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La luce del commissario Elio Gamba

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“One pill makes you larger, and one pill makes you small
And the ones that mother gives you, don’t do anything at all.”
“Una pillola ti rende più grande, una ti rende più piccolo
E quelle che ti ha dato tua madre non fanno proprio nulla.”

(Da “White rabbit”, Jefferson Airplane, 1967)

Drug kills slowly
But we aren’t in hurry
La droga uccide lentamente
Ma noi non abbiamo fretta
(Letto su una maglietta, novembre 2006)

ANDATA

Ora
Erano i figli di un mondo nuovo, tutti lì, avvolti dai colori di un arcobaleno acido, fasciati di pelle e cuoio, appiccicosi di gel, lacche e sudore, perforati da chiodi d’argento e tatuati coi simboli di una religione perduta, forse lontana dal nostro tempo, forse mai esistita.
Erano i padri e le madri di un futuro molto prossimo, i figli di un nulla formato famiglia, messi al mondo in una landa desolata di fabbriche, nebbie e venti impietosi.
Erano tutti lì, in un luogo dove una volta alcuni dei loro padri e madri avevano lavorato a ticchettanti telai meccanici, ogni secondo desiderosi che quel giorno avesse termine e che la buia notte zittisse il demoniaco gorgheggio meccanico.
Ma, ed è cosa risaputa, il tempo cambia le cose e spesso ci ficca un bel meno davanti e le cambia di segno. Ora i figli dei padri e madri vittime del frastuono meccanico, erano lì al solo scopo di adorarlo, per adorare il freddo e tribale grido delle macchine, generato da onde sinusoidali bypassate non da valvole bollenti ma da silicio e transistor di ghiaccio, amplificato da sarcofaghi di plastica con membrane in tensione continua, trasformato nella musica della moltitudine, nell’inno delirante di coloro i cui cuori battevano in sintonia col rullo fremente e continuo delle casse.
Nel circo compatto e psichedelico che creava la folla in delirio solo due persone spiccavano ma solo una sarebbe stata visibile ai vostri occhi, se aveste avuto occhi in quel luogo.
La prima era Dio. In un lucente sudario da festa muoveva le sue molte braccia sui mille generatori di suoni che lampeggiavano davanti a lui, svirgolando vinili, inserendo dischi compatti, ruotando manopole, alzando leve, premendo bottoni.
La seconda era il Demonio. Confuso nel nulla in un angolo miracolosamente non intaccato dalle strobo fliccheranti o dai laser freddi, protetto da una provvidenziale nuvola di fumo, osservava il dionisiaco ruotare di corpi senza pensare a nulla.
Per chi crede nei nomi dirò che il nome di Dio era Dj Zeus e il nome del secondo era Elio Gamba, anche se nessuno pronuncia più il suo nome senza anteporvi il titolo terreno di commissario.

Una settimana prima
Perché il procuratore Italo Todeschi stesse piangendo nel suo ufficio molti avrebbero potuto capirlo. Sua figlia Marzia era scomparsa da quasi un anno, anzi, da un anno giusto il prossimo sedici febbraio, fra una settimana quindi. Ma certo, se questo era il motivo principale, ve n’erano innumerevoli altri.
Il dolore per la perdita Marzia era simile a una masso pesante, scagliato dalla mano del caso in un pozzo oscuro che, nella sua corsa cieca, si avvolgeva a mille ragnatele grigie. Così, quando il dolore raggiungeva il suo culmine e toccava il fondo del cuore di Italo, era avvinto dal sudario di mille altre piccole tragedie.
Mentre una bava di vento penetrava dal finestrone semiaperto e faceva garrire pigramente il tricolore sbiadito, voltando curioso le pagine dei quotidiani sparsi sulla scrivania, il procuratore sedeva affranto su una morbida poltrona signorile, versando lacrime per il paese per cui suo padre aveva dato la vita sui monti del Carso.
Il commissario Elio Gamba era seduto di fronte a lui, all’altro lato del pesante tavolo di mogano. Fissava il padre della donna che aveva amato senza la forza di provare nulla. La sua anima era un batiscafo privo di controllo ormai affondato in una fossa profonda e la pressione claustrofobica che spingeva sulle pareti leggere minacciava di farlo implodere ad ogni istante.
Il procuratore si asciugò le lacrime e fissò il commissario con l’orgoglio e la forza degli uomini giusti. Incrociò le mani strettamente, fino a rendersi le nocche esangui.
“Scusami.” Sussurrò. “Ogni giorno è peggio. Tu puoi capirmi.”
Elio mugugnò una specie d’assenso. Estrasse da un pacchetto stropicciato una sigaretta e se la ficcò in bocca. La accese e aspirò una lunga boccata. I divieti non valevano per lui.
Italo fissò il nuoro con aria desolata. No, Elio non capiva, Elio non c’era più, Elio era morto come Marzia. Ora, davanti a lui, c’era una spoglia senza memoria avvolta in un sudario marrone. Uno zombie risvegliato da un rito profano.
“Senti Elio… non ti ho chiamato per farti vedere un vecchio che piange.”
“No.” Rispose il commissario. La sua voce, pur bassa e violenta, proveniva da un luogo lontano.
“Io rifiuto le tue dimissioni.” Dicendo questo prese la lettera che gli era stata recapitata un giorno prima e la strappò teatralmente, frustrato dal fatto di non produrre alcun risultato evidente su Elio.
“Mi servi per una cosa.” Continuò. “Mi servi per ammazzare un bastardo.” Fissò ancora per un attimo il nuoro ma non vide il minimo accenno di un’emozione. Sospirò, distolse gli occhi e poi chiese: “Lo capisci, lo capisci cosa ti sto chiedendo?”
Come per rispondere Elio estrasse la sua Beretta e la gettò sulla scrivania. Poi aprì una falda del suo trench e lasciò intravedere al suocero un luccichio metallico.
Il gesto di Elio, per Italo valeva un discorso di mille parole. Mille parole orribili. Ma era un cenno d’assenso e questo gli bastava. Anche lui era cambiato dopo la scomparsa della figlia: aveva smesso le vesti sacre del giusto e aveva preferito alle armi d’ordinanza, cioè i codici della legge, le armi cattive. Elio Gamba era la sua pistola segreta.

La pistola cattiva.

Un sorriso spaccò la faccia del commissario in due, un tetro sorriso a mezzaluna. Italo notò che il commissario aveva perso un incisivo ma non osò chiedersi in quale modo. Forse perché stava letteralmente cadendo a pezzi.
Il procuratore aprì un cassetto, ne estrasse una foto di grandi dimensioni e la gettò sulla scrivania, scoprendosi tremante anche in quel semplice gesto che voleva sembrare deciso. La foto ritraeva un individuo sui trent’anni, di bell’aspetto, abbronzato e dai capelli viola irti come spilli. Non sembrava una foto uscita da un archivio segnaletico ma piuttosto dal book di un modello.
“Ti posso dire il suo nome e il suo cognome, ma so che a te non interesserebbe. Per trovarlo di basta conoscere il suo pseudomino. Il suo pseudonimo voglio dire.”
Elio prese la foto e la guardò, poi la gettò di nuovo sul tavolo.
Scannerizzata, archiviata, salva file con nome “bastardo”.
“Si fa chiamare Dj Zeus. E’ uno dei più famosi Disk Jokey in Slovenia, ma lui non viene da là… viene più da est, dall’est più est che c’è in Europa. Il suo cognome finisce con ich, per intenderci.”
Elio riprese in mano la foto quasi automaticamente e le chiese con espressione ingenua: “Ma cosa hai combinato signor Ich?”
In un’altra occasione il gesto di Elio sarebbe potuto sembrare comico ma ad Italo fece venire i brividi. Pur di non rivolgersi direttamente a lui il commissario parlava con una fotografia. Assurdamente si chiese se Elio non avesse obliterato tutto ciò che riguardava Marzia, compreso il padre, lui stesso.
“Leggi qui.” Disse Italo ad Elio porgendogli la pagina di un giornale. Altrettanto assurdamente evitò di chiedergli: “Sai ancora leggere, vero?”
Un articolo cerchiato frettolosamente trattava dell’ennesimo caso di morte per abuso di stupefacenti in quei mesi. Elio Gamba probabilmente non ne era a conoscenza ma di articoli come quelli da gennaio ne erano apparsi circa venti, tutti riguardanti il Veneto. La procura aveva avuto il suo bel da fare a convincere i giornalisti che le cause delle morti non erano assolutamente legate. Che si trattava di una semplice casualità.
Inutile dire che prima o poi qualcuno avrebbe mangiato la foglia, in fondo vivevano in uno stato dove la giustizia agiva prima sui giornali e sulle televisioni e poi nelle aule giudiziarie, uno stato in cui piuttosto di rivolgersi alle autorità si pensava bene di interpellare un grosso pupazzone rosso.
“Gira un nuovo tipo di pasticche. Hanno un fulmine sopra… ed è il fulmine di Zeus.”
Nello sguardo di Elio Gamba non si accese nessuna scintilla di comprensione ma Italo continuò.
“Il fatto è che questa roba è terribile… Elio, fa rimpiangere le pasticche di una volta.”
Ancora il vuoto opaco di uno sguardo da zombie negli occhi del commissario.
“I ragazzi… i ragazzi che le hanno prese… i patologi hanno detto che il cuore gli è esploso nella cassa toracica. Le tagliano con una roba che estraggono dalle ghiandole dei maiali.”
“Colpo di fulmine.” Sussurrò Elio. Italo annuì.
Poi successe qualcosa, Elio sembrò scuotersi, tremò e sgranò gli occhi. Sembrò la vittima di un torturatore che si riprende con gli strumenti del dolore ficcati nella carne.
“Trieste.” Bofonchiò Elio. Ma era come un singhiozzo.

Cinque anni prima
Certo ci sono cose che non si dimenticano, che si caricano ad ogni riavvio. Ci sono posti in cui le cose sono giuste e i fili che le nostre vite tendono si aggrovigliano strettamente in un gomitolo rosso fuoco. Ci sono istanti in cui i nostri passi smettono il loro vagare cieco e il sentiero della vita appare evidente e luminoso. Allora ci si dice: non poteva andare che così e ecco perché ho vissuto e anche ora sono felice, ora sono veramente felice.
E c’è un ispettore che ha risolto un caso importante, una brutta storia di contrabbando di droga. E’ un uomo colto, bello e silenzioso… perché la giustizia tace sempre e non si vanta mai. Un uomo che sorride pensando a una cosa letta anni prima, libero dagli obblighi professionali.
E la città attorno è una sola luce, quella dell’alba che incendia il golfo. Tutto è rosso e arancio e la vita comincia, comincia qui.
Guardate.
Vestita di quell’azzurro che hanno i cieli in montagna, quando l’aria è tersa e sembra che allungando una mano si possano toccare i ghiacciai, leggera come chi non proviene da questo mondo ma lo possiede, viva come la città che la avvolge.
E a volte sono pensieri stupidi, ma Dio mio com’è bella e se adesso lo guardasse ne morirebbe e a volte i miracoli accadono e lei lo guarda. Il cappello di lui vola via, un cappello da ispettore un po’ pretenzioso, un po’ retorico, il cappello scivola, teso dallo stesso filo che muove quest’uomo e questa donna l’uno verso l’altro, in una città di questo mondo, e scivola, si tuffa nelle mani di lei come un gatto che ordina le sue coccole quotidiane.
E poi l’uomo e la donna ridono.
Ed è lo stesso momento in cui nel loro cuore comprendono di non essere più soli.
Un caffè poco lontano dal centro. Un posto tranquillo, silenzioso, abitato da gesti gentili e profumi dolci e forti. Luci soffuse e sedie di legno.
“Il nome originale di questa città era Trst.”
“Mamma mia, ce la fa a dirlo di nuovo?”
“Trst. Guardi che non è difficile. La erre in questo caso fa da vocale e sostiene la sillaba… ma mi scusi, così l’annoio.”
“Difficile.”
Lei sorride. Sensazionale come in lei tutto sembra familiare e straniero al tempo stesso. E’ come se sia stata dentro di lui per tutta la vita, ma si sia nascosta dietro una piega della sua anima o dietro una porta. Eppure… non è la sua voce che gli ha chiesto ad essere giusto? Non è per la bellezza di questa donna di nome Marzia che ha combattuto finora? Perché ciò che è bello dev’essere per forza giusto…e anche il contrario.
Adesso, certo, il commissario non sa che il tempo è un armigero impazzito che brandendo una lancia arrugginita riesce a trasformare le cose nel loro esatto contrario.
“Sa, lei non è uno che parla tanto.”
“Sta nello stereotipo, non credi?”
Lei ride e si copre la bocca con una mano. Lui non capisce il perché sulle prime, poi si rende conto della sua piccola gaffe. Ride a sua volta ma non chiede scusa: anzi la guarda e dentro i suoi occhi c’è qualcosa di grande che si muove. Forse un sogno, un sogno dove c’è posto per lei.
Forse solo per lei.
Nelle notti che avrebbero passato abbracciati nei prossimi cinque anni lei gli avrebbe sempre detto che quello sguardo, quel primo contatto di anime era stato il momento esatto in cui si era innamorata di lui.
“Va bene se ti do del tu? Mi sembra…” Di conoscerti, ma non finisce la frase, vittima di uno strano imbarazzo.
“Certo Elio.”
“Certo Marzia.”
Ridono ancora e lui vede che a Marzia ridono anche gli occhi a mezzaluna.
Fuori la bora si alza, qualcun altro perde il cappello e la vita scorre.

RITORNO

Un anno prima
Certo ci sono cose che non si dimenticano, che riappaiono ad ogni riavvio. Ci sono posti in cui la gente è attaccata a fili e senza quei fili non potrebbe vivere. Ci sono posti in cui le coperte sono dure e bianche e ci si dice: dio ti prego, fammi andare via e perché proprio a me, perché proprio a me o anche darei la mia vita per lei.
E lui è un marito che vede sua moglie morire, vede i suoi occhi che sorridevano a mezzaluna circondati da occhiaie buie, vede i capelli biondi che conosceva setosi divenuti rigidi come steli secchi. Vede le gocce cadere nella boccetta che le porta il cibo attraverso un tubo.
E sente che Trieste si rompe, sente che le vocali cadono e che resta solo una consonante a fare un lavoro che non le appartiene. Sente che il sole tramonta e la vita si ferma.
In un calmo delirio pensa che lei gli diceva spesso che sua madre gli aveva dato quel nome probabilmente perché fin da piccolo era bello come il sole, e pensa che tra sole e solo non ci passa una così grande differenza…ma è una cosa che non tollera.
Perché non succedono cose brutte agli uomini giusti.
Perché senza Marzia sa che impazzirà.
E la goccia fa plic, plic, le macchine bip, bip, i passi delle infermiere tac, tac…
E il suo cuore tace. E’ fermo.
“Elio.”
Si sveglia per un attimo. La sua mano, in quella del marito, ha una contrazione.
“Non piangere Elio. Non piangere per me. Non piangere mai.”
Elio guarda la moglie.
“Perché dovrei?”
“Non lo so…”
“Riposati, sei stanca. Riposati.”
“E’ di là il mio babbo?” Babbo, mai papà.
“E’ appena andato a mangiare qualcosa.”
“Io invece sono appena alla colazione…” Cerca di ridere ma anche quel semplice gesto le fa male ed Elio ne soffre il doppio.
“Mi canti una canzone?”
“…”
“Non mi hai mai cantato una canzone.”
“Riposati, amore.”
“Mi canti una canzone Elio?” Ora sembra una bambina spaventata a cui è successo qualcosa di molto brutto.
Ed Elio cerca di cantare una canzone che gli piaceva molto, che parla di un tizio che vuole buttare il suo cuore fra le stelle…ma arrivato alla prima strofa già il commissario Elio Gamba non c’è più.
“Elio. Elio dove sei? Senti, puoi dire che accendano le luci? Non ti vedo, Elio…”

Una settimana prima
Italo ora era in piedi, aveva aperto la finestra quasi del tutto. Faceva stranamente caldo per quella stagione anche se un vento freddo e umido minacciava l’arrivo di un acquazzone. Forse sarebbe arrivata anche la neve.
“Abbiamo mobilitato tutti. Seguito ogni pista, spremuto anche il più miserabile pusher. L’inchiesta è stata facile. Certi spacciatori non tollerano che la loro roba uccida in quel modo gli… ehm… gli acquirenti. Capisci che è molto più conveniente che la droga uccida lentamente.”
Elio era arrivato alla terza sigaretta. Le parole del suocero che entravano nella sua testa venivano scremate da un qualche filtro che sceglieva solo quelle importanti. Per ora le uniche rimaste erano bastardo e uccidere.
“Gente dell’interpol è arrivata al nostro amico.” Italo pronunciò amico in una specie di roco ruggito, battendo il dito sulla foto di Dj Zeus. “Hanno infiltrato un tizio. Un ragazzo prestato dall’MI5 che aveva già avuto a che fare con operazioni di questo tipo. Lo hanno trovato aperto in due vicino a Fiume.” Italo tossì. Si chiese se era il caso di mostrare a Elio la foto del cadavere dell’agente ma non avrebbe fatto alcuna differenza.
Forse stava usando troppe parole per giustificare il crimine di cui si stava macchiando… ma dopotutto era un pivello in quel genere di operazioni. Decise di arrivare al nocciolo della questione al più presto possibile. Il silenzio di Elio Gamba cominciava a dargli i brividi.
Ricordò il giorno in cui Marzia era morta, gli tornò alla mente il volto del commissario accanto al capezzale della moglie, ancora con la mano nella mano che non aveva smesso di stringere in tutti gli anni del loro matrimonio. La macchina di Marzia gorgheggiava un monotono bip senza fine ed Elio era lì, immobile come ora. Le infermiere e i barellieri più forti non erano riusciti a smuoverlo.
“C’è un tecnico, qui in procura, uno che sa tutto di computer.” Italo assunse un tono più casuale. “Mi dice che i virus più gravi infettano i file del computer che non si possono cancellare… a meno di non cancellare tutto.”
Elio piegò la testa di lato, quasi che la divagazione informatica del suocero avesse mosso il suo interesse.
“Sembra che Dj Zeus sia uno di quei file. Un file che non si può cancellare… perché altrimenti bisognerebbe cancellare tutto. E io non ho quel potere, mai lo vorrei avere.”
Oppure sì, oppure sì. Oppure sarebbe bello avere un’arma potente, definitiva, una bomba al neutrone che distruggesse tutto il male in una singola esplosione di luce. Oppure sarebbe bello avere il potere di un Dio e decidere cosa sia giusto, e decidere che nessuno aveva il diritto di vendere ai figli di quell’epoca qualcosa che facesse esplodere il loro cuore.
Oppure… Elio era quell’arma?
Come per rispondere ai pensieri del suocero il commissario Elio Gamba estrasse da sotto il trench l’oggetto che poco prima aveva mandato quel luccicore sinistro. Era un’arma. Una seconda pistola che poco aveva d’ordinanza. Era enorme e lucida, un cobra di metallo gonfio di un mortale veleno al piombo.
“Revolver 460 XVR.” Dichiarò Elio, rispondendo a una domanda che non gli era mai stata posta. “Il più potente revolver calibro 45 del mondo.”
Un brivido corse lungo la schiena del procuratore. Era così il male, il delitto? Così bello e lucente? Era così la distruzione? Carica di un fascino segreto e corrosivo?
“Va bene.” Sussurrò. “Va bene.”
Finora aveva solo sciorinato un rosario di dati che certo per il commissario non significavano nulla. Era solo per evitare di dire quello che doveva dire.
“Fra una settimana ci sarà una festa. Un festa in una discoteca in Slovenia, a una ventina di chilometri da Trieste. E da lì che passa tutta la cacca.” Si sentì stupido a usare quell’ultimo termine edulcorato…non aveva per niente la stoffa del criminale.
“La discoteca si chiama Embassy e alla festa suonerà Dj Zeus, che tra l’altro ne è proprietario.”
“Andrò alla festa. E’ da tanto che non vado a una festa.” Dichiarò Elio, riponendo la pistola.
“Sai che niente di quanto hai sentito qui è mai stato detto?”
“Io non ho sentito nulla.” E, in effetti, in quell’affermazione c’era non poca verità.
“Sai che se vai lì sei solo?”
Elio rise e Italo lo guardò con terrore. Solo. Sole. Elio. Un poliziotto in gamba. Lo stomaco del procuratore protestò furiosamente, si contorse. Ci volle un grande sforzo per non rigettare il pur magro pranzo di poche ore prima, mai digerito.
“Sai che non… che non c’è…” Non riuscì a trovare le parole. Voleva spiegargli quanto di quello che stavano architettando fosse contro ogni principio, contro le regole della giustizia, contro le sue regole. Voleva spiegargli che il buio che la scomparsa di Marzia aveva portato era lo stesso buio in cui era precipitato il suo amato paese, per cui suo padre e tanti altri padri erano morti. Nelle trincee, nelle fabbriche, sulle strade, in terre straniere.
Ma c’era mai stata luce? A parte lo scintillare dell’arma di Elio, Italo Todeschi, procuratore della Repubblica Italiana, non riusciva a ricordare un’altra luce. Neppure quella degli occhi di sua figlia.
“Sì, sono contento che sia finita.” Dichiarò ad alta voce, parlando da solo, riferendosi a nulla in particolare. Voltò le spalle ad Elio, scrutando la tempesta che si avvicinava con occhi stanchi.
Il commissario estrasse da sotto il trench un altro oggetto lucente, una gavetta stavolta, il cui contenuto gli scivolò in gola dopo poco, sotto forma del più dolce veleno: quello che distrugge i ricordi.

Ora.
Erano i figli dell’uomo, parlavano lingue diverse, provenivano da nazioni diverse, erano i padri e le madri del futuro. Erano vivi, terribilmente vivi nella musica, uniti da un ritmo più veloce della luce, schiavi di un ebbrezza artificiale. Erano fatti fin sopra ai capelli, calati. Stringevano bottigliette d’acqua costosissime a cui ricorrevano quando le caramelle della musica cominciavano a bruciare troppo in fretta i liquidi che li mantenevano in vita. Erano pazzi.
Pazzi come Dj Zeus, che pure era lucido nel corpo e nella mente, magnifico direttore d’orchestra supersonico. Lui poteva farli muovere. Schiacciava un tasto e le loro mani si alzavano, abbassava una leva e i loro movimenti rallentavano, spostava una puntina e tutti gridavano. Loro erano i suoi pupazzi: portavano soldi alle sue discoteche, mangiavano le sue pastiglie, gli davano tutto,persino la vita.
Loro erano il suo raccolto e lui mieteva, mieteva, mieteva. Non si risparmiava di prendere nulla… a parte il loro cervello. Quello era da buttare.
Ed erano pazzi come Elio Gamba, ombra fra le ombre in festa. Per le prime ore della serata all’Embassy non si era mosso di un millimetro: non l’aveva notato nessuno, fatta eccezione per una ragazza dalle labbra rosse gonfiate da anelli di metallo. Gli aveva rivolto una parola in un duro sloveno muovendo le dita a V davanti alla bocca. Elio non aveva capito e le aveva passato la sua gavetta lucente. La ragazza aveva avuto un moto di schifo ed era andata via.
Verso le cinque della notte, quando la festa cominciava a raggiungere il suo culmine e la pista era gremita come un camion di maiali diretto al mattatoio, Elio si mosse.
Nessuno dei presenti lo vide allungare la mano dentro la cinta dei pantaloni e nessuno vide cosa ne estrasse. Seppure qualcuno fu abbagliato da un lampo di luce riflessa dall’oggetto, nessuno lo identificò.
Evidentemente Dj Zeus, nel suo ruolo di file del sistema impossibile da cancellare si sentiva abbastanza sicuro da non mettere metal detector nella discoteca di sua proprietà. Altrettanto evidentemente i gorilla della sua security non ritenevano strano che un uomo di mezz’età alto quasi due metri, con uno strano sorriso e una maglietta nera si mischiasse alla fiumana di giovani per ascoltare la musica del futuro prossimo.
Nessuno dei satiri e delle baccanti nell’amplesso della danza bloccò il passo lungo del commissario. La sua strada era davanti a sé, come lo era sempre stata, poco importa se fosse un viale illuminato da due occhi a mezzaluna o un tratturo ignobile e oscuro, Elio la percorse con la stessa sicurezza di un raggio di luce che erompe dalla fucina scintillante del sole per raggiungere un certo pianeta azzurro.
E d’un tratto, alle cinque della mattina del sedici febbraio di quest’anno, Elio si trovò di fronte a Dj Zeus, suo inconsapevole antagonista e prossima vittima. Questi era intento in un mix particolarmente veloce, in cui un crescendo martellante si accoppiava ad un suono basso, distorto ed immensamente bello e potente. Lasciandosi trascinare dalla musica Elio cominciò ad alzare la sua arma.
Anch’essa crebbe, si gonfiò, pronta a colpire.
Ci fu un secondo, un istante breve in cui il mondo si fermò attorno ad Elio e le sue dita si contrassero attorno all’impugnatura della pistola. In quell’attimo gli occhi di Elio e di Dj Zeus si incrociarono e quest’ultimo forse comprese qualcosa ma non se ne curò: aveva un lavoro da fare. Anche la sua strada era dritta e chiara.
Poi quel momento singolare si spezzò, la rullata infinita si trasformò in una partitura sincopata e complessa, la gente urlò e qualcuno degli strafatti rovinò contro Elio. Una ragazza rise, poco distante ed Elio riconobbe un accento conosciuto in quella risata straniera. Fissò la ragazza e si trovò a scrutare in due occhi ridenti a mezzaluna.
Anche la sconosciuta lo guardò. Era bella e serena e aveva un vestito azzurro.
Poi tutto si fece confuso e la musica continuò.
Nessun cuore scoppiò quella sera.

SUPPLEMENTO DI VIAGGIO

Ora o poco dopo
Il porto era ventoso, l’unico suono era lo sciabordare ipnotico delle onde. Il sole era lontano ma c’era, sarebbe salito, si sarebbe issato lungo la fune del giorno e avrebbe illuminato ogni cosa.
C’era un uomo, seduto al termine di un lungo molo di cemento del porto di Trieste. Quest’uomo aveva una gavetta vuota, una luminosa pistola vergine e una canzone fra le labbra.
Per la prima volta da cinque anni il commissario Elio Gamba formulò un pensiero vagamente coerente.
Italo capirà. E’ meglio per lui. Non è un assassino. Io lo sono ma lui no. E’ il papà di…
Il padre di chi?
C’era stata una donna una volta, in una città come questa, ventosa e piena di luce. C’era stato un cappello che scivolava via come un gatto curioso. C’erano stati l’amore e un poliziotto buono.
C’erano state le cose belle di una vita giusta.
Ora c’è solo quest’uomo solo… e io vi prego di guardarlo, non di più. Una volta era bello e conosceva i nomi degli Dei Greci e di tutte le formazioni della Juventus. Una volta era felice.
Trieste fremette.
Poi, mentre la luce del sole esplodeva, il commissario Elio Gamba scomparve.
E non so dire chi si rizzò in piedi sul molo di cemento, non posso dire chi estrasse un revolver lucente da sotto un trench marrone e non voglio dire chi esplose un colpo mortale diretto al sole, nel tentativo folle di oscurare tutta quella cazzo di luce.

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