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La fiducia

Anni al passati al massimo. Con vetrina straripanti di pesce fresco. Clienti dei più belli che si possa immaginare. Carta vini da paura, con annate di Bas-Armagnac da brivido, Porto che avevano visto la seconda guerra mondiale. Da me Lo Château d’Yquem scorreva a fiumi e senza prenotazione col cavolo che si trovava un posto. Poi quello là viene chissà come resuscitato. Va di nuovo al governo e alla gente passa la voglia di spendere soldi. Non importa se il sindaco tien botta, la gente comincia a mettersi la cravatta a pallini e andare a mangiare nei ristoranti batteriologici tipo quello di Barcellona. E la gente che ne capisce veramente di pesce, di cucina, di vino comincia a non aver più voglia e soldi da spendere perché quello là a Roma, col suo modo di fare, ti fa passare la voglia di goderti la vita. Non che la televisione non avesse fatto la sua parte, deprimendo la gente con tutto quel parlare di crisi.

La caduta non si può fermare perché in un ristorante come il mio, quando il pesce in vetrina non è di giornata, la gente comincia a storcere il naso, ma se non hai gente a sufficienza il pesce della vetrina lo devi buttare nel gabinetto e se le bottiglie non si danno il giro continui a comprarne solo perché i rappresentanti non ti danno tregua. Non puoi licenziare il personale di punto in bianco, ma gli stipendi li devi pagare lo stesso. Ma soldi non ne entrano e allora cominci a ritardare il pagamento della merce, delle bollette, delle utenze. E la vetrina di pesce si svuota e il principe che non ha abbastanza varietà va a mangiare all’Harry’s che la vetrina non l’ha mai avuta.

Basta un attimo per ritrovarsi dalla stelle alle stalle.

Le mie stalle puzzavano di fogna perché a Venezia è così. Con un ristorante pieno di bella gente e di turisti ricchi l’odore non lo senti. Quando cominciano a venire quelli del menù a prezzo fisso, i bottegai e le feste di laurea, allora la puzza diventa insopportabile.

Il pesce non lo compri più al mercato ittico, ma vai di nascosto al supermercato.

Quello là rivince le elezioni ed io compro una partita di cozze avariate.

Clienti con la dissenteria.

La famiglia Cagnin di Borbiago mi denuncia.

L’ASL mi fa chiudere.

E ora eccomi qua. A lavare i miei piatti con Lucchetta che si ubriaca nel mio bar, pieno di boria.

Che ne sarà di mio figlio quando dovrò chiudere bottega? Se ho fortuna vendo bene. I turisti che battono questa zona non sono quelli di Rialto, ma bastano per trasformare i Carmini in una pizzeria. O male che vada in un bacaro per studenti.

Io no che non ci sto in un bacaro a servire quei morti di fame, dopo che ho porzionato personalmente il pesce a George Clooney e Cameron Diaz.

Ora devo pensare a Lucchetta. Mi dico. Però prima mi devo fare un altro goccetto di Pieropan.

Apro la vetrina frigo e tiro fuori una bottiglia del 2008.

Vado in bar. Lucchetta è sempre là a giocherellare con l’Iphone.

Accendo la televisione e capito su Vespa che analizza gli eventi del giorno. Mi verrebbe da ringhiare. Invece appoggio il Soave sul banco e sparecchio il tavolo di Lucchetta che non si degna neppure di alzare lo sguardo.

Una volta in cucina butto piatti e posate direttamente nel bidone della spazzatura.

Torno in bar deciso a cacciare quella merda, scusate di nuovo la volgarità, ma quando ci vuole vi vuole. Lucchetta mi sta aspettando davanti alla cassa, quasi seccato. In mano ha un pezzo da cento euro.

Che minchia. Penso. Quello ora mi vuole pure prendere per il culo. Starà pensando: vedi che a essere come me si casca sempre in piedi? Perché credi che il nostro capo trionfi sempre? Perché sa quando è il caso di pagare con la carta e quando è il caso di pagare in contanti.

Non sono convinto di seguire il suo pensiero, ma il senso rimane lo stesso. Quello vuole farmi sentire un perdente, come quei politici seduti mogi mogi a lamentarsi della disonestà altrui, come se non l’avessero saputo prima.

“Ecco a lei.” Dice Lucchetta con quell’insopportabile sorriso da mentecatto.
Afferro la banconota e gli do venticinque euro di resto.
“Con questi magari ti compri pure un paio di consiglieri comunali.” Gli dico.
Lui mi guarda come se non capisse.
Poi dà un’occhiata a Vespa sul televisore. E ride.
“Ah. Bella. Sì.”
Poi in tono confidenziale. “Ma secondo lei, uno che si può comprare Robinho e Ibrahimovic non si può permettere un paio di poveracci?”
“I calciatori almeno per novanta minuti devono correre…” avrei voluto dire qualcos’altro. Usare la dialettica della sinistra, l’impeto di quelli con i valori, l’ironia di certi comici. Avrei voluto metterlo alle corde, farlo cadere in contraddizione.
“E poi, parliamoci chiaramente. Se esiste un corruttore devono esistere anche dei corrotti, non le pare? Questa si chiama politica.”
Avrei voluto spiegargli che la politica l’avevano fatta De Gasperi e Togliatti (mi pare si dica così). Che la politica non è un mercato rionale e che quegli scranni avevano visto teste incoronate con l’alloro, non solo culi pronti per l’uso.
Avrei voluto dire un sacco di cose, ma non sono mai stato bravo a parlare, né a discutere.
“Buona sera e se non ci si vede auguri per un anno nuovo pieno di successi!”

A quel punto la misura era colma.

Mi casca l’occhio sul Soave di Pieropan. Bottiglia smilza, col collo lungo. Elegante. La afferro e con una rapidità che sorprende anche me la calo dall’alto sulla testa di Lucchetta.
Una mazzata violentissima che mi fa quasi perdere la presa sul collo della bottiglia.

Non so se l’agente sia morto subito.

Dopo che mi aveva sfondato la vetrina dei sigari se ne era rimasto disteso sul pavimento a saltare come un epilettico.

Avrei voluto dargli un’altra bottigliata, ma un po’ mi faceva schifo.

Poi di colpo ha smesso di muoversi.

Vespa è ancora là che spiega come si sono svolti i disordini alla camera. Abbasso il volume, chiudo la porta del bar a chiave e spengo tutte luci lasciando che fosse solo il televisore ad illuminare il macello che avevo combinato.

Afferro Lucchetta per le gambe e lo trascino in cucina lasciando una larga scia di sangue sul pavimento.

Mi assicuro che la porta sul retro sia chiusa, accendo un paio di candelabri e li porto in cucina.

Lavoro fino all’alba, ma ne vale proprio la pena.

Telefono alla Mariella e le dico di starsene a casa che quel giorno avrei tenuto chiuso. Le ritelefono un paio di minuti dopo per aggiungere che, già che c’è, poteva anche non tornare più.

Stampo il menù del giorno e lo appendo alla porta.

Per festeggiare la nuova vita del nostro Governo il Ristorante dei Carmini ha preparato il:

Menù della Fiducia:

  • Spiensa al Franciacorta
  • Tortellini al ragù di baccalà
  • Fegato del veneziano
  • Spezzatino all’immobiliare
  • Opposizione astengasi.
  • Prezzo bevande escluse: € 25.

Da quel giorno ho ricominciato a fare il tutto esaurito. Ora non mi restava che assicurarmi un costante rifornimento di carne fresca. Ma con l’inizio della nuova stagione politica sono sicuro che non sarebbe stato un problema.

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