cinema, 28 giorni dopo figlia numerose imitazioni: L’alba dei morti viventi di Zack Snyder è una brillante fusione di Romero e Boyle; il sequel 28 settimane dopo è quasi all’altezza dell’originale; Dead Set è un coraggioso tv movie inglese che vede i ragazzi del “Grande Fratello” assediati dagli zombie (e non è demenziale!).

Ma non ci sono solo zombie al servizio di sua Maestà, anche navi spaziali infestate (Event Horizion, Sunshine), teenager assassini (Eden Lake), killer e mostri tutti da ridere (Severance, The Cottage, Shaun of the Dead). Tra la fine dei ’90 e l’inizio del millennio la Spagna alza la voce: Guillermo del Toro scrive e dirige La spina del diavolo (2002), Jaume Balagueró sforna The Nameless (1999) e Darkness (2002), Alejandro Amenábar ci regala The Others (2001).

Quattro film seri, eleganti e spaventosi. Da qui in poi è tutto un fiorire di titoli, che culmina col capolavoro The Orphanage (2007) di Juan Antonio Bayona. Quest’ultimo è un’opera speciale: si parla di fantasmi di bambini (una costante dell’horror spagnolo) ma con grande delicatezza, evocando addirittura il Peter Pan di Barrie: il risultato è che la pellicola, oltre a terrorizzare, commuove. Se ne accorge tutto il mondo: Bayona apre il festival di Cannes e rischia la nomination all’Oscar.

Nel 2003 ci si mettono anche i francesi. Alexandre Aja dirige uno slasher di scioccante violenza dal titolo Alta Tensione. Viene subito chiamato negli USA dove sforna l’eccellente remake di Le colline hanno gli occhi (2006), l’ottimo P2 (2007) e il blando Mirrors (2008). Lo aveva preceduto Christophe Gans nel 2001 con Il patto dei lupi, costosissimo monster movie in costume. I suoi compatrioti si scatenano: David Moreau e Xavier Palud confezionano Them (2006); Frontière(s) (2007) di Xavier Gens è un bagno di sangue; Martyrs (2008) di Pascal Laugier è anche peggio, va oltre il torture porn, sfiorando territori offensivi per lo spettatore, aggravato da pretese di misticismo (se è il concetto che conta, perché le due protagoniste, denudate e torturate, sono così carine?). L’iperviolenza diventa un trademark gallico.

Dell’America è inutile parlare: si può dire che iniziò tutto lì nel 1999 col formidabile Sesto Senso di Shyamalan. Il Sudafrica va all’Oscar col fanta-horror District 9 (che è costato più o meno come “Barbarossa”) mentre l’Oriente: Cina, Corea e Giappone, è un discorso a parte, prolifico e alieno. E l’Italia? Niente. A fare horror sono rimasti solo Pupi Avati (La casa dalle finestre che ridono, nel 1976…), l’unico ad aver capito che la bassa padana è più gotica della Louisiana o dei deserti dell’Arizona e Dario Argento.

Ma il “maestro” Argento, dopo le glorie del passato, ha toccato il fondo in maniera così eclatante (Il cartaio, La terza madre) da attirare l’aperta derisione della stampa internazionale. Parliamo di pellicole non solo prive di senso logico (e onirico) ma tecnicamente inaccettabili. H2Odio (2006) ha cercato la via dell’eleganza bucolica, alla Picnic a Hanging Rock, ma il ritmo lentissimo e la trama semplicistica hanno reso il film soporifero. Stefano Bessoni è andato in Spagna (guarda caso..) per lo sconclusionato Imago Mortis (2009). Smile (2009), di Francesco Gasperoni (girato in America…) è una trita rivisitazione del tema serial killer, reminiscente dei vari Saw. Quattro horror girati Italia (di Iannone, Manetti Bros., Genovese e Zampaglione) sono attualmente senza distribuzione.

Non è un problema di soldi e non è un problema di “indole solare e mediterranea” (ce l’avrebbero anche gli spagnoli). Ma allora perché siamo tagliati fuori? Tre semplici ragioni:

  1. Ce la tiriamo: Infascelli crede di essere Fincher, Argento cita Hitchcock (ma per piacere..), i Manetti fanno il verso a Peter Jackson. I risultati sono catastrofici: parodiamo senza averne l’intenzione, cerchiamo la metafora prima della trama (perché tutto, da noi, dev’essere “ARTE”), ce ne freghiamo se gli attori sono dei cani.
  2. I produttori sono imbalsamati: se un film non ne ricorda altri tre che hanno avuto successo non lo vogliono. Il serpente, così, si mangerà la coda per sempre.
  3. Non siamo più capaci. Per fare le cose bene ci vuole abitudine. Provate a tirare fuori la chitarra dall’armadio dopo vent’anni che non la usate e vedete un po’ se vi riesce un assolo.

Con la testa alta (per vanità) e le braghe calate siamo diventati la più remota provincia dell’impero. L’unica cosa di cui dobbiamo aver paura ormai è un sistema culturale, che abbiamo partorito e nutrito, incapace di contemplare l’evoluzione.

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  • Massimo Zammataro

    Complimenti per questo breve excursus.
    Mi sia consentito, però, fare alcune precisazioni, senza alcuna pretesa di autorevolezza.
    In merito a “The Blair Witch Project” (film all’epoca assai sopravvalutato grazie ad un clamore mediatico creato ad arte), corre l’obbligo di precisare che sia l’idea di partenza da cui si dipana la storia, sia la tecnica narrativa quasi a flash-back, nonchè la ripresa “camera a spalla” o in soggettiva, non sono per nulla originali o innovative. Anzi, sono la fotocopia di quell’italianissimo e sorprendente “Cannibal Holocaust” di Ruggero Deodato risalente al 1979, un pò figlio a sua volta dei mondo-movies (italiani)degli anni ’60 (“Mondo Cane”, per tutti).
    Da citare, per amore della cronaca, almeno altri due precedenti film (per quanto diversi nel genere e nelle intenzioni): “La morte in diretta”(1980) di b. Tavernier ed il belga “Il Cameraman e l’assassino” (1992)di AA.VV.
    Vero è, invece, che dopo TBWP l’uso smodato della camera a mano è quasi diventato la norma (con esiti, per la verità, altalenanti).
    Analoga considerazione per “28 Giorni Dopo”. Senza nulla togliere alla bellezza della pellicola, tuttavia all’occhio esperto non può essere sfuggita la palese analogia con un altro film italiano del 1980: “Incubo sulla città contaminata”, di Umberto Lenzi. Anche qui si riscontra la sovrapponibilità di assunto di partenza nonchè l’intuizione degli pseudo-zombi “velocisti”. Illustre predecessore di entrambi i film ( e anche di “28 settimane dopo”), resta, a mio avviso, “La città verrà distrutta all’alba” (1973) di G. Romero.

    Detto ciò, condivido tutte le tue restanti considerazioni e soprattutto le conclusioni sull’incapacità dell’Italia (direi più dei produttori che degli autori) di (ri)dare vita all’horror nostrano.
    “Continuiamo così, facciamoci del male…” (op. cit.) 🙂

  • Grazie Massimo per le interessantissime precisazioni! E’ il tipo di risposta costruttiva che ogni articolista sogna dopo un suo intervento: nessuno di noi può sapere tutto o aver visto tutto ed è qui che intervengono le meravigliose possibilità collaborative del mezzo internet. TBWP, analizzato con distacco, non è un gran ché, ma ricordo di averlo visto in una sala che vibrava di tensione e gliene dò credito. Personalmente, pur non amando il lavoro di Deodato, gli riconosco un coraggio da leone (ahimé confinante con eccessi di dubbio gusto … per lo meno se quello che dicono riguardo alle violenze vere sugli animali è vero). Degli zombi “velocisti” di Lenzi nulla sapevo e correrò a procurarmi una copia del film! Direi che sul punto della situazione siamo d’accordo: questa new wave non ha inventato niente ma ha sdoganato il genere nel nuovo millennio redendeolo appetibile, per ritmo e qualità, a un pubblico più irrequieto ma non necessariamente meno esigente. L’Italia resta ferma al pit stop. Incrociamo le dita per il futuro anche so non sono ottimista…

  • Infatti quello che è incredibile è che per tutti gli anni ’70 e nella prima parte degli anni ’80 l’horror italiano ha fatto scuola: abbiamo sfornato moltissimi titoli, alcuni sicuramente si serie B ma altri che sono tutt’ora considerati delle pietre miliari del genere. E dopo? Niente… tabula rasa.
    Sarebbe interessante anche riflettere su come internet abbia giovato tantissimo all’horror: da sempre i film horror hanno come target principale i giovanissimi; internet è utilizzato tantissimo dai ragazzini; tutti i film horror da TBWP in poi hanno imparato a sfruttare al meglio il marketing virale in rete. Se unite questi tre puntini (un po’ come si faceva nella settimana enigmistica) salterà fuori un quadro abbastanza chiaro: internet ha dato un spinta enorme al genere (rivitalizzato anche dalle incredibili potenzialità degli effetti speciali).
    Oddio, un’analisi abbastanza superficiale la mia ma lo spazio è giusto quello di un commento…

  • Grazie anche al mitico Giacomo! Il problema con l’Italia, secondo me, è che in passato avevamo delle bellissime idee ma eravamo a corto di mezzi e professionalità (a parte eccezioni come Bava e pochi altri) per realizzarle. Ora che avremmo i mezzi non troviamo più produttori capaci da dare fiducia ai giovani, che sicuramente ci sono e avrebbero voglia di svecchiare l’atmosfera. Sulla pubblicità virale sono ancora un po’ scettico: per ora sembra funzionare bene, come facevi notare, sui finti film-verità, come TBWP o Cloverfield. In compenso l’avvento delle “pellicole” digitali ha dato la possibilità a tutti di lavorare contenendo i costi: non c’è più l’incubo del “buona la prima” per ragioni di metraggio della pellicola. Questo è un grandissimo risultato, più di qualsiasi effetto speciale!

  • Luca Rubinato

    L’horror è un genere difficile da maneggiare, per lo stesso motivo per cui è così potente ed efficace quando ben costruito: si basa su opposizioni primarie, semplici, immediatamente riconoscibili. A mio modo di vedere questo pone un problema enorme a uno sceneggiatore, offrendogli nel contempo la più ghiotta delle opportunità. Qualsiasi horror, per potersi dire riuscito, deve innovare. Trovare un nuovo livello di lettura, un nuovo tasso di realismo, rompere rispetto a ciò che lo ha preceduto mantenendo però una certa continuità. Richiede una dote che in Italia un po’ latita: l’onestà, la capacità di mettersi a nudo e trovare ciò che davvero ci disturba, ci tocca e ci muove.
    Purtroppo io onestà e voglia di colpire bassi e cattivi in Italia non ne vedo, spesso neppure nei registi zero budget che pur ci provano, con tanta volontà ma poco altro.
    Oltre a questo, noi continuiamo a pagare lo scotto di un pregiudizio verso il genere ancora saldamente radicato nel nostro paese. Il genere è qualcosa di inferiore, indegno di un “vero regista” o di un “vero scrittore”.
    Quello che mi deprime profondamente è vedere come all’estero non soltanto il genere viva un momento di grande fermento, ma come sia riuscito a sfondare le barriere e a filtrare in tanti, tantissimi ambiti diversi (basta vedere cosa sta succedendo nella nuova serialità americana, per fare un esempio). Mentre, nel contempo, anche le barriere tra le diverse cinematografie diventano sempre più labili (dagli USA a Hong Kong e ritorno, per dire). Questi due fenomeni gettano le basi per un futuro eccitante, di contaminazioni e rimandi infiniti, in una parola di grande vitalità. Nel frattempo, l’Italia se ne sta chiusa nel suo guscio, preoccupata di salvaguardare non si sa bene che sacra identità, con registi trentenni che ancora si rifanno al Neorealismo (movimento fondamentale, che era però di avanguardia ormai sessanta anni fa…) e critici che considerano la sceneggiatura alla stregua della pellicola: semplice materiale pro-filmico, come se non andassimo al cinema cercando prima di tutto una storia…
    Nel proprio piccolo ci si prova, ma senza confronti, scontri, scambi di opinioni e sfide, difficilmente si riesce a maturare come autori. In questo senso, complimenti per quello che state facendo e per la voglia che ci sta dietro. Chissà che ci sia occasione di incontrarsi e fare qualche danno.

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