La Bestia, un racconto dei Miti di CTHULHU

La Bestia

La Bestia, un racconto dei Miti di CTHULHU di Giorgio Cracco per Sugarpulp

Mentre chiacchierava con il suo vecchio amico all’entrata della nota e storica discoteca situata all’ingresso di Lignano, Marco osservava le giovani anime della notte che affluivano in massa al locale per uno degli ultimi sabati sera della stagione.

Quella frizzante serata di fine agosto, in quanto a numero e qualità di presenze giovanili ruspanti ed aggressivamente cool, non stava per niente tradendo le attese.

Aggiornato da Davide, ospite praticamente fisso del posto, sulle più recenti, imperdibili perle del gossip balneare, vedeva sfilare i tanti giovanotti abbronzati e le loro amiche griffate, e molto poco vestite, con un occhio allo stesso tempo distante e divertito.

L’aria di mare che permeava ogni cosa e l’esibita, compulsiva voglia di spensieratezza generale che lo raggiungeva a ondate ricorrenti, erano come un voluttuoso canto di sirena regalato con cocciuta insistenza alle orecchie sterili di un marinaio sordo.

Nel veder passare sul tappetino rosso quelle splendide ragazze, accompagnate dagli sguardi eloquenti ed eccitati dei maschi calati in forze sul gregge di donzelle in esposizione, percepiva i barlumi di vecchi ricordi e antiche emozioni, reperti impolverati di un’epoca in cui anche lui era stato capace di lasciarsi andare al semplice divertimento.

Era tornato a Lignano Sabbiadoro per lavoro, dopo un’assenza di molti anni. Nella località di villeggiatura tanto cara ad Hemingway, prima della Folgore, del lavoro da contractor e della nuova vita americana nel New England, aveva passato le sue estati più belle.

Lignano lo aveva sempre accolto a braccia aperte, permettendogli di trascorrere piacevoli giornate con gli amici nell’unico luogo in cui poteva essere davvero sé stesso e dimenticare ciò che nel resto dell’anno, e nel resto del mondo, mai si sarebbe fatto dimenticare.

Ad un certo punto, la vita gli aveva imposto altre scelte e Lignano, per un lunghissimo periodo, non era stata che un’oasi lontana e irraggiungibile. E questo fino all’estate di quell’anno, nel quale i colleghi americani gli avevano chiesto di spendere alcuni mesi nel Nord Italia, per curare certi loro interessi ormai troppo urgenti per essere differiti ulteriormente.

L’occasione per rivivere i luoghi e le persone che gli erano stati enormemente cari in passato gli si era finalmente ripresentata e lui, in fondo al suo cuore solitario, sapeva di esserne felice.

Davide lasciò cadere la sigaretta senza curarsi di spegnere il mozzicone: “Torniamo dentro, Marco. C’è un casino di movimento stasera.”, ammiccò, “Ne ho già viste almeno una decina cazzo, di bionde che mi farei al volo. Altro che queste sigarette di merda.” Davide, senza aspettare la risposta, fece partire la risatina sguaiata e caciarona tanto apprezzata nella sua scatenata compagnia di corsari lignanesi, e rientrò nel locale.

Marco lo seguì, riconsegnandosi ai maggiori successi dance del momento, mixati con spietata efficienza dal dj. Lui e Davide raggiunsero gli altri. I loro amici, in piedi attorno al tavolo riservato, si guardavano sconsolati, tra alzate di spalle e perplesse espressioni di scherno sparate a casaccio.

Qualcuno gridò in un orecchio a Davide che la dose di alcolici che spettava alla tavolata era terminata: “E adesso che cazzo facciamo, Dave? Ho la gola secchissima…come cazzo la tiriamo l’alba, che col carburante siamo già in rosso?”

Davide lanciò un’occhiata tra il guascone e l’annoiato a quell’accozzaglia di simpatici rompicoglioni che si ostinava a definire amici.

“Ci penso io.”, disse quindi, “Vado a sentire che cazzo si può fare. Mi faccio mandare qualcos’altro. Voi intanto,”, urlò, cercando di sovrastare la musica, “tirate fuori i soldi, razza di stronzi.”

La sua risata si perse tra le note dell’attacco di “Turn me on” di David Guetta, mescolate al gridato entusiasmo dei presenti.

Davide, voltate le spalle, scomparve tra la gente in direzione di uno degli angoli bar. Marco rimase in attesa in mezzo al popolino rassicurato dalla promessa di altri drink. La compagnia sembrava comunque già dimentica del problema, impegnata com’era a gustarsi l’occhio con il continuo girovagare di succinte fanciulle nell’imperterrito struscio da dancefloor.

Marco apprezzava, come tutti, l’indubbio appeal estetico della situazione, ma il suo interesse finiva lì. In lui, qualunque idea di un pur estemporaneo approccio con qualche bella ed intrigante sconosciuta moriva, infatti, sul nascere. L’ultima volta che aveva tentato di includere una persona nella sua vita, il destino aveva risposto con un’infinità di dolore e tragedia per entrambi. Non era ancora il momento di una nuova sortita fuori dal buio.

Davide si fece attendere solo pochi minuti, tornando subito dalla truppa con buone notizie. Era in arrivo un’ulteriore scorta di vodka. Solo qualche euro in più e la serata sarebbe stata salva. I ragazzi applaudirono. Hurrà per Davide, il lungimirante capo branco che pensa sempre a tutti, e risolve qualunque problema.

Marco sorrise. L’amicizia, quel prezioso, salvifico legame invisibile tra le persone, aveva mille modi per manifestarsi nelle infinite esistenze che si intrecciavano senza sosta da che l’uomo era comparso sulla Terra. E non aveva importanza quale sciocco o futile pretesto scegliesse, di volta in volta, per palesarsi al mondo.

Mentre tentava di interessarsi al noiosissimo chiacchiericcio degli amici di Davide, Marco notò con la coda dell’occhio una scena, solo in apparenza uguale alle altre già viste e riviste fino a quel momento. Poco distante da loro, un paio di ragazze, nel tentativo di attraversare la pista da ballo, venivano forzate alla conversazione da un gruppo di gentiluomini vestiti a festa ed evidentemente desiderosi di nuove conoscenze femminili.

Il rifiuto delle due, con l’evidente irrisione del goffo tentativo di quattro bifolchi ripuliti, non sembrava essere stato preso con sportività da parte dei rifiutati in questione. Il lampo di aggressività, trattenuta a stento, che attraversò il volto del maschio alpha del gruppetto non passò inosservato a Marco neanche a quattro metri di distanza. Decise di fare la sua mossa in una frazione di secondo. Nonostante il frastornante crogiolo visivo e sonoro nel quale erano tutti immersi, il paracadutista di Maniago si era come sempre lanciato sul nemico senza che questi avesse il pur minimo sentore dell’imminenza dello scontro.

“Anna, finalmente siete arrivate. Tutto bene? Vi stavamo aspettando.”, pronunciò queste parole all’orecchio della bella mora che gli dava le spalle, cingendole il fianco e spostando lei e l’amica in modo da inserirsi tra loro e gli idioti dall’eccessiva autostima che le stavano infastidendo.

La ragazza si voltò verso di lui imitata dall’amica. “Scusa il ritardo. Sai com’è lei,”, indicò l’altra con un cenno del capo, cogliendo al volo l’imprevista ancora di salvezza, “ci impiega una vita a prepararsi. Ma adesso siamo qui, no?” “Infatti.”, rispose Marco, puntando i suoi cupi occhi scuri nelle facce degli interdetti rivali, “Nessun problema. Venite, vi presento agli altri.”

Marco non si era sbagliato. Guardando bene da vicino il boss di quei Casanova mancati, ebbe la certezza di non essere intervenuto per niente. Nello sguardo della sua improvvisata controparte c’era l’inconfondibile, sinistro piacere per la violenza che lui ben conosceva, e sapeva riconoscere, da ormai troppi anni.

Quel tizio era pericoloso, molto pericoloso. Almeno per delle venticinquenni armate solo di due corpi mozzafiato, fasciati da scollati vestitini che si arrestavano, per entrambe, appena a mezza coscia. Abbronzatura impeccabile, hair stylist costoso e misure generose completavano un armamentario d’assalto da risultato garantito che però, di fronte all’avversario sbagliato, poteva esporle ad una rappresaglia piuttosto rischiosa.

Senza concedere possibilità di replica ai quattro idioti, e controllando che se ne stessero al loro posto, Marco si allontanò con le ragazze in direzione di Davide e degli altri. I tizi si limitarono ad un’alzata di spalle, guardando le loro prede svanire tra la folla danzante e rivolgendo l’attenzione al culo di qualche altra fortunata.

Un ultimo, feroce scambio di occhiate tra Marco e lo stronzo capo fu l’unica cosa che rimase a perdersi nel vuoto di quello scontro sfiorato. La selvaggina fresca fu accolta con ovvio giubilo dai rinfrancati membri della gang di Davide, che per qualche momento pensarono di giocare a conoscere le fighette tratte in salvo dal colpo di mano di Marco.

“Grazie.”, disse Anna sorridendo a quest’ultimo e ignorando le maldestre battute esplorative degli altri, “Quelli erano degli stronzi. Che gente di merda gira stasera?” Marco la guardò sinceramente perplesso. A volte dubitava di vivere nello stesso mondo di viscidi approfittatori dei quali troppe sprovvedute anime belle sembravano del tutto inconsapevoli.

“Scusami.”, si corresse lei, fraintendendo la sua reazione, “Di solito non parlo così sboccato. O insomma, cioè, quasi.”, sorrise di nuovo, “E’ che ho avuto una settimana un po’ pesante al lavoro.”

Mentre parlava con Marco, le rapide occhiate di Anna ne avevano già fotografato il bel viso dal fascino esotico e maturo, il portamento, l’abbigliamento all’ultimissima moda ad evidenziare un fisico impreziosito da qualche giorno di sole lignanese e da sempre in ottima forma. Un mix di indubbio interesse che, unito al gesto di maschia prepotenza che aveva appena mostrato, faceva di lui un bottino ambito dal giovane corpo di lei, perennemente a caccia del sesso e delle emozioni vibranti che gli spettavano per natali tanto fortunati.

Marco, ben consapevole del proprio successo, scelse però di assaporare lentamente gli invitanti sapori di quell’incontro, senza curarsi di raccoglierne subito i frutti più immediati.

“Non ti preoccupare, figurati. Sono stato diversi anni nell’esercito, non sono abituato ai toni sommessi da seminario.”, le rispose, “Bevi qualcosa?”

“Sì, certo.”, disse Anna, compiaciuta di aver fatto centro un’altra volta, “Molto volentieri.” Sorseggiando un’Anima Nera, in posizione leggermente defilata rispetto a Davide e agli altri, Marco apprese che Anna faceva la giornalista tv a Vicenza per un’emittente locale e che veniva spesso a Lignano nei fine settimana, ospite della sua amica Giulia. Lei gli raccontò che il lavoro le piaceva molto e che il suo impegno, e la bella presenza, le stavano aprendo interessanti prospettive di carriera.

Fu una chiacchierata piacevole, nella quale Anna gli confidò, tra l’altro, che non si chiamava Anna, ma Elena.

Marco, Elena e il resto dell’allegra combriccola conclusero la nottata in prossimità dell’alba, quando il locale spense la musica ed accese le luci, congedando i suoi ospiti. Elena e Marco si salutarono, dandosi appuntamento nel tratto di spiaggia antistante il Tenda Bar per il primo pomeriggio.

Guardandola allontanarsi a piedi con l’amica, Marco pensò che accettare almeno alcuni dei regali di bentornato che Lignano gli stava riservando avrebbe potuto non essere così sbagliato.

Marco allentò la busta di plastica stretta attorno al volto della sua vittima, per consentirle una manciata di respiri affannosi, sufficienti a prolungarne l’agonia per qualche altro istante ancora. Non doveva finire troppo presto. Non prima che quel figlio di puttana non gli avesse detto tutto quello che gli serviva sapere.

L’aveva pedinato dal bar, dove il bastardo aveva preso uno spritz con gli amici per poi tornare nel suo appartamento lungo il Treno di Lignano Pineta. Voleva cambiarsi per proseguire la serata, gli aveva sentito dire.

Marco aveva spalancato la porta con una spallata prima che l’idiota la chiudesse del tutto. Era quindi seguita una bella rata di calci utile a chiarire subito i rapporti di forza. Poi, dopo avergli legato le mani dietro la schiena con un filo di nylon, il parà aveva iniziato l’interrogatorio.

Marco non aveva passato la domenica pomeriggio in spiaggia con Elena. L’aveva trascorsa cercandola per tutta Lignano, una volta saputo che anche Giulia non la vedeva da quando erano andate a dormire dopo la serata in discoteca.

Non era certo la prima volta che capitava e, con ogni probabilità, Elena era finita a scaldare il letto di uno dei tanti ragazzi che le sbavavano dietro quell’estate. Giulia non se ne era preoccupata più di tanto ed era andata in spiaggia a prendersi qualche ora di sole in attesa del ritorno dell’amica.

Davide e gli altri si erano limitati a prenderlo per il culo, cercando di fargli capire che aveva perso la sua occasione e che la sua bella figa era certamente andata a scoparsi qualcun altro.

Qualcuno di più disponibile e con meno seghe mentali in testa.

Lui non aveva perso tempo nel mandarli a cagare e si era fatto dire da Giulia quali fossero i posti più frequentati da Elena. E aveva iniziato a cercarla. Era certo che non ci fosse tempo da perdere. Della notte precedente non ricordava solo gli ammiccanti sorrisi di lei, ricordava anche gli sguardi di duro, implacabile odio del suo predatore da disco. Sperava solo di non arrivare troppo tardi. Non ci doveva essere un’altra
Gabriela.

Dopo aver girovagato a vuoto per ore, Marco l’aveva visto, quasi per caso, tra i clienti di un bar alla moda nella zona del Treno. Non era il suo uomo, ma uno degli amici che erano stati con lui al locale. Se lo sarebbe fatto bastare.

Allentò la busta un’ultima volta e la sfilò via. Senza attendere la fine del sincopato ansimare del ragazzo, gli sbatté con forza la faccia contro la tazza del wc. Ripeté più volte l’operazione, per poi voltarlo verso di sé e contemplarne la sofferente maschera di sangue.

“Basta, ti prego…”, biascicò il poveraccio, sputando un po’ di denti insanguinati e scoppiando a piangere, “…non mi ammazzare. Ti giuro che non…”

Marco gli tappò la bocca con la mano sinistra, mentre con l’altra estraeva il Coltello, inserendoglielo al di sopra del ginocchio destro e dando una decisa torsione alla lunga lama infilata nella coscia.

La faccia dello sfigato si contorse trasfigurata dal dolore, lacrimando sangue come una statua della Vergine Maria.

“Sarà meglio che la prossima cosa che uscirà dalla tua bocca di pompinaro dei miei coglioni sia qualcosa che voglio sentire davvero.”, sibilò Marco al giovanotto terrorizzato, “Altrimenti, sappi che alla tua nuova cazzata seguiranno solo atroci urla di dolore, e cioè la colonna sonora della tua morte.”

Marco gli tolse quindi la mano dalla bocca, continuando ad accarezzare, con l’altra, l’impugnatura del Coltello.

“So solo che Antonio si era incazzato per come ci aveva trattato la tua ragazza. Gli erano girati i coglioni per tutta…”, il tipo interruppe la confessione per tossire altro sangue, “…cazzo che male. Porcatroia…”, poi riprese, prima che lo facesse anche Marco, “…per tutta quell’arroganza del cazzo che aveva mostrato. Gli avevo detto di mandarla affanculo e di lasciar perdere. Con la montagna di figa che c’è in giro. E invece lui
ha detto che l’avrebbe fatto comunque, cazzo. Che le avrebbe dato una lezione, a quella stronza. Cioè, non l’ha detto. Ma io ho capito da come parlava che l’avrebbe fatto, cazzo. Ne ero sicuro.”

Il giovane iniziava a straparlare per il dolore. Con le botte che aveva preso, c’era il rischio che crepasse da un momento all’altro.

“Dove?”, Marco fece pressione sull’impugnatura del Coltello, “Dove lo trovo?”

“In un casone sulle barene di fronte alla darsena di Sabbiadoro.”, il ragazzo tentò, senza successo, di soffocare l’ennesimo gemito di dolore. Bestemmiò, “E’ in una di quelle cazzo di capanne che va a farsi i cazzi suoi. Ci devi andare in barca. E’ uno dei primi che incontri, un po’ isolato dagli altri.

Non è suo, è di uno dei suoi compari. Lo usano come appoggio quando Antonio viene qui. Lui non è di queste parti, viene da…”

Marco estrasse il Coltello dalla coscia del prigioniero, infilandogli la lama nel petto e rigirandogliela tra le costole all’altezza del cuore. La loro chiacchierata era finita. Il giovanotto era una sorta di “farmacista fai da te” per chiunque in città avesse voglia di un po’ di svago chimico. La coca che Marco gli aveva trovato addosso e quella nascosta nell’appartamento insieme al resto della merce in catalogo erano prove a carico più che sufficienti.

Qualcuno avrebbe sentito la mancanza di un rivenditore al dettaglio tanto abile e fornito, almeno fino a quando non fosse arrivato un degno rimpiazzo. La maggior parte dei lignanesi invece, la quota sana della comunità, non avrebbe sentito proprio un bel niente.

Marco, dopo aver controllato di non avere evidenti tracce di sangue su di sé, dette una rapida pulita al Coltello con uno straccio da cucina e scese in strada. Si fece cinque minuti a piedi diretto all’Honda Civic nera parcheggiata sul lungomare di fronte al Kursaal, una delle varie discoteche di Lignano.
Pronto ad uccidere, sul beffardo contrasto della musica pop sparata a palla dall’autoradio, risalì il Treno diretto verso la darsena di Sabbiadoro, allontanandosi in fretta dalle luci e dai rumori del divertimento giovanile.

Arrestò l’auto in una strada secondaria in prossimità della darsena, a pochi passi dal King Pub. Dal pub stava uscendo una ragazza dai capelli rossi, palesemente ubriaca, che cercava con fatica di mettere un piede davanti all’altro, sorretta da un paio di amici che se la ridevano di gusto. Marco li lasciò passare e scese dalla macchina, rifiutando la semplice speranza che Elena fosse ancora viva. Non se la sentiva di accettare meno della certezza che la ragazza fosse viva e stesse sopravvivendo, lottando con tutte le sue forze contro le angherie degli animali che l’avevano sequestrata.

In ogni caso, la sorte di quei bastardi non sarebbe stata diversa dal bagno di sangue nel quale stavano per affogare. Avrebbe eseguito la loro condanna a morte armato del fido Coltello che portava infilato nella cintura.

Non era venuto a Lignano in vacanza. Quella sera avrebbe fatto un po’ di lavoro extra. Ai suoi amici di Boston non sarebbe dispiaciuto. Si avvicinò alle numerose barche ormeggiate arrivando dal lato della vecchia pescheria ormai chiusa nella quale, accompagnato dalla madre o dalla zia, era solito andare da
bambino. Scese lungo i camminamenti in legno che portavano alle imbarcazioni, aggirando lateralmente il cancelletto in ferro che aveva il compito di tenere alla larga gli intrusi, e salì sul primo piccolo scafo che ritenne potesse fare al caso suo.

Sciolse gli ormeggi e si adoperò qualche istante per avviare il motore, allontanandosi verso il mare.
Mentre sobbalzava sulle onde leggermente increspate, lasciandosi alle spalle Lignano in quella calda domenica sera, Marco permise al Coltello di guidarlo verso la loro destinazione finale, verso le ignare vittime sacrificali che entrambi bramavano scannare.

Dopo qualche minuto di navigazione, arrivò all’isolotto che ospitava il casone di Antonio. Accostò a distanza di sicurezza per non rischiare di farsi scoprire e scese a terra, estraendo il Coltello.

Si avvicinò al casone con felina circospezione, attento a non essere visibile dalle finestre. Si trattava, come da tradizione, di una costruzione in legno a forma rettangolare rivestita di canne, con i lati più corti arrotondati e pareti esterne alte circa un metro e mezzo dalle quali si innalzava il tetto. Una struttura
di circa una decina di metri quadrati, un tempo usata, come le altre presenti su quelle piccole isole e nella laguna di Marano alle foci del fiume Stella, come alloggio per i pescatori.

In quel momento, il vecchio casone, in parte riadattato per gli usi e le mollezze del ventunesimo secolo, stava ospitando ben altro genere di indegni individui, oltre alla loro sventurata vittima. Una situazione destinata a non durare ancora per molto.

Marco si appoggiò alla parete a destra dell’uscio, restando in attesa. Fu fortunato. Dopo poco la porta si aprì. Ne uscì un tizio sulla quarantina, con la pancia da birra che gonfiava una canottiera intrisa di un liquido scuro che aveva tutta l’aria di essere sangue.

L’uomo aveva i pantaloni parzialmente calati e, soprattutto, una pisciata colossale di cui liberarsi. Barcollò mezzo metro in avanti, poi inforcò l’attrezzo con le mani sudate, pregustando di riversare i propri liquidi corporei nelle indifferenti acque del mare di Lignano. Lo fece, e in abbondanza, ma fu il suo sangue, e non il suo piscio, il liquido sparso nel mare. Marco gli trapassò la gola con il Coltello, bloccandolo da dietro in una
stretta repentina che lo accompagnò alla morte in silenzio. Il parà fece scivolare il corpo nell’acqua e si avventò all’interno del casone con il Coltello già grondante sangue di porco.

Ciò che vide, col suo aberrante ed esecrabile squallore, ne rallentò appena la furibonda marcia omicida.

Elena giaceva nuda sopra un materasso sgualcito buttato sul pavimento. Il suo bellissimo corpo, illuminato dal fuoco di un focolare in mattoni eretto al centro dell’unica stanza, veniva violato da un energumeno che la sodomizzava con forsennata brutalità. L’uomo era coperto di sangue, invasato dal suo stesso animalesco piacere. Ad Elena mancava la gamba sinistra, troncata di netto appena sotto al ginocchio.

In piedi accanto a loro, un altro tizio, con le parti basse all’aria e una bottiglia di birra in mano, si stava gustando la scena rosicchiando un succulento brandello di carne insanguinata. Marco gli afferrò i capelli, strattonando la testa all’indietro verso di sé, piantandogli la lama del Coltello in un occhio e quindi nel cervello.

Il tonfo del cadavere interruppe il solerte affaccendarsi dello stupratore.

Antonio si voltò, con l’espressione che era un ghigno di sangue e di piacere. Alla vista del suo nemico si alzò di scatto e, dimentico della propria laida eccitazione, gli si scagliò contro.
L’odio che arrivò allo sguardo di Marco sapeva di sadica rabbia troppo a lungo repressa, e di abuso di cocaina.

Per come era preso, Marco e il Coltello sventrarono Antonio senza difficoltà dal cazzo fino alla gola, lasciandolo cadere sulle interiora fuoriuscite calde e abbondanti sul pavimento.
Lordato dal sangue degli uccisi, Marco si inginocchiò al capezzale di Elena.

La ragazza era svenuta, probabilmente da alcune ore. I suoi aguzzini le avevano tranciato la gamba, legando una specie di laccio emostatico attorno alla coscia per evitare che l’emorragia la ammazzasse prima del tempo. La carne e l’osso erano stati bruciati col fuoco senza tanti complimenti.

Elena era pallida e febbricitante, imbrattata di sangue, sudore e sperma, ma era viva.
Marco ripose il Coltello e la sollevò tra le braccia. Poi si voltò ed uscì.

Elena, seduta sulla sedia a rotelle dell’ospedale, non riusciva a spingere lo sguardo oltre la propria immagine riflessa dall’ampia finestra del corridoio. Gli occhi, arsi dalla vergogna e da un dolore che travalicava di gran lunga i suoi peggiori incubi, erano incapaci di produrre le lacrime di cui sentiva un così spasmodico bisogno.

Come avrebbe potuto continuare a vivere, ora che la morte, la cancellazione di ogni cosa, sembrava l’unica, sensata speranza? Sentì un rumore di passi. Riflessa nel vetro, accanto alla sua, apparve l’immagine di Marco, il suo imperturbabile cavaliere.

Il soldato le accarezzò la testa con dolcezza.

“Non ti dirò che ne uscirai, che ti lascerai questo orrore alle spalle.”, le disse con voce ferma, “Non te lo dirò, Elena, perché l’hai già fatto. Hai attraversato l’inferno, e sei scampata al definitivo abbraccio della morte, rimettendoti subito in marcia lungo l’incerto sentiero della vita.”, le passò una mano tra i capelli, con tutta la tenerezza di cui erano capaci dita abituate ad uccidere, “Devi solo andare avanti, continuando a
percorrerlo come hai sempre fatto.”

Il viso di Elena, ancora impietosamente marchiato dai segni della violenza, si inumidì di lacrime dimenticate.

“Mi ha staccato la gamba con un machete. E poi ha cominciato…”, iniziò a raccontare con voce flebile, cercando di centellinare la sofferenza per non esserne travolta, “…ha cominciato a mangiarsela davanti a me, mentre svenivo per lo shock e per il dolore. Mi ha urlato, tra le risate generali, che mi avrebbero stuprato e divorato pezzo per pezzo.”

Marco le strinse le spalle.

“Antonio lavorava in una catena di macellazione. Adorava trascorrere le giornate respirando il sangue e l’agonia degli altri esseri viventi. Viveva per la morte. L’ho accontentato. Come sono stati accontentati quegli avanzi di esseri umani dei suoi amici. Vedi…”

“Cosa farò ora?”, lo interruppe Elena, “Guarda come mi ha ridotta quel mostro. Chi potrà mai volere una storpia al suo fianco? Una storpia imbottita di psicofarmaci che vorrebbe soltanto che la vita smettesse di torturarla oltre…Non ho la forza di desiderare di vivere anche solo un altro giorno, Marco.

“Io…”

“Il mio capo,” intervenne lui, “ama dire che quando il nostro corpo diventa il campo di battaglia, quando anche la mente viene fatta prigioniera dalla furia dell’attacco nemico, resta l’anima come estrema sentinella a nostra difesa, ad impedire l’irreversibile discesa nel pozzo dell’oblio. La tua anima è più forte di quanto credi, Elena. Tu ora non riesci a vederlo, mai io sì. Lo vedo chiaramente. Ti riprenderai. Quando sarai pronta, quando sentirai di esserlo davvero, se ti accorgerai che qui in Italia non c’è più posto per te, potrai sempre raggiungermi nel New England. A Boston vivo e lavoro con persone che sanno come prendersi cura di questo mondo. E che sono incapaci di abbandonare qualcuno al proprio destino. Soprattutto gli
amici.”

Marco le diede un bacio sulla guancia. “Grazie.”, gli sussurrò lei tra le lacrime, “Grazie di avermi visto in mezzo alla folla quella sera.”

“Di niente.”, rispose lui, “Siamo specializzati anche in questo. Ora devo andare, ma ci rivedremo presto.”, le sorrise un’ultima volta, “Ne sono certo.”

Un sorriso non dura che un istante, ma nel ricordo può essere eterno.
F. von Schiller

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