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La Potenza del Brand

La Potenza del Brand

La Potenza del Brand

Tracklist consigliata

Miss Kittin: Frank Sinatra
The Prodigy: Voodoo People
Audion: Noiser

 

 

La notte era scivolata con un piede nella merda e, trovandola un elemento adeguato in cui sguazzare, aveva deciso di tuffarcisi dentro.

Il rampollo firmato si era tolto la giacca e ora, accovacciato come un capo indiano, aspirava strisce e strisce di polvere bianca della potenza da un tavolino di vetro. Dio solo sa quanto avesse bisogno di potenza: era il rappresentante in terra di un brand gagliardo che indossava, al contrario della notte, abiti accesi e occhiali dorati, che cantava le canzoni rivoluzionarie dei giovani e scendeva in piazza per manifestare la propria autonomia prima di andare all’happy hour.

Ne serviva di potenza per rappresentare un brand così!

Il rampollo, sporco di polvere bianca dalla punta del naso al mento, se ne rendeva tristemente conto mentre la sua mente, diventata ora più veloce, gli illustrava una miriade di possibili claim, pay-off e campagne pubblicitarie.

Si guardò intorno. L’appartamento era piccolo e lurido. Sconosciuto.

Cos’era successo quella notte? Com’era finito lì? Riusciva solo a ricordare l’inaugurazione di una nuova boutique di qualche checca miliardaria. Poi niente. Una grande tenebra informe in cui correva lungo una strana perduta ai cui lati scorrevano bianche strisce di potenza.

Una strada che l’aveva portato fino a quell’appartamento, a culo del mondo sud.

Davanti a lui, seduto su uno stucchevole canapè rosa fucsia, un nero incredibilmente muscoloso svestito dalla vita in su, aspirava ampie boccate da un bongo ad acqua ricavato da un tubo trasparente. Il rampollo non ne vedeva più uno dai tempi dell’università.

Il nero parlava rapidamente di una sua linea di abbigliamento per l’uomo moderno e dinamico.

“… e quindi penso che secondo me, come si vede sul gladiatore, che questi uomini sono tutti forti e potenti e indossano tutti queste corazze dorate, cioè non solo dorate ma anche tipo d’argento e io penso che secondo me se vuoi dare quest’idea di potenza dovresti, cioè come idea generale di sinergia, mettere delle spalline di metallo… guarda, secondo me leggiti qualche manga tipo Saint Seiya, unire delle stoffe a inserti di metallo, certo, magari sarà un problema agli aeroporti ma potrebbero essere attaccati ai vestiti con delle clips o col velcro… cioè l’idea è usare il metallo, metallo dappertutto perché tutti sanno che il metallo è forte! Cazzo, fai delle ricerche sul metallo più leggero che c’è, è il futuro senz’altro…”

Mano a mano che il nero parlava di metallo, la sua voce si conformava all’argomento. Ora sembrava che stesse parlando da dentro una cisterna d’acqua.

“Riverbero silver plate.” Sussurrò il rampollo ridendo.

“Esatto!” Esclamò il nero. “Hai capito cosa intendo!”

La notte ora, oltre che sguazzare nella merda, ci si era immersa con tutta la testa cercando di battere un qualche suo record personale di apnea. Questo pensiero attivò in qualche modo l’intestino del rampollo che si strizzò autonomamente come un tubetto di ketchup, schizzando fuori un fiotto di merda semiliquida. Il rampollo firmato sbatté la testa sul tavolino di vetro, sporcandosi i capelli di polvere bianca.

Ora i suoi pensieri erano talmente veloci da essere diventati indistinguibili. Gli serviva un altro po’ di polvere per rallentarli o per organizzarli o per farli tacere. In più c’era un’altra questione di capitale importanza ma non riusciva a focalizzarla. Qualcosa che aveva a che fare con le sue mutande, un peso liquido che sentiva da qualche minuto.

Forse avrebbe dovuto andare in bagno.

Osservò la stanza cercando una porta, spaventato per un attimo di non trovarla.

Alla sua destra notò l’ingresso per un cucinino economico, come quello che aveva nel suo loft a Chelsea. Nel cucinino c’erano due persone: una ragazza nuda piegata su un tavolino di fornica e una vecchia con il cazzo che se la stava facendo. Le due, illuminate da una tenue luce giallastra, non sembravano impegnate in un rapporto sessuale ma in un atto meccanico e privo di piacere.

D’un tratto, la ragazza girò il capo verso di lui e lo salutò con la mano. Il rampollo la conosceva. Ci era uscito qualche volta… e sì, anche quella sera era con lei. Si ricordava di averle rimproverato l’abbinamento tra scarpe e vestito. Ora l’unico indumento che indossava la tizia erano proprio quelle scarpe del cazzo. Anfibi militari gialli di uno stilista spagnolo.

Al rampollo venne da vomitare.

Si decise ad alzarsi mentre il nero, diventato pallido per quanto gli era possibile, reclinava lentamente il corpaccione sul canapé.

Qualcosa gli scorse lungo le gambe, qualcosa di freddo. Doveva trovare il bagno al più presto.

Si mosse velocemente, cercando di non guardare quello che succedeva nel cucinino economico. Trovò il bagno dietro di sé e ci si fiondò dentro, accasciandosi giusto in tempo sulla tazza per espellere dal suo corpo tutta la cena della sera. Questo, al contrario delle sue aspettative, non lo fece sentire meglio.

Era come andare sulle montagne russe. Anzi, peggio: su una di quelle macchine che gli astronauti usavano per allenarsi alle gravità estreme. Quest’associazione peggiorò la sua situazione.

Mentre decideva blandamente di finirla con la polvere bianca per quella notte o forse anche per quel mese, sentì distintamente tutti i suoi atomi che turbinavano dentro di lui mentre la stanza rimaneva orrendamente ferma.

Si aggrappò alla base della tazza e, per sfogare l’incredibile potenza che la polvere gli aveva conferito, cercò di tirarla via dal pavimento strattonandola. Mugugnò per lo sforzo e quando si accorse che le piastrelle del pavimento stavano cedendo prese ad urlare. Strattonò con tutta la sua forza amplificata dalla polvere finché la tazza, con un rumore sordo, se ne venne via.

Il rampollo cadde all’indietro abbracciato al water il cui contenuto, che non era stato sciacquato via, si riversò sui suoi abiti. Quando il suo vomito lo inzaccherò il rampollo sorrise, ma non era neppure lontanamente soddisfatto. La potenza voleva di più, di più, di più!

“Che cazzo!” Una voce lo sorprese. Era la vecchia che si stava facendo la sua ragazza. Si avvicinò e si piegò ginocchioni accanto al corpo steso del rampollo che teneva ancora la tazza stretta al petto.

Il rampollo notò che la vecchia, coperta solo da una vestaglia cinese, aveva due tette avvizzite e grinzose e un cazzo mezzo duro lungo una spanna.

“Ma sei scemo, cazzo, mi hai tirato via il cesso? Sei un cocainomane del cazzo!”

Esclamò la vecchia tirando su col naso. La sua faccia era una prugna secca.

“Adesso sistemo tutto.” Sussurrò il rampollo. Si piegò su di un lato, mollò il cesso sul pavimento e… li vide. Gettati accanto al bidet. Un sacco dei suoi bellissimi occhiali da mille euro l’uno. Un brand potente, tanto forte da tirare via tutti i cessi dalle case… e forse di più.

“È meglio che vai via.” Consigliò la vecchia in vestaglia. “Alzati di qui e portati via la tua troia frigida.”

Il rampollo sentì qualcosa che gli entrava dentro. Lo sentì distintamente. Qualcosa di enorme e violento che indossava il suo corpo come una tuta da jogging.

Era il brand.

Si svegliò molte ore dopo al suono della marcia di Radetzky, la suoneria del suo cellulare. Era nel piccolo soggiorno, disteso accanto al tavolino di vetro coperto da un velo di polvere bianca alto quasi un centimetro. La stessa polvere era sparsa dappertutto assieme ad una sostanza rossastra e densa. Il rampollo si alzò in piedi e il cellulare smise il suo lamento.

Il nero che sproloquiava sul metallo era riverso sul divanetto rosa. La sua gola era tagliata da un orecchio all’altro.

La luce al neon del bagno, dietro di lui, era diventata rossa. Tutto il bagno era diventato rosso, come la vecchia riversa a terra, nuda, con la testa spappolata. Nel cucinino economico, alla sua destra, il corpo di quella che forse era la sua ragazza giaceva trafitto da talmente tanti coltelli da sembrare un puntaspilli.

Tutti e tre i cadaveri indossavano i suoi occhiali, i suoi magnifici occhiali da mille euro. Il cellulare tornò a suonare. Il rampollo lo afferrò dalla tasca dei pantaloni e rispose. Era il suo braccio destro e capo della sicurezza, un galoppino che suo padre gli aveva messo alle costole per evitare che si cacciasse in situazioni come quella. Ma la potenza del brand non conosce limiti.

Il rampollo rispose e, senza lasciare il tempo al suo interlocutore di cominciare la sua sequela di rimproveri, disse: “Svelto, sbrigati, portami il fotografo più bravo che abbiamo, ho la campagna, ho trovato la campagna! Vedrai quanto vendiamo stavolta!”

Due giorni dopo le foto della strage erano sui cartelloni pubblicitari di mezzo mondo.

Il claim era composto da due sole parole, poste sotto il viso pallido e insanguinato di ognuna delle tre vittime.

Le parole erano: “Indossali ovunque”.

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