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L’uomo invisibile, la recensione in anteprima

L'uomo invisibile, la recensione in anteprima

Con L’uomo invisibile Universal  sfregia un altro dei suoi storici mostri. Whannell, co-creatore della saga di Saw, fallisce con un thriller-horror scontato e loffio.

Con questa nuova versione de L’uomo invisibile Universal continua nella minuziosa distruzione dei suoi storici mostri.

Il progetto cinematografico conosciuto come Dark Universe,  iniziato con l’infame Dracula Untold (2014),  proseguito con l’inguardabile La mummia (2017) è ahinoi giunto al suo terzo infausto capitolo.

Visto l’insuccesso de La mummia con Tom Cruise, il progetto,  che doveva essere inizialmente un blockbuster con Johnny  Depp, è stato rimaneggiato e passato alla consociata Blumhouse, che ha ormai ampiamente dimostrato di essere in grado di produrre ottimi horror e thriller dal budget ridotto.

L’uomo invisibile, la trama

Non è però questo il caso, e la storia, liberamente (molto liberamente)  tratta dall’omonimo romanzo di H.G. Wells dovrebbe bastarvi per stare a debita distanza da questo film.Cecilia Kass (Elisabeth Moss) è da tempo vittima delle violenze del marito Adrian (Oliver Jackson Cohen), scienziato tanto geniale quanto folle.

Dopo l’ennesima turbolenta notte decide di fuggire facendo perdere le sue tracce grazie all’aiuto della sorella e di un vecchio amico. Adrian, apparentemente turbato per la fuga della moglie, si suicida lasciandole in eredità 5 milioni di dollari inserendo però nel testamento per la quale non avrà diritto ai soldi nel caso fosse riconosciuta mentalmente instabile.

Improvvisamente  Cecilia inizierà a sentirsi spiata e si convincerà che il marito non sia morto, ma abbia semplicemente  trovato la forma di scomparire inscenando il suo decesso…

Tanti problemi per un film che non convince

I problemi sono tanti, a partire da una sceneggiatura sempre approssimativa e telefonata.

Il passato e le invenzioni dello scienziato sono appena abbozzate ed il personaggio è fin troppo misterioso, così come le sue motivazioni che si riducono ad un odio apparentemente immotivato verso la moglie.

Inoltre, anche quello che dovrebbe essere il colpo di scena finale risulta una soluzione ridicola e poco credibile.

La regia non sarebbe neanche malaccio, quadrata, senza inutili virtuosismi o continui jumpscare, ma con una storia così “invisibile” il ritmo viene subito a mancare e diventa davvero arduo (tanto per il regista quanto per gli attori) poter tirare fuori qualcosa di buono.

Male, anzi malissimo, la computer grafica e gli effetti speciali che non danno allo spettatore neanche per mezzo secondo l’idea di stare vedendo qualcosa di plausibile. 

Secondo passo falso per Leigh Whannell

Peccato per il regista e sceneggiatore Leigh Whannell che ho sempre seguito con un certo affetto per aver firmato insieme a James Wan  la saga di Saw – della quale ha sceneggiato tre capitoli oltre a partecipare come attore – ed aver creato la saga di Insidious.

Alla prova della regia però Whannell stecca per la seconda volta dopo Upgrade (2018), tra i peggiori horror degli ultimi anni, e dimostra di avere qualche problema negli scegliersi i progetti.

L’uomo invisibile pecca a livello di storia per volersi a tutti i costi smarcare dal romanzo e dalle sue precedenti versioni cinematografiche (i film degli anni’30-40 ma anche le riletture di John Carpenter e Paul Verhoeven) strizzando apertamente l’occhio al movimento  me too, senza però avere una solida struttura alla base.

A metà tra il thriller e l’horror non prende mai una chiara direzione, manca di tensione e non lascia nulla di memorabile, come invece un film con protagonista un mostro, dovrebbe fare.

Speriamo che dopo questa ennesima cantonata la Universal abbandoni una volta per tutte il suo Dark Universe che di scuro per ora c’è solo l’umore dello spettatore che esce dalla sala mentalmente provato.  

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