La pelle dell’orso

Sesso e lucertole a Melancholy Cove

Matteo Righetto, La pelle dell’orso. Leggete il più americano tra gli scrittori italiani.

Quando un libro lo divori anzi, lo trangugi con ingordigia, non ci sono dubbi: quel libro è un gran libro. E io La pelle dell’orso, l’ultimo libro di Matteo Righetto pubblicato a inizio aprile per i tipi di Guanda, me lo sono trangugiato con un appetito ferino. Dopo i botti di Savana Padana, in cui lo scrittore padovano si cimentava nei grotteschi bassifondi di un divertente e scoppiettante hardboiled in salsa veneta, qui il registro cambia. Dal “romanzo di genere” il bravissimo Matteo passa con leggerezza a un vero, agile, “romanzo di formazione”. Se nella savana Righetto mi ha ricordato Chester Himes qui, senza esagerazioni, ho sentito l’eco del miglior “Champion” Joe Lansdale, ossia del Lansdale di romanzi fantastici quali “Cielo di sabbia” o “Acqua buia”. Per argomentare ciò saccheggio senza vergogna un pezzo tratto dal blog di quel genio di Luca Conti che mi ha illuminato su cosa si debba intendere, in sintesi, con la definizione di “romanzo di formazione”: “Anche Cielo di sabbia, come La sottile linea scura e In fondo alla palude, è un romanzo di formazione; allo stesso modo dei suoi predecessori è narrato da un ragazzino ben poco addentro alle cose della vita e che, proprio per questo motivo, finirà per vivere una serie di avventure traumatiche che scuoteranno le fondamenta della sua finora tranquilla esistenza (piccolo borghese o poveramente dignitosa che sia) trasformandolo in un adulto forse più consapevole ma al caro prezzo della perdita dell’innocenza, ovvero uno dei temi fondanti della letteratura americana di ogni tempo. Non tocca a me, per fortuna, dover spiegare in questa sede le caratteristiche essenziali del romanzo di formazione di matrice anglosassone: lo ha già fatto a meraviglia Franco Moretti in The Way of the World […] Scrive Moretti che «Un protagonista normale e innocente viene ingiustamente accusato e, per una ragione o per l’altra, non è in grado di difendersi e scagionarsi. Che succederà? Succede che è condannato all’esilio (Tom Jones, Waverley) o costretto alla fuga (Caleb Williams, Jane Eyre, David Copperfield). È la versione inglese della più diffusa metafora narrativa della gioventù – il viaggio. Ma a differenza di Wilhelm Meister, Lucien de Rubempré, o Frédèric Moreau, che sono ben lieti di lasciare i luoghi dell’infanzia, e anche di Julien Sorel e Fabrizio del Dongo, che sono costretti a partire per essersi posti deliberatamente in dissidio col loro mondo, gli eroi inglesi partono sempre contro la loro volontà, e senza avere in alcun modo meritato tale sorte» (Luca Conti, La gioventù accerchiata). Ecco, ne La pelle dell’orso, tutto questo c’è. Scritto con una lingua ricca, viva, caleidoscopica, ricercata ma facile e morbida. La storia è quella di un ragazzino dodicenne, Domenico, un ladino che vive tra le rosate cime delle Dolomiti negli anni ‘60. La vita del paese di Domenico, orfano di mamma, è scossa da una feroce e ferale presenza: un orso, di dimensioni titaniche, che si spinge sino ai margini del paese incutendo terrore tra la gente, così grosso e selvaggio da meritarsi il nome di “El Diàvel”. Il padre di Domenico, Pietro Sieff, è un falegname introverso e duro, reso ancor più arcigno dalla vita che le ha portato via la moglie, guardato di traverso e scherinto da tutto il paese. Ma Pietro, per orgoglio più che per denaro – tanto denaro – scommette con chi lo sbeffeggia che ucciderà El Diàvel. Da qui – portandosi dietro il suo Menego – parte l’avventura, il viaggio tra i boschi e i sentieri delle Dolomiti, che cambierà la vita del piccolo Sieff. Tra gufi e caprioli, carpini e licheni, tra “il sole che percolava dalle alte chiome dei pini in fasci di raggi che sembravano cilindri di luce bianca”, con “il fiato condensato (che) gli usciva dalla bocca diventando cielo”, incontrando anarchici segaligni che addomesticano lupi, il nostro giovane eroe inizia – contro la sua volontà – un’avventura che sarà lo spartiacque, la diga che crollerà, tra l’innocenza della giovinezza e la dura realtà dell’età adulta. E dove, con slanci di una tenenerezza narrata magistralmente, capirà – forse troppo tardi – l’amore per suo padre e di suo padre. Il tutto narrato con lo stile di Righetto: agile, limpido, rapido e coinvolgente. Quando lo inizi, questo libro, non lo molli più sino a che non arrivi all’ultima pagina non mancando, in certi punti, di sentriti toccare corde profonde, capaci di commuovere. Soprattutto quando entrano in gioco i rapporti ancestrali di un figlio con i genitori, con il papà e con la mamma. Se, per non apparire troppo lucamollichiano nello stendere una recensione, devo trovare una pecca, la ravviso in una mancanza venale. Sarebbe bello, nelle prossime edizioni, mettere un piccolo glossario dei termini ladini di cui è ricco il testo. Molti si intuiscono, taluni no. E siccome sono certo che anche su questo Righetto non ha messo nulla a caso – presumo che certe pietanze siano segno di un’identità territoriale, di un genius loci profondo – anche un ignorante come me può godere di più. Insomma, si tratta di un libro che appassiona, coinvolge, emoziona: un libro da leggere senza indugi. Anzi, da trangugiare con ingordigia. Di un autore che è non solo un gran bravo scrittore ma – senza dubbi (almeno per me) – il più americano tra gli scrittori italiani. Burp

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