La gioiosa anarchia dei Pitura Freska

La gioiosa anarchia dei Pitura Freska

La gioiosa anarchia dei Pitura Freska, band veneziana che è stata tra le protagoniste della scena musicale italiana per quasi un decennio.

«Dedicà a tuti quei che ghe stèmo sui cojoni!»: con questa frase di Skardy esplode Olive, album live del ’99 che segna il canto del cigno di Pitura Freska. Un frase che racchiude in poche parole tutta la gioiosa anarchia della band veneziana che è stata tra le protagoniste della scena musicale italiana per quasi un decennio.

C’è poco da fare, prima di loro nessuno di noi aveva mai visto una band cantare in dialetto veneto anzi, venessiano, e raggiungere livelli di notorietà di quel genere. Nel ’97 i fioi sbarcano addirittura sul palco dell’Ariston, ipnotizzando San Remo con il loro Papa nero e con un’interpretazione che sprigiona una vitalità incontenibile.

I Pitura Freska hanno smontato tanti luoghi comuni su Venezia, hanno usato il codice del reggae per scardinare convenzioni e regole non scritte in maniera diretta e senza peli sulla lingua. Partiti come band demenziale i Pitura sono riusciti anche a raccontare Venezia e il suo hinterland in maniera schietta ed originale, portando alla luce i mille problemi di un territorio in bilico Venezia e Marghera, tra uno dei luoghi più belli e ricchi d’arte della terra e una delle periferie industriali più alienanti e delocalizzanti d’Italia.

Nelle canzoni dei Pitura il dialetto veneziano si sposa a meraviglia con il reggae e dà una valenza ancora più forte alla denuncia sociale, al racconto del malcostume politico, all’amore per un territorio devastato e massacrato dal menefreghismo e dal dio denaro. Quella dei Pitura Freska è stata una globalizzazione ante litteram che ha anticipato alla grande quello che sarebbe arrivato nel decennio successivo un meticciato cultural-regionale che testimonia quanto viva e multiculturale fosse la provincia veneziana già a partire dai primi anni ’90.

E poi la poesia inconsapevole di alcuni passaggi velati di  malinconia che fanno capire quanta vita ci sia dietro ai riff in levare della bruta banda: penso a canzoni come Cartoni animati, Bea Fìa o Crudele, che ti spiazzano raccontando verità ed esperienze comuni a tutti in maniera semplice e diretta.

Senza dimenticare tutta la vena sboccata, anarchica e visionaria del resto del repertorio dei Pitura e che incarana alla grande l’attitudine folle del Veneto, terra che negli ultimi cinquant’anni è riuscita ad esprimere contraddizioni e fenomeni unici. E infine tutta la meraviglia di quel dialetto cantato, il diaèto scieto usato come seconda lingua che ti permette di dire tutto, anche quello che con l’italiano non puoi o non vuoi dire. Un dialetto usato in maniera naturale e sincera senza secondi fini o  stupide strumentalizzazioni politiche, come putroppo siamo abitauti a vedere ultimamente.

E infatti la politica che tanto ama il dialetto ha “dimenticato” presto il fenomeno Pitura Freska: troppo scomodi, troppo disallineati, troppo diversi. Ma alla fine chi se ne sbatte, a noi restano una manciata di album e di canzoni, teniamocele strette.

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