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La fiducia

Fa freddo.

Un freddo improvviso dopo mesi in ammollo: acqua dall’alto, dal basso; dalle pareti. C’erano state giornate, a novembre, che sembrava di essere dentro l’umidificatore che Lucchetta mi ha appena sfondato.

Non avrei mai creduto che una bottiglia di Soave fosse in grado di aprire una testa a quel modo.

Una bottigliata così, non ve lo nascondo, l’avrei data volentieri anche a uno di quei tali in parlamento che se ne stavano là a sventolare i loro fazzoletti, ad insultare e a mettere le mani addosso neanche fossero allo stadio.

Con quello là, seduto sul suo scranno col sorriso dipinto in faccia. A sfottere noi gente che lavora.

“Che ti ridi!” avevo urlato al televisore facendo saltare la Lella e Tobia sulla sedia. Tobia è il mio bambino. Ha sei anni, fa la prima elementare ed è costretto a crescere in un paese morto, povera anima.

La Lella è mia moglie. Una brava sarta anche se mi sarebbe stata più utile in cucina, al posto di quella ubriacona della Mariella Piovesan che avevo comprato solo perché dieci anni prima aveva avuto una stella Michelin. Un pacchetto vincente mi aveva detto Baldan che se ne intende: Mariella la cuoca del Gambero Nero; Alfio il maître della Briccola; uno chef de rang (nonché sommelier) e due commis de rang a cinque stelle; un barista del Danieli; tre cingalesi a lavare i piatti perché i negri tutti me li avevano sconsigliati; una cinese a stendere la pasta e a fare ravioli e tortellini; e la vecchia Ida a far le pulizie la mattina.

Dieci persone per cinquanta coperti e due tavolini al bar.

La cantina l’avevo comprata in stock da un ristorante che era fallito e di cui ora non sto a farvi il nome che non mi par bello. Duecento etichette con pezzi rari da tre-quattrocento euri a bottiglia. E nemmeno una bottiglia che non avesse almeno due bicchieri visto che la gente oggi si informa e gli piace trovare a tavola quello che legge sui giornali.

I sigari erano arrivati dopo che il notaio Miramonte aveva fatto pressioni. Poi è arrivata quella legge demenziale che mi ha costretto a spedire pure i conti e i principi in calle a fumare, col ballon di cognac in mano a tenerli caldi.

Dopo tre mesi di restauri la “Cantina dei Carmini”, questo il nome che avevo dato alla mia creaturina in onore di una chiesa là vicino, aveva fatto il suo ingresso nel mondo della ristorazione veneziana.

Un ingresso a suon di recensioni sul Gazzettino e sulla Nuova. Seguite da una bella intervista sul Corriere Veneto in cui io me ne stavo vicino alla Mariella, col maglione nero per nascondere la pancia che non era ancora il barile che mi porto in giro ora, e un sorriso pacioccone sotto la barba (così l’aveva definito mia moglie).

“Dateci un paio d’anni e vedrete le stelle che pioveranno.” Avevo dichiarato col mio solito ottimismo visto che oltre ai dipendenti nella mia agendina c’erano i numeri di: 2 pescivendoli fra i migliori della provincia; 8 rappresentanti di vino e liquori; 2 rappresentanti solo per il formaggio e i salumi; 1 per la carne; 1 per l’olio e l’aceto; il miglior panificio della città per il pane; un altro a trenta chilometri di macchina per i grissini. Il caffè era di una marca di ultranicchia, coltivato un chicco alla volta da delle donne honduregne di sinistra. L’acqua arrivava dalla Scozia. La birra dal Giappone e dal Friuli. Il burro dal Cadore.

I primi mesi feci il tutto esaurito. Tanto che per i dessert dovetti affiancare alla Mariella un cuoco che veniva dall’Harry’s Dolci (a duemilatrecento euri in busta).

Un anno dopo eravamo sul Gambero Rosso, Veronelli, Panorama, Espresso e altre minori.
Gran voti che ci parevano più che meritati.

Sulla Michelin però neppure una menzione. Francesi del cazzo. Mi ero detto. Vuoi vedere che si sono dimenticati di aggiornarsi? Quindi gli scrissi una lettera risentita per fargli notare che a Venezia era nata una stella.

Anzi, un tre stelle.

Un ristorante da duecentomila euro di arredamento pagato a sessanta giorni.

Specialità pesce.

Ovviamente.

Pensate che mi abbiano mai risposto? Fanculo.

E pensare che se quell’altro che fa tanto il santo fosse stato più attento a chi candidava ora quello là non se ne starebbe a fare il gradasso, ho detto a mia moglie quella mattina di dicembre. Poi la Rai ha mostrato i tumulti in piazza del Popolo. Come nel ’77, hanno detto. E io li ho presi in parola visto che nel millenovecentosettantasette avevo dieci anni. Roba da ritorno agli anni di piombo, ha detto qualcun’altro. Con gli infiltrati a provocare i fascisti in divisa. E i fascisti con la sciarpa e il casco da motociclista a cercare un pretesto per farsi sparare.

Tutto perché quello là non se ne vuole andare. Tronfio per averla fatta franca un’altra volta. Là sul pulpito a muovere la mani come se fosse ad una riunione di condominio.

Il suo condominio. Per la miseria. Me lo avessero detto prima non avrei mai preso il mio appartamento in affitto. Me ne sarei andato a tosare pecore in Patagonia.

Capirete quanto il mio umore fosse nero quando Lucchetta è venuto nel mio locale a sfoggiare la sua faccia di destra.

Non pensate neppure per un attimo però che io sia un comunista. Anzi. Quando c’era ancora Spadolini – buon anima – ero uno che votava repubblicano.

Ora sono quello che si potrebbe definire un patriota. Un pelino conservatore. Liberale quel tanto che basta ad un commerciante. Uno a cui sta a cuore il sociale, ma non in modo ideologico. Sempre che questo non significhi regalare soldi a chi non ha voglia di muovere le chiappe. Voto a sinistra, ma non mi sento rappresentato.

Nella mia vita non ho mai avuto grandi idee politiche.

Tranne una.

Quello là se ne deve andare in galera.

So di non essere molto originale, ma in un certo senso sono convinto che siano stati proprio quelli come lui la causa di tutti i miei fallimenti. E dire che un po’ gli avevo creduto quando aveva fatto il suo ingresso in politica. Anche per fede calcistica.

Ora però lo odio e con lui tutti quelli che gli assomigliano.

Quel giorno di dicembre perciò ho voglia di provocare.

Con mia moglie non c’era modo visto che mi da ragione ancora prima che apra la bocca.

Mio figlio è troppo piccolo.

Mi rimane la Mariella.

“Ti pare un atteggiamento da uomini politici? Con le bandiere in mano a cantare l’inno di Mameli come in osteria? Come se appartenesse a loro? Che se Mameli fosse ancora vivo si rivolterebbe nella tomba.”

Non proprio, ho pensato un istante dopo, ma la Mariella non sembra essersene accorta. “Nel senso che si sarebbe rifiutato di scriverlo.” Ho aggiunto.
“No eo gavea scrito Musssoini?” ha detto la donna nel suo strano dialetto, qualcosa a metà fra il veneziano e il padovano.
“Non proprio. Mameli era un antifascista.”
“Anche me nono. Ti sa che xe sta copà da un gierarca?”
“Non lo sapevo.”
“Prima eo ga riempio de ojo, poi eo ga ciapà a bastonae finché nol xe morto. Sti cancari rottincueo. Tasi che dopo anca eori i ga fato ea fine del porrrco.”
“Rimane il fatto che un paese democratico non dovrebbe dare certi spettacoli.”
Mariella si accende una MS prima ancora di chiedermi il permesso di uscire a fumare.
“Parchè te par che semo un paese democratico?”
Certo che lo siamo. Dico fra me e me visto che non c’è modo di cavare un pensiero coerente da quella donna di sessantadue anni.

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