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Lavoratore atipico

Li seguo in strada. I lampioni non mi fanno un grande favore, perché illuminano tutto a giorno. Vedo che si avviano verso una Golf grigia vecchissima, un catorcio che come minimo risale agli anni Ottanta. A ripensarci, anche io uso un vecchio motocarro scassato, ma loro non hanno gusto in fatto di macchine.

Nella luce vedo una delle facce e la riconosco. E’ Neri, un tizio che abita in uno dei palazzoni di periferia, vicino a dove sto io. E gli altri sono i suoi fratelli, Bruno e Fosco, i due gemelli. Ma quali rumeni. Ho altra concorrenza! La città si è riempita di scava tombe. Di questo passo dovrò fuggire nel Belize entro domani, non tra cinque anni come minimo. Aspetto che caricano il cadavere nel portabagagli, poi esco dall’ombra dell’albero dove mi ero rifugiato e mi avvicino a loro.

“Neri! Neri!”, chiamo a gran voce. Lui si gira di scatto terrorizzato, e così i due gemelli.
“Che cazzo hai da urlare, ritardato!”, mi fa lui tutto rabbioso. Trattengo l’istinto di tirargli un calcio nelle balle.
“Ciao ragazzi – dico con la faccia più cordiale del mondo – vi ho visti uscire dal cimitero con un sacco. Volevo chiedervi che c’è dentro”.
Il trio sbianca. Io faccio un sorrisetto. “No, lo so che c’è in quei sacchi del pattume. C’è una signora grassottella, e so a chi la state portando. Pellissari, vero? Il medico che abita qui vicino, in viale Trieste”.
I tre sono più immobili della donna nel bagagliaio. Mi guardano come se sono un morto resuscitato. Non reagiscono, anche se sono in numero superiore e più giovani di almeno dieci anni. Sono delle mezze seghe. Ho il fisico e il coraggio di spaccargli la faccia.
“Non bastavano i rumeni, ora vi ci mettete anche voi a rubare cadaveri nei cimiteri!”, sibilo in faccia a Bruno, quel nano malcagato.
“Rumeni?”, balbetta Fosco.
“Sì, rumeni. Cosa non capisci della parola ru-me-ni?”, scandisco. Lui mi guarda e si mette a ridere. Non so cosa mi trattiene, ma ho voglia di disintegrarlo.
Allora interviene Neri: “Siamo noi che ci facciamo passare per rumeni. Non vogliamo che uno dei clienti un giorno o l’altro, mentre brucia un cadavere nel campo, se viene beccato fa il nostro nome. Quindi ci spacciamo per stranieri. Quando siamo di fronte ai committenti parliamo una lingua inventata e funziona sempre”. Anche Bruno ora ride, e Neri ha un sorriso da imbecille sulla sua faccia di merda.

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