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La casa dei Mackenzie

di Alberto Custerlina

 

CRACK!
«Merda!» Nat tirò le redini e serrò i denti sul sigaro mezzo masticato.
I cavalli nitrirono e si fermarono di colpo. Il telone del carro ondeggiò a destra e a sinistra mentre gli archi di metallo che lo tenevano teso cigolavano come rondini.
Theodore, seduto a cassetta di fianco all’amico, si sporse all’indietro per controllare le ruote. Sembravano a posto. Scese e girò intorno al carro. Si passò una mano sulla bocca, levò il cappello e tirò all’indietro la sua zazzera color carota. Poi sospirò in maniera teatrale, come per dire

«Vaffanculo», disse subito dopo, «non l’hai vista quella pietra?»
Nat saltò a terra: «Se l’avessi vista, non ci sarei passato sopra, non ti sembra?»
«E’ ancora peggio.»
«Che cosa è ancora peggio?»
«Essere distratti quando si lavora.»
«Quante storie. Ora la cambiamo.»
«La ruota di ricambio l’abbiamo lasciata al magazzino.» Sbottò il rosso.
«Merda, hai ragione.»
«Già. Ricordi? L’hai detto tu: in dieci anni di trasporti non ho mai visto una di queste ruote rompersi. Preferisco portare il ragazzo, così ci aiuta a scaricare.»
«Hai ragione.»
«E questa?» Theodore indicò la ruota danneggiata con il cappello.
«Questa è la prima che vedo rompersi.» Sorrise, poi si guardò in giro. «A proposito, dov’è il ragazzo?.»
L’altro aggrottò la fronte, raggiunse il posteriore del carro, sciolse i lacci e guardò dentro: «Cristo santo.»
«Che c’è?»
«E’ morto.»
«Cosa?»
«Il ragazzo. E’ morto.»
«Macché morto, avrà preso una botta. Sarà svenuto.»
«No. Un barile gli ha schiacciato la testa. Guarda che schifo.»
Si scambiarono i posti.
«Merda,» disse Nat, «quella roba biancastra sarebbe il cervello?»
«Schizzato fuori. Sono barili da duecento libbre.» Asserì il rosso con voce piatta.
«Quindi è stata colpa mia?»
«Non ho detto questo.»
«Però e così.»
«Cristo, Nat…»
«Il ragazzo è morto perché io non sono stato attento.»
«Neanche per sogno. Quante volte glielo abbiamo detto di non dormire tra i barili?»
«Parecchie.»
«Be’, mi dispiace dirlo, ma allora è stata colpa sua. Ora pensiamo a toglierci da questo impiccio.»
«Si, però…»
«Cristo santo, Nat. Ti rendi conto in che situazione siamo?» Si guardò attorno facendo un giro d’orizzonte. «Questo cazzo di deserto non finisce da nessuna parte. Quanto distiamo da Agua Verde?»

Nat si grattò la testa e guardò il compare, girando e rigirando il sigaro spento tra le labbra: «A spanne, direi dieci miglia.» Poi annuì a se stesso.
Theodore si calcò il cappello in testa, prese un sacchetto di pelle dalla tasca e si arrotolò una sigaretta. L’accese e tirò un’ampia boccata. Guardò verso ovest: il sole stava per finire dietro una tozza formazione di arenaria arancione circondata da bassi pini nerastri. Spostò lo sguardo sulle colline a sud, poi sulle colline a est e infine sulle colline a nord. Sospirò. In quel posto dimenticato da Dio non si vedevano altro che merdose colline tempestate da pini stitici e da cespugli di mesquite. E per di più, erano i primi di giugno, un periodo di merda per spostarsi nel deserto: caldo di giorno e freddo di notte. Ed erano pure in ritardo. E Agua Verde era ancora distante. E avevano spaccato una ruota. E tutto faceva presagire una nottata all’addiaccio alla mercé dei coyote. E lui non aveva nessuna voglia di dormire all’addiaccio alla mercé dei coyote. Soprattutto nel bel mezzo di quelle colline di merda.

Nat si batté la coscia: «Dannazione, dietro a quella collina c’è il ranch dei Mackenzie!» Indicò verso est.
«Ne sei certo?» Theodore tirò la cicca e guardò il compare con un occhio aperto e uno chiuso.
«Certissimo.»

L’altro fece un gesto di assenso, diede l’ultima tirata e fece volare il mozzicone oltre il bordo della pista. «Okay. Ora ti dico cosa faremo: seppelliremo il ragazzo, toglieremo la ruota danneggiata e cercheremo di arrivare dai Mackenzie prima che faccia buio. Ci aiuteranno a ripararla, no?»
«Ci puoi scommettere il culo.»
«E magari ci ospiteranno per la notte.»
«Tu porta al vecchio Mackenzie una borraccia piena di whiskey e lui in cambio ti farà dormire anche con sua moglie. Lo conosco dai tempi della guerra di secessione. Lo sai che io e lui…»
«Me lo racconterai dopo», disse Theodore, «ora facciamo quello che dobbiamo fare. Io scelgo testa.» Tirò fuori un quarto di dollaro dal taschino del panciotto e lo fece saltare.
Diiiiing! Clap!
Testa.

Toccò a Nat recuperare il cervello del ragazzo e spostare il corpo. Intanto Theodore scavò una buca poco profonda, quel tanto che bastava per evitare che i coyote banchettassero con il corpo di quel poveretto.
Prima di iniziare a seppellirlo, Nat tentò di sfilare il grosso anello che il ragazzo portava sul dito medio della mano sinistra. Sembrava d’oro massiccio e aveva una D incisa sopra.
«Merda, non esce. Dammi il coltello.»
«Lascia in pace i morti. E poi quell’anello non vale neanche mezzo dollaro.»
«Come fai a dirlo?»
«E’ di ottone, ma l’aveva detto lui. Davvero.»
Seppellirono il ragazzo e il suo anello, recitarono una preghiera per come se la ricordavano e piantarono una croce preparata con due rami secchi legati insieme. Poi spillarono il whiskey per il vecchio Mackenzie da tre barili diversi, per non farsi beccare dall’oste di Agua Verde, che era un tipo duro come la pietra e la sapeva più lunga di una volpe. Infine, sfilarono la ruota dal mozzo e sistemarono sotto l’asse una grossa pietra, in modo che il carro non s’inclinasse.

«Sganciamo i cavalli e andiamo.» Disse Theodore ripulendosi alla buona dalla polvere alcalina del deserto.
Il sole era appena tramontato e il cielo aveva preso fuoco di colpo. I due cowboy decisero di tagliare attraverso le colline e raggiunsero la casa dei Mackenzie quasi un’ora dopo.
Era una robusta costruzione di legno a due piani, con un capanno sulla destra e due per gli animali sul retro. Intorno c’erano solo acacie, cespugli di mesquite e pietre spigolose. Sotto il patio, una sedia a dondolo oscillava, come se qualcuno si fosse appena alzato di scatto. In giro non c’era nessuno e le finestre erano buie. Il silenzio era tombale e i cavalli erano nervosi.
Theodore buttò uno sgardo alla luna piena, contornata da migliaia di stelle gelide: «C’è qualcosa di strano. Poco fa c’erano due luci accese, le hai viste anche tu, no?»
«Saranno andati a dormire.» Disse Nat.
«Mmh. Non mi convince. C’è qualcosa che…»
Nat scese da cavallo.
E Theodore: «Che fai?.»
«Busso. Tu lega i cavalli.»
«Aspetta un momento….»
Nat era già salito sul patio.
«Aspetta. Merda.»
TOC! TOC! TOC!

Theodore lo maledì, legò i cavalli e lo raggiunse. La porta era leggermente scostata. I due cowboy si guardarono dubbiosi. Nat l’aprì lentamente e Theodore entrò circospetto: uno strano odore dolciastro vagava nell’aria, la luce lunare che entrava dall’uscio disegnava i contorni di una cucina.
Nat accese una lampada a petrolio con un fiammifero. Una luce giallastra e tremolante illuminò la stanza: un tavolo, otto sedie, una stufa in ghisa con un lungo tubo di lamiera, una grande credenza, un secchio, una scopa di saggina e un discreto disordine fatto di scatole di latta, avanzi di cibo, suppellettili sporche, mozziconi e bottiglie vuote. Sulla destra c’era una scala di legno che saliva al piano superiore. In cima alla scala c’era un giovane vestito con un paio di brache di cotone bianco sporche e consunte. Era scalzo e imbracciava un fucile.

«Ehm, salve.» Disse Theodore. «Era aperto e noi….»
«Che volete?» Grugnì il ragazzo facendo oscillare le canne del fucile. Aveva un accento messicano e tratti indiani. Era magro come uno spettro e scuro di pelle, come se fosse rivestito di cuoio invecchiato dal sole e dalle intemperie. Le sue profonde occhiaie e la luce ondeggiante della lampada che lo illuminava dal basso lo facevano somigliare a una specie di scheletro animato.
«Abbiamo rotto una ruota del carro.» Fece Theodore.
«E allora?»
«Be’, abbiamo visto le luci e siamo venuti a vedere se qualcuno poteva darci una mano.»<
«Qui non c’è nessuno.» Il ragazzo scese uno scalino con il fucile spianato.
«Be’, ma…»
«Gringos, qui nessuno può aiutarvi.» Scese ancora di uno scalino.
«Dannazione, non è un Mackenzie.» Sussurrò Nat.
«Non mi dire.» Rispose il suo compare tenendo lo sguardo fisso sul meticcio.
Dal piano superiore arrivò la voce di una donna: «Juan?»
E lui, in spagnolo: «Si, mamma. Adesso arrivo.» Mosse le canne verso la porta e si rivolse ai cowboy: «Fuori di qui!»
Theodore e Nat si scambiarono un’occhiata.

Probabilmente il meticcio pensò di sparare, ma Nat lo anticipò senza neanche guardarlo: estrasse la pistola come un fulmine e lo fece secco con un colpo in pieno petto. Il giovane si afflosciò come un sacco vuoto e rotolò verso il basso. Si fermò ai piedi dei due cowboy, del sangue fluì sul pavimento.
Theodore si chinò e ne verificò la morte: «Ben fatto, Nat.» Poi s’impossessò del fucile.
«Juan!»
Una donna in camicia da notte si precipitò giù per le scale e si accovacciò vicino al cadavere. Lo sollevò un poco e gli accarezzò la testa versando lacrime.
«Maldidos.» Sibilò.
Theodore la squadrò. Era sui quaranta o poco più, segaligna, con i capelli neri e gli occhi neri, la pelle scura e una breve cicatrice orizzontale che le solcava il mento. Per abitudine, lo sguardo del cowboy s’infilò dentro la scollatura della donna: due capezzoli scuri e grinzosi erano tutto quello che c’era da vedere. Improvvisamente, lei si alzò di scatto e cercò di graffiarlo al volto con le unghie, ansimando come una pazza. I due cowboy la bloccarono con facilità.
«La tengo ferma io.» Disse Theodore. «Tu chiudi la porta.»
La donna urlò qualcosa in una lingua che i due non avevano mai sentito, forse un dialetto Apache, e tentò di divincolarsi. Theodore, per risolvere la questione alla svelta, la lasciò andare e prima che lei riuscisse a reagire, la stordì con il calcio del fucile. Un dente partì dalla bocca della donna e toccò terrà contemporaneamente al suo corpo. Un rivolo di sangue le colò dalla bocca.

Il cowboy salì le scale di corsa. Riconobbe la camera del ragazzo dagli stivali appoggiati davanti al letto. Nella camera di fronte c’era una lampada e due letti, entrambi tiepidi. Tornò indietro: anche quello del ragazzo era tiepido. Si passo una mano tra i capelli fulvi e urlò verso la tromba delle scale: «Naaaaat!»
«Che c’è!?»
«Porta su la donna!»
Nat la tirò su e salì le scale con passo leggero. La tipa doveva pesare meno della metà di un barile di whiskey.
«Legale mani e piedi.»
Nat la scaricò sul letto e restò interdetto vedendo la moltitudine di piccoli tatuaggi che le ricoprivano la schiena. Sembrava un disegno indiano fatto di piccoli mostri intenti a sbranarsi l’un l’altro.
«Guarda che roba.»
E Theodore: «Merda indiana.»
La donna si lamentò.
«Legala e mettile un bavaglio.»
Nat, senza troppe cerimonie, le strappò la camicia e ne fece cinque strisce per immobilizzarla e imbavagliarla.
La donna rinvenne e subito cominciò a dimenarsi come una serpe, il che confermò i sospetti di Theodore: in quella casa doveva esserci ancora qualcuno.
«Vieni, andiamo a prendere la borraccia di whiskey.» Disse pulendo la lama sul bordo del materasso.
«Ti aspetto qua.» Nat buttò un’occhiata alla donna nuda e si leccò le labbra sottili.
«Cristo, Nat, vieni giù con me.»
«Hai paura di uscire da solo?»
«Vieni, ho detto.» Lo afferrò per un braccio.
Scesero.
«Portiamo fuori questo.» Disse Theodore indicando il cadavere del ragazzo. «Afferralo per i piedi.»
Lo sistemarono sulla sedia a dondolo.
Nat si ficcò un sigaro in bocca e lo accese.
«Che fine avranno fatto i Mackenzie?.»
«Mi venisse un accidente se ci capisco qualcosa.»
«Per me c’è poco da capire. Questi merdosi meticci li avranno fatti fuori.»
«E’ probabile. Bastardi. Ora quella puttana me la lavoro io.» Nat fece per rientrare in casa.
Theodore lo trattenne per un braccio: «Aspetta. C’è qualcuno là dentro.»
L’altro lo fissò rigirando il sigaro tra le labbra: «Naturale. C’è la puttana tatuata.»
«Qualcun altro, idiota. Nella camera della tipa c’è un terzo letto e quando sono entrato, era caldo.»
Nat si grattò la testa: «E quello del ragazzo?.»
«Caldo. Tre letti caldi, tre persone.»

Sbarrarono la porta d’ingresso e salirono al piano superiore. Quando la donna li sentì arrivare, cominciò ad agitarsi e a mugugnare. La ignorarono e cominciarono a frugare in giro. C’erano altre due stanze da controllare: le trovarono intatte, così come le avevano lasciate i Mackenzie. Neanche lo sgabuzzino in fondo al corridoio rivelò qualcosa di interessante. Scesero al piano di sotto, nervosi come due Mustang.
Nat buttò giù una sorsata di whiskey e passò la borraccia al compare. Il mozzicone di sigaro spento gli cadde e lui si chinò per raccoglierlo.
«Dannazione, guarda.» Disse segnando i contorni di una botola con un dito
Theodore si lisciò il mento: «Diamo una controllata.»
Aprirono e scesero una scala a pioli per cinque iarde. Sul fondo, Theodore illuminò una galleria con la lampada a petrolio. Nell’aria c’era lo stesso odore dolciastro che si sentiva in casa, ma più intenso. Procedettero dritti per una trentina di iarde, poi la galleria cominciò a curvare verso destra. Sbucarono in una piccola caverna. La lampada ondeggiava creando bizzarri chiaroscuri sulle pareti irregolari. I due cowboy s’adombrarono e il loro umore virò verso l’incertezza.
Nat riaccese il mozzicone di sigaro, poi disse: «Qui non c’è niente. Torniamo su e facciamogliela pagare, a quella puttana.»
«Che c’è, te la fai sotto per qualche ombra e un po’ di puzza?»
«Preferisco fumare, bere whiskey e divertirmi.»
«Shh!»
«Che succede?»
«Non hai sentito?» Bisbigliò Theodore.
Nat fece segno di no con la testa.
Un lamento.
Il biondo deglutì a vuoto e annuì lentamente al suo compare.
E Theodore: «Andiamo a vedere.»
Nat lo afferrò per un braccio: «Che io sia dannato se entro là dentro.»
«Dobbiamo controllare, Nat. Qui è sparita una famiglia di cristiani.»

Impugnò la pistola e si diresse verso il lamento, Nat lo seguì. Imboccarono un cunicolo alto meno di cinque piedi. Il tanfo abominevole era al limite della sopportazione umana. Estrassero le pistole e avanzarono ingobbiti, esitando a ogni passo. Il lamento si faceva sempre più nitido, sembrava la nenia di una balia ubriaca. Si fermarono sulla soglia di una piccola caverna.
Al centro, tra due grosse travi di legno che puntellavano il soffitto, una giovane meticcia vestita con un perizoma di pelle salmodiava parole strascicate ondeggiando la testa a destra e sinistra. Era illuminata dalle lingue di fuoco che si sprigionavano da una specie di braciere improvvisato con pezzi di ferro rugginoso. Le parole che uscivano dalla sua bocca erano incomprensibili, ma avevano il tono di un’invocazione.
Lì per lì, Nat le guardò le tette, ma quando comprese ciò che stava accadendo, cacciò un urlo. Theodore restò di pietra, con gli occhi sbarrati e la pistola spianata. Dalle pareti, attraverso alcune aperture, stavano uscendo dei corpi umani, cadaveri incartapecoriti che esibivano maschere di dolore e di odio. Camminavano lenti incespicando ad ogni passo.
La meticcia alzò il volume della voce e cominciò a dimenarsi come un’ossessa, roteando la testa all’indietro e agitando le mani per aria.
Nat e Theodore spararono all’unisono. Non successe nulla: forse avevano mancato il bersaglio, forse no, ma non si diedero la briga di controllare. Theodore scagliò la lampada gridando crepa strega di merda, poi strattonò Nat per un braccio e si mise a correre, incespicando ogni tre passi. Raggiunsero la scala di legno in una manciata di secondi e salirono come gatti in fuga.

«La stufa!» Urlò Theodore.

La trascinarono sopra la botola: il tubo di latta si staccò e rotolò per terra mandando uno sbuffo di caligine che inondò la cucina. I due cowboy cominciarono a tossire. Dall’esterno, qualcuno cominciò a scuotere la porta d’ingresso con l’impeto di un bisonte.
Nat e Theodore ricaricarono velocemente le pistole, imprecando contro tutti gli dei dell’umanità.
I cardini cedettero e la porta cadde in avanti con il fragore di un tuono: dietro alla nuvola di polvere e caligine, il corpo di Juan si stagliò sulla soglia, malamente illuminato dalla luce lunare.
Le Colt cominciarono a cantare e il ragazzo fu colpito da undici proiettili. Cadde all’indietro e rotolò giù per gli scalini del patio. I cowboy si affacciarono sulla soglia. Neanche il tempo di tirare una boccata d’aria fresca, che il cadavere cominciò lentamente a rialzarsi. Alle sue spalle, alcune sagome si stavano avvicinando lentamente, agitando le braccia e mandando lamenti gutturali.

«Quelli… quelli… quelli…» Fece Nat.
«Svelto! In quel capanno!.» Urlò Theodore indicando verso destra.
Entrarono di corsa, sbarrarono la porta con un vecchio barile pieno d’acqua e aprirono l’imposta di una finestra.
«Dannazione! Che cazzo succede!?» Urlò Nat ansimando.
«Stanno arrivando. Spara!»
Si scatenò l’inferno. I due cowboy sparavano e ricaricavano, a turno.<
«Cristo! Le pallottole non gli fanno niente.»
«Facciamoli a pezzi.» Disse Theodore indicando una rastrelliera di attrezzi sul fondo del capanno.

Nat imbastì un sorriso malato. Si ficcò un sigaro in bocca e impugnò un’ascia con entrambi le mani e ribaltò il barile che bloccava la porta. Il suo compare si armò con due roncole.
Aspettarono sulla soglia, neri di caligine e sudati come cavalli al galoppo. I loro cuori battevano forte e le loro gambe erano piantate a terra come querce centenarie.

Il primo cadavere putrefatto si presentò sulla soglia e fu fatto a pezzi in pochi secondi: Nat gli recise parzialmente la gamba sinistra con un colpo d’ascia ben assestato e Theodore lo decapitò. Al secondo, il rosso staccò le braccia con un doppio colpo di roncola, mentre il compare apriva in due la testa del terzo. Il quarto e il quinto furono fatti a pezzi con una furia che avrebbe messo in fuga un’intera tribù di Apache. Poi ne arrivarono altri sei e i due cowboy, in preda a all’esaltazione, li massacrarono senza difficoltà. Alla fine, Theodore e Nat dovettero uscire camminando sopra una montagnola di corpi, teste, braccia e gambe rinsecchite.
Si diressero di corsa verso la casa con le armi ancora in mano.<
«Diamo fuoco a tutto.» Sbraitò Theodore.
«Dentro c’è la messicana.»
«Meglio così.»

Nat si fiondò in cucina. Uno di quei mostri stava scuotendo la botola e la stufa stava per rovesciarsi. Il cowboy la lanciò lampada verso le scale di legno: le fiamme divamparono velocemente. Uscì e si accese il sigaro che teneva ancora tra le labbra. Si piazzarono a venti iarde dalla casa, gambe larghe e mani conserte, a fissare l’incendio che stava per inghiottire la costruzione di legno.
«Dannazione, l’altra strega è ancora in cantina.»
« Creperà per il fumo.»
«Ne sei certo?.»
«Garantito. Comunque non staremo a controllare. Svigniamocela. E di corsa.»
«Nel capanno ho visto una ruota. La prendiamo?»
«Cristo, cosa aspettavi a dirmelo?»
«L’ho detto adesso.»<

Raggiunsero il carro tre quarti d’ora più tardi. Grazie alla luce della luna piena e a qualche bestemmia, sostituirono la ruota, attaccarono i cavalli e saltarono a cassetta.
«Allontaniamoci, ma fa attenzione alla pista.» Disse Theodore.
«Tranquillo. Di notte ci vedo come un gatto.»
«Sei anche stupido come un gatto.»
«I gatti non sono mica stupidi.»
«Va bene, va bene. Vai, vai!»
Il carro partì e il telone giallastro dondolò a destra e a sinistra. Nat buttò un’occhiata di lato, verso la ruota appena sostituita: sembrava tutto a posto. Incitò un poco i cavalli facendo schioccare le redini.
«Ce la siamo vista brutta, eh?» Disse Nat voltandosi verso il compare.
«Altroché!»
«Mi chiedo cos’erano quei poveretti che abbiamo fatto a pezzi.»
«I Mackenzie.»
«Cosa? Ma come diavolo…»
«Stregoneria. Fottuta stregoneria indiana che risveglia i morti. Ho sentito parecchie storie del genere.»
«Bah! Comunque ce la siamo sfangata bene. Beviamoci un sorso di whiskey, ti va?»
«Ci puoi scommettere il culo.»

Theodore bevve, si passò il dorso della mano sulla bocca e porse la borraccia all’amico. In quel momento, un rumore proveniente dal cassone attirò la sua attenzione. Si voltò, scostò il telone giallastro e buttò un’occhiata tra i barili.

In quel preciso istante, un grosso anello dorato con una D incisa sopra brillò nel buio, illuminato dalla luce della luna. Un istante dopo, una mano grigiastra e sporca di terra lo ghermì alla gola.

 

FINE

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