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L’alienista, la recensione della serie Netflix

L'Alienista, la recensione delle serie Netflix

L’alienista ci porta nella New York di fine ‘800 all’inseguimento di uno spietato serial killer. Un intrigante thriller psicologico in costume, tratto dal romanzo di Caleb Carr.

“Nel XIX secolo, si riteneva che le persone che soffrivano di malattie mentali fossero alienate dalla loro vera natura. Gli esperti che le studiavano erano pertanto noti come alienisti”

Mi sono innamorato del romanzo L’alienista alcuni anni orsono, dopo averlo letto su prezioso consiglio di Matteo Strukul. Il best seller di Caleb Carr è forse una delle migliori indagini su un serial killer che mi siano mai passate sotto il naso e la notizia di una trasposizione televisiva, per di più realizzata da sua maestà Cary “True Detective” Fukunaga, non poteva che mettermi l’acquolina in bocca.

Purtroppo Fukunaga, che avrebbe dovuto dirigere l’intera stagione, ha rinunciato all’ultimo per iniziare con Paramount il progetto Maniac e, pur figurando nei crediti tra i produttori esecutivi, non ha dato il tanto atteso contributo dietro la macchina da presa. Un brutto colpo, specie per chi come me aveva seguito sin dagli inizi la genesi del progetto.

Ma non disperate: i cinque registi scelti dalla produzione come sostituti (Verbruggen, Cabezas, Hawes, Payne e Petrarca) si sono dimostrati all’altezza della situazione, regalandoci un solido thriller storico che ci catapulta in una New York crepuscolare e spietata.

Tutto inizia con il ritrovamento di un corpo orrendamente mutilato di un giovane “accompagnatore” dedito a prostituirsi nei peggiori postriboli della Grande Mela. Corre l’anno 1896 ed il nuovo commissario di polizia Theodore Roosvelt (Brian Geraghty) – sì, proprio quel Roosvelt – decide di scavalcare le consuete gerarchie affidando il caso al controverso alienista Laszlo Kreizler (Daniel Brühl), sorta di criminologo ante litteram e al suo amico illustratore John Moore (Luke Evans).

Nuovi efferati omicidi fanno prontamente capire ai due di trovarsi di fronte ad un assassino seriale per catturare il quale si dovranno avvalere della collaborazione della segretaria stessa di Roosvelt, Sara Howard (Dakota Fanning) la prima agente donna del corpo di polizia di New York – e dei fratelli ebrei Marcus e Lucius Isaacson (Douglas Smith, Matthew Shear), esperti nell’analizzare i corpi delle vittime.

A rendere complicato il lavoro degli investigatori è la polizia stessa che con il commissario Thomas Byrnes (Ted Levine) tenta in ogni modo di proteggere i potenziali sospettati delle 400 famiglie abbienti che “reggono” la città e di delegittimare gli innovativi metodi d’indagine di Kreizler.

Se la caccia al serial killer rappresenta il cuore della storia, pregevole è l’affresco storico che attraverso personaggi e situazioni porta alla luce usi e costumi, ma soprattutto le contraddizioni dell’epoca: dalle ingiustizie sociali alla subordinazione della donna ed al razzismo, passando per le misere condizioni della classi meno abbienti, lo sfruttamento minorile e la barbarie di carceri e manicomi.

I protagonisti sono ottimamente delineati: l’enigmatico e scontroso alienista la cui ossessione e fascinazione per la mente dei criminali non può non ricordare l’Holden Ford di Mindhunter; Daniel Brühl regala una buona prova calandosi alla perfezione nei panni del tormentato dottore i cui innovativi metodi vengono osteggiati dalla polizia.

A dividere la scena insieme a lui l’amico illustratore John Moore (che nel romanzo funge da voce narrante) gentleman che fatica a gestire alcol e donne, interpretato egregiamente da Luke Evans.

Infine l’agente Sara Howard, figura femminile equilibratrice perfettamente interpretata da una Dakota Fanning in grande spolvero ed i fratelli Isaacson, che regalano qualche raro sprazzo di ironia.

Altro punto di forza dello show è la ricostruzione storica della New York a cavallo tra i due secoli, grazie ad una messa in scena curatissima ed un fotografia cupa (il pensiero non può non correre a From Hell) che rimandano l’immagine di una città claustrofobica e tormentata in un’America segnata dalla fine della guerra civile ed ancora alla ricerca di una sua identità.

L’indagine di Kreizler e dei suoi compagni non è solo una corsa per fermare un feroce assassino ma rappresenta, soprattutto per il dottore, l’occasione per dimostrare la validità delle sue teorie in un momento nel quale l’analisi del comportamento criminale, il criminal profiling e la scienza forense stanno muovendo i loro primissimi passi.

Tra i pochi difetti che ho potuto riscontrare segnalo uno script non sempre impeccabile che rischia in qualche passaggio di disorientare gli spettatori meno attenti ed il mancato sviluppo di alcuni personaggi dal grande potenziale, su tutti un Theodore Roosvelt che finisce per essere appena abbozzato e che avrebbe meritato maggiore attenzione.

Infine qualche scivolone nel finale dove la chiusura della vicenda mi è parsa un po’ troppo frettolosa e al di sotto delle aspettative create nelle puntate precedenti.

In conclusione L’alienista, sebbene non privo di imperfezioni, si è rivelato una buona trasposizione dell’opera di Carr e, pur non toccando le vette del romanzo, può sicuramente considerarsi una tra le più curate produzioni del 2018, già confermato per una seconda stagione intitolata The Angel of Darkness che, come la prima stagione, sarà  prodotta da Anonymous Content per la rete TNT e verrà distribuita da Netflix.

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