La fiducia

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La fiducia, un racconto inedito di Francesco Ferracin per Sugarpulp

In poche parole, non ci ho più visto.

Ho preso la bottiglia di Soave e gliel’ho spaccata in testa e quando dico in testa dico proprio sopra la capoccia. Nei western di solito la bottiglia si rompe e il tizio cade per terra svenuto. Nel mio caso a rompersi sono state le sue ossa e il tizio prima di crollare si è aggrappato al banco, con gli occhi fuori dalle orbite e un mare di sangue che gli colava sulla faccia. Spalancava la bocca per dire qualcosa, ma non usciva un solo suono. Come se quello che aveva detto fino a quel momento non fosse bastato.

Con la bottiglia di Pieropan ben salda in mano lo osservo far due passi indietro e rovinare sulla vetrina climatizzata dei sigari.

Gli Avana da venti euro l’uno rovinati.

Lui morto stecchito.

Il malcapitato – chiamiamolo pure così – si chiama Nicola Lucchetta e di professione è agente immobiliare. Si faceva vedere al bar un paio di volte al mese, sempre con donne diverse; si faceva apparecchiare un tavolino al bar, ordinava ostriche e Franciacorta. E pagava sempre con la carta aziendale senza lasciare un centesimo di mancia.

In poche parole un cliente di cui si può benissimo fare a meno.

Quella sera di dicembre era venuto da solo. Sembrava di buon umore, cosa questa che già aveva cominciato a farmele girare visto che il quattordici dicembre del duemiladieci era stata una giornata nera. Per la democrazia. Per l’Italia. E pure per il mio ristorante visto che per tutto il giorno non era entrato un cliente che fosse uno. Neppure i soliti vecchi ombrettari che non mancavano neppure se l’acqua gli arrivava alla cintura. E di acque alte ne avevamo avute parecchie in quell’anno di merda, scusate la volgarità.

“Un piatto di baccalà in umido e una bottiglia di Bellavista che si deve festeggiare.”

Non gli domando che cosa perché non tollero che qualcuno possa essere felice in un giorno come quello. Gli scaldo il baccalà nel microonde e gli apro un Saten. Mariella è seduta in cucina e guarda Vespa col il bicchiere di rosso bello pieno.

Erano mesi che pensavo di lasciarla a casa perché tanto per quello che doveva cucinare potevo benissimo arrangiarmi da solo. Fra stipendio, nero, contributi e annessi e connessi mi costava più di quanto mi facesse guadagnare. Porto da mangiare a Lucchetta e butto un occhio fuori della porta.

Neppure un cane.

Neanche un mezzo studente che si sia attardato in biblioteca. Di professori non se ne parla dato che da quando mi hanno fatto tener chiuso per tutti quei mesi non si sono più fatti vivi. E chi li vuole poi, quegli arroganti con le loro borse di pelle, le giacchette di velluto e le facce sempre distratte e soprapensiero come se nei loro cervelli ci fosse chi sa cosa. Le utilizzassero quelle teste pelate per qualcosa di più utile che raccontare le favole della buona notte ad un branco di perditempo scansafatiche.

Io ho sempre preferito i professionisti, quelli veri tipo gli avvocati, i commercialisti, i notai. O gli architetti coi soldi.

E se proprio dovevano essere dei professori meglio quelli di Economia. Quelli si che sapevano spendere.

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