La crisi non è un fattore da sottovalutare

La crisi non è un fattore da sottovalutare, un racconto inedito di Thomas Tono per Sugarpulp

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C’è questo furgone Ford dell’87, bianco a chiazze marroni ruggine che viaggia veloce a fari accesi sull’asfalto della Statale 309. Tratto tra Porto Viro e Mesola. Dietro, nel vano carico, un groviglio di strumenti musicali malamente stipati. Ruote sgonfie, un fanalino posteriore rotto, finestrini abbassati. Nel mangiacassette gira il nastro dei Doors.

Alla guida siede un tipo grassottello, capelli rosa fucsia, un paio di anelli al naso e un’altra dozzina sparsi tra le orecchie e il prepuzio. Sul posto del passeggero una tipa tutta ossa e tatuaggi tiene il tempo con la pianta dei piedi sul cruscotto. Capelli e vulva verde acido.
«Non ti offendere… non è male, diciamo che ha ritmo ma, come dirti, è un po’ una palla, ecco. Non t’incazzare, saranno pure i precursori del rock moderno ma alla lunga spaccano un po’ i maroni, ecco».
«Jessica, non capisci un cazzo di musica, credi a me…»
«Fottiti stronzo».
«No, fottiti tu troia».

Il tipo grassottello le mena uno schiaffo sulla nuca verde.

«Stronzo lasciami in pace…»
«Troia».
«Stronzo».

La tipa tutta ossa gli fa vedere il dito medio di gusto.

«Ecco brava, ficcatelo nel culo».
«Ti piacerebbe, eh…»
«Sei una grandissima troia… quante volte te lo sei fatto sbattere in culo?»
«Tutte le volte che ho voluto stronzo: non devo certo chiedere a te il permesso. Stronzo!»
«Ecco brava, sodomita del cazzo».
«Ora fermati che devo pisciare».
«Te la tieni troia».
«Col cazzo: ti piscio sul sedile!»
«Fai pure… tanto ci devi stare seduta tu. Troia».

La tipa lo fissa e gli accarezza la testa fucsia.

«Dai Ciccio fermati, non sto scherzando… la faccio qui per davvero».

Ciccio la guarda dall’alto, si gratta il naso col dorso della mano, guarda fuori dal finestrino. Adiacente alla strada c’è una zona artigianale rischiarata a singhiozzo dai lampioni. Bestemmia e mette la freccia.
Il furgone esce dalla statale e s’immette in quella che un tempo lontano era stata una fiorente zona artigianale, ridotta a un cumulo di macerie post apocalittiche. Dal cartello sono state grattate via alcune parole e ora suona così: ZONA ANALE.
Ciccio le mostra i denti divertito. Jessica risponde di nuovo col dito medio. Il furgone accosta e si ferma di lato.

«Ecco piccola, qui puoi fare tutte le tue cosette con comodo».

La tipa scende e sbatte la portiera.

«Grazie… stronzo».
«Sodomita del cazzo. Questa è la zona giusta per te e spicciati che i tosi ci aspettano al locale per suonare e… indovina chi ha gli strumenti?»

La ragazza si allontana tenendo il dito medio sempre ben in vista, salta una rete metallica accartocciata e si rannicchia dietro con le braghe calate. Dietro di lei la forma grigia di un deposito decrepito in disuso sovrasta la visuale. Una targa schiodata e penzolante da un lato riporta inciso sopra il nome dell’azienda. Nuova Ittica King Srl.
Salta il tappo da una bottiglia di birra, il tipo ci dà una bella sorsata e chiude gli occhi posandosi sul poggiatesta. La voce di Jim Morrison sovrasta il ronzio del motore diesel. Dà un’altra sorsata alla bottiglia. Richiama l’alcool e l’erba latitanti nel corpo. Jim Morrison sapeva il fatto suo, cazzo se sapeva il fatto suo…

Il meccanismo d’espulsione della cassetta fa scattare dritto sul sedile Testa Fucsia. Guarda la cassetta. Sbatte un paio di volte le palpebre e si passa la lingua sulle labbra. Il sedile di fianco vuoto. Alza lo sguardo attraverso il finestrino. La targa penzolante. Il deposito raggrinzito per la lavorazione ittica. La rete metallica. Di Jessica neppure un pelo verde.

«Ma cosa…»

Riprende dal collo la bottiglia scivolata tra le gambe e scende dal furgone. Il caldo umidiccio lo assale. Odore acre di concime e barbabietole strizzate. Dà una sorsata alla bottiglia e sputa a terra.

«Che posto di merda».

Scavalca la rete metallica e si ferma dove Jessica s’era accucciata. Una chiazza di piscio ancora umida ne ubica la corretta posizione. Testa Fucsia studia bene la chiazza, tira giù la patta, l’uccello e ci piscia sopra. Dà un’altra sorsata alla birra e nota delle gocce che si staccano dalla chiazza per proseguire verso il deposito. Finisce, tira dentro l’uccello e segue le gocce di piscio sull’asfalto. Le segue neanche fossero briciole di pane. Come nelle favole.
Si ferma davanti ad una saracinesca. Forse serviva a far passare i camion carichi di pesce nelle celle frigo prima della lavorazione. Le gocce si infilano proprio lì sotto.

«Ma cosa…»

Afferra la maniglia e tira, al terzo tentativo e dopo un paio di bestemmie la saracinesca si muove stridendo dentro le orecchie. Un fascio di luce artificiale dei lampioni stradali si srotola all’interno del deposito.
Dentro: silenzio, buio e il fascio di luce.

«Jessica… sei qui?»

La voce rimbomba dentro, fredda e metallica da far gelare il sangue ad un orso polare. Il tipo indietreggia stringendo il collo della bottiglia in mano.

«Ma cosa cazzo…»

Si schioda da terra e torna al furgone. Salta la rete. Getta la bottiglia a terra che va in frantumi. Apre la portiera, infila la mano sotto il sedile, ci rovista per un po’ e ne esce fuori con una torcia elettrica. La prova. Funziona. Chiude la portiera. Apre il portellone del vano carico. Sale. Sposta un paio di chitarre, la gran cassa e da dietro un amplificatore esce fuori una mazza da baseball. Scende e richiude il portellone.
Con una palla di luce davanti a se e la mazza penzoloni di fianco, Testa Fucsia si infila nella fessura della saracinesca.

Le gocce di piscio sulle piastrelle grigie a terra. Nonostante gli anni d’abbandono, dentro si percepisce ancora l’odore stantio di pesce. Pianali, vasche in acciaio e tubi di gomma rinsecchiti come serpenti mummificati. La torcia illumina le pareti. Piastrelle ingrigite e strane scritte fatte di recente. Vernici rosse e geroglifici indecifrabili. Disegni stilizzati, forme geometriche insensate. Ideogrammi forse, cinesi probabilmente. Prosegue bestemmiando.

Il deposito s’incunea finendo addosso ad un telone annerito e foracchiato largo quanto la parete. Sala per lo stoccaggio. Le gocce vanno da quella parte, prosegue. Si ferma. Tende le orecchie. Un brusio di voci. Voci sovrastate tra di loro. Testa Fucsia si volta e illumina dietro a se con la torcia. Poi ai lati. Silenzio. Riprende a camminare illuminando le gocce a terre. Si ferma di nuovo. Voci indistinte, tante voci, forse distanti ma probabilmente vicine.

«Ma cosa…»

Stringe la mazza nella mano e la solleva davanti a se ad altezza d’uomo. Illumina ancora dietro e ai lati. Niente. Silenzio. Prosegue e arriva al telone. Trova l’apertura e s’infila dentro cercando di controllare il respiro e il cuore che pulsa forte nelle orecchie.
Il telone si chiude dietro di lui. La palla di luce illumina a tratti l’ampio magazzino di stoccaggio. Cassette in polistirolo, plastica nera, bilance elettroniche e meccaniche, bancali di legno ammassati ai lati. Al centro un tavolo con pianale in acciaio e persone attorno che lavorano completamente al buio. Almeno, quelle che dovrebbero essere delle persone.

Il fascio di luce colpisce gli esseri che si voltano di scatto verso l’intruso. Occhi gialli e deformi come gatti. Pelle violacea e vischiosa come colla di pesce. Dimensioni e proporzioni umane.
Ma di umano hanno ben poco.

Gli esseri riprendono il loro lavoro senza badare al’intruso, lavorano al corpo di Jessica. Una di quelle cose ha dei lembi di pelle del viso della ragazza tesi tra le mani. Un altro maneggia un arnese simile ad un bisturi, ma la distanza non permette di decifrare bene. Altre entità intorno osservano in silenzio. Poi di nuovo quelle voci. Sono dappertutto. Sembrano a migliaia. Il giovane illumina intorno a sé ma non vede nulla. Agita la mazza menando colpi all’aria. La rabbia sale e quando decide di muoversi in direzione di Jessica sente le caviglie bloccarsi. Illumina a terra. Il pavimento si muove.

Quelle cose strisciano attorcigliandosi tra di loro sul pavimento come pesci stipati nelle vasche. Il fascio di luce illumina le pareti, il soffitto. Tutto si muove. Corpi lividi appiccicati dappertutto, ammassati gli uni sugli altri. Lo afferrano per le gambe per tirarlo giù. Mena colpi a vuoto, ma qualcuno va a segno. Schizzi di sangue. Materia organica che salta. Poi le creature lo afferrano per le braccia, per la testa e lo trascinano giù con il loro bisbiglio di tante voci sovrastate l’une sulle altre, distanti, vicine. Si sente soffocare, urla…

Il meccanismo d’espulsione della cassetta fa scattare dritto sul sedile Testa Fucsia. Guarda la cassetta. Sbatte un paio di volte le palpebre e si passa la lingua sulle labbra. Il sedile di fianco vuoto. Alza lo sguardo attraverso il finestrino. La targa penzolante. Il deposito raggrinzito per la lavorazione ittica. La rete metallica. Jessica si tira su sistemandosi le mutande.
Infila la mano sotto il sedile. La torcia. Prova ad azionarla, funziona. La ripone al suo posto e si passa una mano tra i capelli. Appoggia la fronte sul volante e respira profondamente.
La portiera si apre e Jessica entra.

«Scusa Ciccio, ma ci ho messo un po’ più di tempo… cose da femminucce».
«Ho fatto un sogno del cazzo…»
«Un sogno?»
«Sì cazzo… mi sono addormentato come un bimbo mentre ti aspettavo…»

Jessica si sistema la cintura e la maglietta.

«Cosa hai sognato?»
«Ma cosa cazzo ne so… alieni, mostri appiccicosi, che cazzo ne so… erano tantissimi e stavano…»

Lei tira giù l’aletta parasole e si sistema i capelli guardandosi allo specchietto.

«Stavano?»
«Niente… stronzate. Schiodiamoci da qui che i tosi ci aspettano al locale…»

Il furgone fa un’inversione a U e si rimette sulla Statale. I Doors riattaccano di nuovo.

«Sai, hai ragione, non era affatto male questo tizio…»
«Jim Morrison non era un tizio. Era più vicino ad essere un dio che ad essere un tizio… e comunque brava Jessica, cominci a ragionare, stare con me ti migliora, piccola» e le mostra i denti soddisfatto.
«E sai un’altra cosa… vedere quella zona disastrata e abbandonata mi ha fatto pensare a…»
«A cosa? Forse a quanti cazzi di pescatori e operai ti saresti fatta se fosse ancora in attività?»
«No stronzo… alla crisi, cazzo. Alla crisi».
«La crisi?»
«Sì, cazzo… la crisi non è un fattore da sottovalutare».

Lui la guarda aggrottando le sopracciglia, afferra la bottiglia di birra tra le gambe e gliela allunga.

«Bevi Jessica, bevi prima di sparare altre cazzate…»

La ragazza dai capelli verde acido dà una sorsata alla birra e si guarda di nuovo dentro lo specchietto. La maschera tiene, con la mano libera preme forte sulle guance assicurandosi che la pelle aderisca bene al volto. Piega di lato la testa e si sorride attraverso lo specchietto. Richiude l’aletta parasole e dà un’altra sorsata alla bottiglia.
L’aria entra calda dal finestrino. Fuori distese di terra e buio illuminato qua e là da deboli lumi distanti e isolati. Ha voglia di urlare.

«Andiamo cazzo, che il pubblico ci acclama…».

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  • piergiorgio

    una gita, organizzare una visita a una zona industriale abbandonata: una spoon river d’aziende… una idea da non sottovalutare… bel racconto thomas noto, la mia camera adesso puzza di pesce!!

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