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La casa del Diavolo – The Devil’s Rejects

La casa del Diavolo di Rob Zombie è un film perfettamente riuscito, un horror atipico e prepotentemente d’autore

Nel 2003, con “La casa dei 1000 corpi”, Rob Zombie aveva dato una robusta e salutare scossa all’horror USA, spesso troppo anestetizzato dai vari prodotti per teenager, addomesticati secondo le esigenze del box-office e delle major.

L’esordio registico dell’ex-frontman degli White Zombie era un riuscito e sorprendente omaggio all’orrore anni ’70 più cruento e hardcore, una potente reinvenzione di un genere e nel contempo un sentito tributo all’opera di Tobe Hooper, Wes Craven e degli altri maestri del terrore di quegli anni.

Con “La casa del diavolo” (“The devil’s rejects”, meglio, in originale), Rob Zombie realizza un sequel di assoluto impatto che ne conferma le belle doti autoriali e (forse) conclude la saga della feroce famiglia assassina del primo film.

La casa del Diavolo - The Devil's Rejects

Otto mesi dopo gli eventi raccontati nel capitolo 1, lo sceriffo John Wydell, il cui fratello poliziotto ha incontrato un triste destino nella famigerata “casa dei 1000 corpi”, stringe d’assedio la fattoria degli orrori, scatenando una violentissima sparatoria con i membri del clan Firefly. Ne escono indenni solo Otis e Baby che, raggiunti poi dal Capitano Spaulding, si danno ad una fuga disperata, inseguiti dal vendicativo sceriffo e da un paio di truci cacciatori di taglie, dallo stesso assoldati per un lungimirante eccesso di zelo.
Horror atipico e prepotentemente d’autore, “La casa del diavolo” rilancia un Rob Zombie maturo e raffinato sia nella scelta dell’ottima colonna sonora, azzeccato accompagnamento di molte sequenze riuscite, che nella direzione degli attori, ormai perfettamente calati nei loro folli personaggi.

Rob Zombie, anche sceneggiatore, firma un lavoro solido e ben scritto, e si dimostra sempre più padrone del mezzo cinematografico, oltre che un regista da prendere molto più sul serio di quanto i suoi trascorsi artistici farebbero superficialmente pensare.

La casa del Diavolo - The Devil's Rejects

Non soltanto, infatti, il film sembra trapiantato nel 21° secolo direttamente dal 1978 da quanto è credibile e realistico nel suo ritratto sporco, sinistramente malato e minaccioso dell’inospitale scenario sudista delle campagne americane riesce anche a presentare uno studio psicologico dei caratteri dei suoi protagonisti di inusuale efficacia e lucidità.

L’opprimente senso di claustrofobico, inesorabile orrore che predominava ne “La casa dei 1000 corpi” non aveva permesso a Zombie di scavare davvero in profondità nell’animo di Otis Driftwood e dei suoi scombinati parenti, ma qui, grazie all’impianto on the road di questa seconda parte, i tempi del racconto si dilatano quanto basta per consentire al regista di osare in un’umanizzazione dell’Orco tanto inaspettata quanto riuscita.

Rob Zombie accompagna con affetto le sue lugubri creature nella loro fuga dalla giustizia, portando lo spettatore sull’orlo di un’empatia impossibile, e riuscendo a comunicare al pubblico il disturbante senso di disfunzione mentale ed emotiva di soggetti privi dei più elementari valori etici e morali.

Anche il cast di questa opera seconda del buon Rob è un palese atto d’amore nei confronti di un cinema di genere verso il quale il nostro sembra provare una nostalgia simile a quella che un Quentin Tarantino riversa in tutti i suoi film.

La casa del Diavolo - The Devil's Rejects

Oltre a ripresentare in forma smagliante Bill Moseley (un Otis da applausi), Sid Haig (il Capitano Spaulding, che qui gode di una scena di introduzione ancora più riuscita di quella della rapina nel primo film), e Sheri Moon (Baby, in gran spolvero), al cast da gloriosissimo cult (B-)movie Zombie aggiunge, infatti, tra gli altri, William Forsythe (lo sceriffo Wydell), Ken Foree (l’agente nero della SWAT nel “Dawn of the dead” di Romero del 1978), Steve Railsback, Geoffrey Lewis, Leslie Easterbrook (strepitosa Mother Firefly), Danny Trejo, e Tyler Mane.

Si è di fronte, insomma, ad un film efferato e brutale, ma anche e soprattutto ad un’opera di indubbio valore cinematografico e cinefilo, capace di catturare lo spirito di un’epoca e di un modo di fare cinema con una sapienza e compiutezza di stile sempre più rare nel convenzionale panorama attuale.

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