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La forma del punk che verrà

La forma del punk che verrà

La forma del punk che verrà, un racconto inedito di Dario Valentini per Sugarpulp MAGAZINE.

“E quindi che genere fate?” Chiese lei. 

Frison si infilò una mano nei capelli. Aggrappandosi nervosamente ai ciuffi sulla nuca. Chiuse un occhio e pensò bene a cosa rispondere.

“Diciamo Punk. Hardcore Punk.” Disse “Ma è complesso da spiegare.”

“Però non sembri affatto un punk!” Rise lei.

Era una studentessa del conservatorio Pollini, Frison l’aveva adocchiata all’uscita. Gli piacevano quelle con i capelli corti. Faceva violino. Forse. Non gli fregava niente in realtà. Aveva delle gambe scandalose e lo sguardo da furba. A guardarla bene, la sua faccia aveva qualcosa di strano. Era leggermente asimmetrica. Niente che gli impedisse di volersela portare a letto comunque. 

Si chiamava Bianca. 

“È perché mi hanno fatto un impianto d’osso.” 

“Cosa scusa?” 

“La faccia dico, per questo è un po’ stramba.” 

“Non so di cosa stai parlando.” 

“Lascia perdere, me lo chiedono tutti prima o poi, quindi meglio se te lo dico subito: ho fatto un ascesso a un dente che mi ha mangiato l’osso sotto la gengiva, quindi poi per farmi l’impianto hanno dovuto tagliarlo da un’altra parte e metterlo li, se no non sarebbe entrato il perno del dente finto.”

“Capisco, non si vede affatto.” 

Lei gli sorrise. Pensò che se continuava così non se la sarebbe mai scopata.

“Si vede invece, perché è ancora gonfio! Il dentista ha detto che ci vorrà ancora qualche mese perché vada giù.” Concluse. Sbuffò scuotendo la testa e fece dondolare gli orecchini da zingara, troppo grandi per le sue orecchie.

“Beh ti va di berci sopra?” 

“Ma sei idiota? Non posso mica bere messa così!”

Cazzo pensò lui. Se l’era veramente giocata di merda.

“Sto scherzando, prendiamoci uno spritz che disinfetta! Offri tu.” 

Non studiava violino ma viola e non era neanche di Padova ma di un comune sperduto in provincia di Vicenza. Ecco perché parlava con le e tutte aperte. 

Seduti sotto i portici rossi di riviera Ponti Romani, a un tavolino con la vernice consumata stretto sotto un arco, stavano abbastanza vicini da permettere a Frison di sentire il suo odore. Niente intrugli dolciastri che urlano “Eau de Campagna Veneta” ma un misto di sudore e borotalco. Semplice. Ma efficace.

“E quindi tu, senza tatuaggi, in camicia, jeans stretti e scarpette saresti un punk?” Tornò a punzecchiarlo lei dopo due spritz al Campari. 

Frison incassò in silenzio, finì il suo aperitivo e poi sentenziò:

“Per quelli come me il Punk è iniziato nel 1998!”

“E questo cosa dovrebbe significare? Cos’è successo nel 1998?” Chiese lei ad alta voce “Di sicuro non è iniziato il Punk!” Concluse.

“È uscito The Shape Of Punk To Come dei Refused.” Rispose Frison annuendo.

“Ah molto interessante.” Rispose lei con un sorrisetto. 

“Proprio cosi!” Continuò incurante lui “Di fatto era il terzo album dei Refused e persino il titolo implicava che ci fosse una qualche forma di Punk precedente, ma a quelli come me non importa molto di quello che è venuto prima.”

Lo sguardo di lei gli rimbalzò sulle mani. Gli avevano sempre detto che aveva delle belle mani. Specialmente per uno che suonava il basso in un gruppo Hardcore.

“E perché? Mi sembra un discorso stupido, specialmente fatto da un musicista.” Lei si aggiustò la frangia. Lui anche. Il risultato furono due ciuffi ancora più impiastricciati.

“Forse, ma il Punk che c’era prima quel disco lo contiene già tutto al suo interno, raccoglie l’eredità di decenni di urla e chitarre distorte e li mescola a sonorità impensabili, pura avanguardia! Noi che veniamo dopo non possiamo tornare indietro! Sarebbe come tornare a Sergio Leone dopo Tarantino!” 

Per una volta una delle sparate di Boscolo forse gli sarebbe tornata utile. Non che gliel’avrebbe mai detto, se è per questo.

Bianca ordinò un altro giro di spritz “Continua.” Sospirò.

 “Immaginati una banda di punk svedesi, socialisti, vegani e incazzati che entrano in un locale dove stanno suonando jazz. Invece di distruggere tutto si mettono a fare una jam session con i jazzisti. Poi si stancano, lasciano il locale e finiscono a fare un’altra jam session in un club techno. Insomma da lì in poi la rivoluzione: niente più regole, e i dischi senza regole sono quelli che contano davvero per me!”

Bianca emise un ronzio a bocca chiusa.

“Mah!” Esclamò “Mi sembra talmente presuntuoso pensare che un disco racchiuda tutto il passato di un genere e anche un pezzo del futuro! Non mi hai fatto voglia di ascoltarlo, e ancora non capisco perché non hai i tatuaggi sulle mani e i capelli lunghissimi”

“È chiaro invece.” Disse Frison “Perché il Punk è morto! È morto l’immaginario classico del punk che non si lava per giorni e va ai concerti nei centri sociali, porta gli anfibi e la maglia dei Dead Kennedys. Noi siamo la nuova generazione, siamo contaminati, senza definizioni. Siamo evoluti!”

“Grazie a Dio! Questo mi rassicura.” Esclamò lei “Ora sono certa che ti sei fatto una doccia recentemente.” 

Lui non era soddisfatto, strizzò gli occhi la guardò fissa.

“Comunque tornando alla forma del Pun-“

“Senti.” Disse lei, mettendogli la mano sul braccio “Io sono al terzo spritz a stomaco vuoto, casa mia è a cinquecento metri su una traversa di via Altinate, cosa dici se ci prendiamo un kebab e andiamo a mangiarcelo sul tetto, aspettiamo finché la mia coinquilina non esce di casa e poi le rubiamo una bottiglia di vino.” Si avvicinò col viso “È abbastanza Punk per te?”

Meglio un falafel pensò Frison che non mangiava carne.

“Certo che tu sei rimasta agli anni 80 eh?” Ridacchiò lui. 

“Colpevole! Mi piacciono i King Crimson, i Talking Heads e non me ne vergogno.” Ribatté Bianca montandogli sopra la pancia.

“Non intendevo quello!” Provò a protestare lui un po’ senza fiato per il peso. 

“So benissimo cosa intendi! Ma prima di tutto è inverno.”

“E allora?!”
“E secondo che razza di punk si lamenterebbe di una cosa del genere! Allora è proprio vero che il genere è morto!”

Lui rimase in silenzio.

“Se i tuoi cari Refused-cosi ti sentissero piagnucolare per una cosa così, cosa penserebbero di te?”

“Che non ho voglia di tossire per mezzora dopo“

“Ma smettila! Ti è andata di lusso ad esserti portato a letto una come me, se non ti piace torna a dare la caccia alle tue amiche della Marzolo Occupata.”

“Intanto sei tu che ti sei portata a letto me.”

“Dettagli.” Disse lei portando il busto in avanti. Scrollò la testa facendo schizzare il sudore sulla faccia di Frison.

“Aggraziata.” 

“Senti fare un secondo round è Punk? Possiamo chiamarlo encore se ti fa stare più tranquillo.”

Frison la prese per le spalle e la spostò da sopra di lui, la schiacciò sul materasso e le tenne i polsi stretti.

“Finalmente ragioniamo!” Rise lei. 

Proprio in quel momento squillò il telefono di Frison. Lui si staccò, saltò sul pavimento e si mise a cercarlo freneticamente nel garbuglio dei suoi pantaloni.

“Ma cosa stai facendo? Lascialo squillare!”

“È importante!”

“Cosa ci può essere di più importante di quello che stavamo facendo? Non mi dire che hai la ragazza! È la tua ragazza vero?” Alzò la voce lei.

“Peggio.” Sospirò lui e rispose al telefono.

Nel silenzio della sera Bianca poteva sentire perfettamente quello che diceva la voce dall’altra parte della cornetta. Non era quella di una donna ma di un ragazzo.

“Cosa significa che arrivi più tardi, Frison? Dove cazzo sei?”

“Boscolo! Ho avuto un contrattempo… assolutamente inaspettato!” Disse lui scoccando un’occhiata a Bianca.

“Siamo al MAME da mezzora, gli opener hanno già finito di suonare e te li sei persi! Ma poi non eri tu quello che diceva di supportare la tua scena locale, di arrivare presto, di guardare tutti quelli che suonano?!” 

“Cazzo, scusate è che…“

“Dai non importa, tanto erano una merda!”

Frison esitò.

“Invece i Deafheaven spaccano, vedi di essere qua presto perché tra un’ora attaccano.”

“Arrivo! Sono nei paraggi.”

“Sarà meglio! Questa è la storia della musica che sta accadendo e tu non ci sei, sei da qualche parte a fare chissà cos’altro e te lo perderai!”

Boscolo mise giù. Frison si era già mezzo rivestito. Bianca lo guardava con gli occhi sgranati.

“Devo andare, c’è un concerto stasera, è una cosa importante, io…mi dispiace!”

Bianca sospirò e alzò le braccia. “Ma che cos’è un film romantico del cazzo?”

Frison finì di allacciarsi le scarpe e la guardò senza risponderle. Abbozzò un sorriso incerto.

“Il Punk, la scena, la storia della musica eh?” Proseguì lei sardonica. 

“Esatto!” Disse lui “Mi faccio vivo io!” Urlò finché correva giù dalle scale.

“Quindi sei venuto al concerto quando potevi stare a scoparti questa tipa?” Chiese Boscolo corrucciando la fronte “Fa vedere una foto.” 

Frison prese il telefono e aprì la foto profilo Whatsapp di Bianca.

Boscolo glielo rubò dalle mani fece un ronzio a bocca chiusa. “Sei un coglione!”

Lo passò in mano a Ballerini “Coglione.” Fece lui annuendo.

Ballerini lo passo a Rampino che rimase un po’ a guardare la foto grattandosi la testa.

“Va beh lui non fa neanche testo.” Disse Boscolo strappandoglielo di mano e restituendolo a Frison.

“Oh bionda fammi quattro gin-tonic” urlò Boscolo alla barista del MAME, che ovviamente era castana “Offro io! Brindiamo alla stupidità inquantificabile di Frison!” 

“Sei proprio un principe Boscolo.” Rise Ballerini

Rampino rimase in silenzio battendo con il piede un tempo invisibile sul pavimento del MAME. Punta e tacco. Tacco e punta. Di sicuro era un poliritmo. Ma poi a chi cazzo gliene fregava.

“Se ti scopa ancora è una santa.” Disse Ballerini.

“No qui bisogna pensare a qualcosa per salvare la situazione!” Esclamò Boscolo “Una così non gli ricapita.”

“Ho scopato anche di meglio ok?” 

“Ma quando mai?!” 

“Scusate ragazzi io avrei un’ide-” Provò a parlare Rampino

“È proprio una bella ciccia eh.” Lo interruppe Ballerini

“Scusate!” urlò Rampino “Io avrei un’idea!”

I ragazzi lo fissarono.

“Perché non l’hai invitata a venire?” 

Boscolo guardò Ballerini che gli fece un cenno con le mani: 15 minuti.

Boscolo annuì languidamente e sorrise sotto i baffi.

Una volta Ballerini, Il Pilota, li aveva portati da Venezia a Vicenza in mezz’ora per andare a vedere gli Shizune. Concerto memorabile peraltro, in cui Rampino aveva lasciato un incisivo nel moshpit. Un altro.

Tempo previsto tra il MAME e casa di Bianca: 6 minuti. Tempo previsto per tornare al MAME: 4 minuti. Tempo previsto per convincerla a scendere, considerando che avrebbe fatto un po’ la preziosa, che si sarebbe dovuta mettere qualcosa di carino e sistemarsi un attimo: almeno 15 minuti.

Ammesso che riuscissero a convincerla a venire, di sicuro sarebbero rientrati al MAME che i Deafheaven avevano già iniziato a suonare ma ne valeva la pena, pensò Boscolo, cosa non faceva per le persone che amava.

“Chiamala! Così risparmiamo un po’ di tempo” Sentenziò Boscolo mentre sgommavano fuori dal parcheggio “E cerca di essere convincente Frison, giocatela bene ti prego”

Frison fece un respiro profondo. Il telefono squillò un paio di volte.

“Chi è?” Chiese Bianca, che non aveva il numero di Frison perché lei l’aveva lasciato a lui. Ma non viceversa.

Frison rimase un secondo in silenzio. Si passò la lingua sui denti.

“Qui è la storia della musica che parla…” Gli scappò un sorrisetto “Dice di scendere, perché la nuova forma del Punk sta venendo a prenderti sotto casa!”

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