La banda degli imperatori

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La banda degli imperatori, un racconto inedito di Marco Barizza per Sugarpulp MAGAZINE

Le fiamme bruciavano il cielo scuro di novembre, quando la notte ancora non portava il suo nome.

I ragazzi s’erano raccolti attorno ad un auto, e la osservavano fiammeggiante e sacra al morire del giorno, espellere i rifiuti plastici della carrozzeria, i tessuti lisi e frusti dei sedili, il volante scolorito, i pedali, la centralina elettrica, il motore, la vernice, il santino unto di padre Pio; tutto era divenuto, con pazienza snervante, un unico cuore di mille lampadine accese, un totem invitto del tempo vuoto.

Un dio reale da poter pregare, piangere e amare. La divinità dei pagani sotto il Sinai, la verità che era sempre rimasta nascosta ai popoli.

Grandi fiamme salivano per almeno tre metri sopra il tetto dell’auto, le più spavalde anche quattro.

I ragazzi sorridevano alle vampe, accogliendo con un emozionato Ooooohh di stupore le più ruspanti, tremende e spaventose cupe vampe.

Un fuoco colorato nella noia gialla di sigarette bruciate della provincia padana, rappresentava di certo una straordinaria attrattiva per quei ragazzi, ma non per questo s’erano trovati attorno ad un auto in fiamme.

Non per questo l’avevano spinta a forza, nel fosso asciutto dietro al mattatoio e non per questo l’avevano inzuppata di benzina, saltellandole attorno come una turba di terribili spiritelli affamati di vita e meraviglia, prima d’incendiarla.

Il giorno appresso si sputarono addosso paure e sorrisi biechi all’osteria, era dopo mezzogiorno, fuori piovevano fiori neri dallo spazio, nuvole violacee sorridevano maligne oltre gli occhiali violetti della Silvia, la donna del Toni.

Bevvero quattro o cinque giri di roba forte, king kong, americani, negroni e ancora americani. Tirati a lucido, Lollo, il rosso, Beretta, Toni e Silvia, sfilarono oltre le strade scivolose e inutili del centro del paese.

I denti catramosi della città erano spuntati dal terreno come funghi e aggredivano con spietata boria l’orizzonte, per dar nuova vita all’economia del paese, ghignavano sporchi caseggiati come i soldi messi in circolo dall’impresario.

Capelli malati e fuligginosi ossidavano i divani nelle case dei gonzi senz’anima, zombi rumorosi che pagavano la pigione in orario.

Correndo come frecce spuntate, i ragazzi si diressero verso gli scogli. Lollo voleva vedere il mare, perché il male già lo conosceva, disse.

Due ore e mezza dopo stavano scassinando la porta in lamiera del faro.

I ragazzi non lavoravano, non avrebbero mai dovuto farlo, non in questo stato di cose. Morti per morti, meglio oziare.

Sul giornale si parlava della pensione a settantacinque anni per la classe dell’ottanta. Niente pensione, niente stipendio, niente straordinari, niente timbratrice, niente benzina, niente bambini, niente carrozzine, carrelli elevatori, mutui, leasing e finanziamenti taeg zero vita zero.

La classe dell’ottanta era roba forte, roba dura a mandar giù, bocconi al gusto salnitro per la gente per bene seduta nei bistrot.

A pagina cinque si parlava della Jaguar bruciata in provincia, ragazzata, roba da vandali di paese, gente senza speranza con facce tutte uguali, facce disperate, mostri suburbani, subumani schizzi andati a male.

Cupe vampe bruciavano nei loro cuori, loro non erano come gli altri, cupe vampe arrancavano, sbracciando e sgomitando per uscire dai loro occhi, cupe vampe ardevano imperiture nei loro sogni.

Non c’è speranza per chi non trova il mare. – sorrise il Toni. Una Jaguar era una Jaguar, una macchina spettacolare, eleganza borghese al suo massimo. Ma una macchina era sempre una macchina.

Rimasero seduti sulla spiaggia per tutto il pomeriggio, con poco da dirsi. Fumarono e osservarono in fondo, le petroliere che viaggiavano pesanti su un mare renitente dal fondo impenetrabile.

Fratelli, il paese ci chiama, ci pone davanti una strada, credo di averlo capito in questo momento. Esso ci chiede di ballare la danza macabra con le ossa rotte delle città. Ci chiede di salvarlo, di immolare i nostri anni, i nostri denti buoni, le schiene dritte, il cervello sveglio, le gambe svelte, ogni cosa, ogni cosa. 

Il profeta apparve sulla vetta del faro, il Rosso, svestito si era calato di brutto, indicò un punto oltre il folto
che si stagliava al margine della spiaggia.

Fratelli, le fiamme ci daranno consiglio, saranno la nostra preghiera della sera, la nostra penitenza. Dobbiamo bruciare ogni briciola di questo paese gerontocratico, mafioso, oligarchico, assassino, violento, ineguale, volgare e trapassato. Lui mi ha chiamato, mi ha spinto verso le sue tentazioni, ma io ho resistito. Ho conosciuto il desiderio, il mortale desiderio di possedere molti soldi, solo i pazzi possono conoscere simili abbondanze. Riempiamo i caveau di rose carnose e ginestre, ginepri, abeti, papaveri, farfalle.

– Dici bene mio illuminato vate.

– Il sole della nazione riflette i desideri degli zombie alla rovescia. Il sole della nazione va purgato. Lasciamo che siano le fiamme a decidere, lasciamo che sia la palta, la polvere scura a coprire il capitalismo – si unì al delirio mistico il minuto Beretta.

La sera cenarono in un tugurio disabitato sulla strada per il paese. Era il momento, quando anche l’ultimo boccone fosse stato ingoiato, quando anche l’ultimo sorso di birra fu ingollato, venne il momento che la volta stellata fu rischiarata per lasciare i colori nuovi al cielo fresco.

Scesi in periferia, aprirono un passaggio a forza di cesoie nella rete attorno al cantiere silente.

L’impresario aveva truffato ancora una volta, aveva vinto la partita volgare per la supremazia territoriale, aveva speculato e mangiato ferro e vomitato cemento a sufficienza.

Aveva unto i giusti cardini nel piccolo comune, aveva unto e sbrodolato fervore, amore eterno in nome della collettività. Più nessun operaio alzava i martelli, più nessun geometra, ingegnere e architetto faceva filare le loro sopravvalutate matite sulla carta.

Le fondamenta sembravano monoliti carboniferi dispersi da prima che l’uomo avesse messo il suo piede sozzo nella pozzanghera dell’evoluzione. Travi, putrelle, legni e pozzetti erano impilati in ordinate fila, tanto da sembrare un’immane e spaventoso esercito, era tutto morto nella pozza fangosa dove sarebbe sorto un ecomostro, dove tanti bravi cristiani avrebbero messo su famiglia.

– “Tornate alle vostre superbe ruine, all’opere imbelli dell’arse officine, ai solchi bagnati di servo sudor”. –

Il Toni aveva estratto la scatola dei fiammiferi dalla tasca, citando il coro dell’Adelchi, mentre gli altri avevano già scaraventato benzina in ogni anfratto della terra, sopra ogni trave di legno e ogni attrezzo che giaceva spento, privo d’energia, con loro, ruspe e scavatori avrebbero patito la fiamma rinnovatrice e dove un tempo avrebbe dovuto sorgere un dente storto dalla terra, ora un bosco di more avrebbe attecchito dalle rovine bruciate della modernità spinta.

Quando l’intero isolato prese a bruciare di fiamme colorate e le prime esplosioni colsero di sorpresa all’ora del Quiz gli zombi delle zone residenziali, la tribù danzò la più tragica delle danze con gli scheletri moderni delle urbanizzazioni barbariche, coi cartelli di sosta, con le rampe per disabili mai terminate, coi motorini sui marciapiedi, con i mucchi d’immondizie ai lati della strada.

Loro erano topi salvifici delle fogne di Babilonia, erano i corvi del cimitero ebraico di Praga, erano i microbi ostili e resistenti, erano i morti resuscitati, non più zombi ma vampiri in cerca di carne fresca e tombe da bruciare.

– Bruceremo ogni cosa, abbatteremo ogni traccia del presente, mireremo dritto al cuore. – Disse il rosso, fissando il pesante strato d’insediamenti umani a occludere la visuale.

– Saremo Nerone, saremo Ponzio Pilato, saremo Cesare. – Aggiunse Silvia.

– Non vi sarà più contrada, ne paese, ne città. Libereremo il sole antico – sorrise Beretta, i suoi occhi miravano uno a valle e uno a monte.

– Sì – ne convenne Lollo.

Prima di mattina, incendiarono altre due auto. Alle dieci si presentarono alle porte della banca del centro, senza pistole in pugno o passamontagna calati, entrarono armati di grandi sorrisi rassicuranti.

– Conosciamo il timore che si agita nel vostro animo, ma non vi sarà fatto alcun male. Nessuno disturberà la vostra realtà, continuate a dormire. Lei, signora, prenda i soldi per il regalo di suo figlio. Lei, signore incravattato, chieda un’altra dilazione del prestito, pagate con tutta calma. –

Lollo sorrideva e così i suoi compari, la Silvia addirittura si premurò di ammiccare al cassiere, mentre svuotava il cassetto dei soldi.

– Niente. Non succede niente. Andrà tutto bene, il Pil è in crescita, la disoccupazione si abbassa di giorno in giorno, a vista d’occhio, i poveri sono sempre meno, noi siamo tutti ricchi. Andrà tutto bene. –

Il rosso accarezzò i capelli di una giovane ragazza dai lunghi ricci rossi e dal tappeto di lentiggini sul volto, baciò la guancia di una donna che dall’età, avrebbe potuto essere sua madre.

Abbracciò un uomo che contava e ricontava i soldi che teneva nel portafogli, estraendolo e riponendolo di continuo, come se magicamente potesse apparire una certa somma nascosta, della quale anche lui s’era dimenticato da molto tempo.

– Andrà tutto bene – sorrise Beretta lasciando la banca. Dopo qualche istante, come se nulla fosse accaduto, il brulicare impazzito degli zombie ricominciò, senza soluzione di continuità.

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