L’eredità di Bric, la recensione

Con L’eredità di Bric Giacomo Gardumi affronta il tema della morte, tra spiritismo e ragione in un romanzo che fa l’occhiolino ai classici di genere

L'eredità di Bric, la recensioneTitolo: L’eredità di Bric
Autore: Giacomo Gardumi
Editore: Marsilio
Pagine: 210
Prezzo: 12 euro

“ché l’esser cucinato non è triste,
triste è il pensare d’esser cucinato”
(Guido Gozzano, La differenza)

Nicola Pagani ha appena pubblicato un libro in cui dimostra come alcuni stati alterati di coscienza che in passato venivano trattati con timore e venerazione perché non se ne conosceva la natura oggi sono tranquillamente spiegabili con la neurologia moderna.

Un perfetto illuminista, quindi.

D’altronde, insieme al suo amico e divulgatore scientifico Giovanni Arcuati fa parte da anni dell’Associazione per l’analisi critica del paranormale; questa istituzione, analogamente al reale Cicap cui evidentemente allude, si occupa di verificare i presunti fenomeni sovrannaturali smascherandoli puntualmente come falsi.

Cosa diavolo può volere un accanito spiritista da due come loro?

Eppure il da poco deceduto conte Bric, strenuo sostenitore dell’ultramondano, ha prescritto che all’apertura delle ultime volontà fossero presenti proprio questi suoi acerrimi nemici, che quando era ancora in vita ne hanno sempre contestato le credenze bollandole come mere fesserie.

Prossimo alla morte, incapace di accettare che Nicola e Giovanni rifiutassero quella che considerava la palese Verità circa la natura immortale dell’anima umana, Bric ha architettato un piano diabolico per convertire i due scettici: essi vengono avvelenati e l’unico a sapere dove si trova l’antidoto che può salvarli da morte certa nel giro di ventiquattro ore è il conte stesso; il solo modo che la coppia di paladini del materialismo ha per sopravvivere, dunque, è mettersi in contatto col defunto, abiurando il rifiuto di credere in una vita oltre la morte e riconoscendo le ragioni dell’avversario.

Inizia una corsa contro il tempo per trovare l’antidoto. Nicola è disposto a provarle tutte, tanto più che nelle sue certezze si è insinuato il dubbio: e se fosse davvero possibile comunicare coi morti?

È un pensiero quasi inconscio, che solo il possibile rischio e la conseguente volontà di salvezza rendono più credibile.

Quale dimostrazione più cristallina del legame tra morte e superstizione?

Da questo momento e per tutto il corso del libro Nicola oscilla costantemente tra lo scetticismo e la credulità, tra l’orgoglio razionalista e la tentazione della fede nel paranormale.

C’è anche chi, però, ha fatto un percorso speculare al suo: Taibi, uno scrittore un tempo convinto spiritista, ha modo di enunciare a Pagani, con spietata freddezza, i postulati della sua conversione al rovescio.

Ciò che noi chiamiamo anima è in realtà lo sviluppo tutto organico di un sistema di gestione delle nostre accresciute facoltà intellettive. Un accidente evoluzionistico e nulla più.

Questo punto di vista getta Nicola in una disperazione senza scampo; per non impazzire, egli sembra capitolare definitivamente: la vita non può finire con la morte, l’anima sopravvive al corpo. A suggello di questa apparente conversione, la seconda parte del romanzo si apre con un’apparizione spettrale. Vera o finta?

Gardumi (del quale è doveroso citare anche il primo romanzo, La notte eterna del coniglio) ha una scrittura chiara, ordinata, precisa, un po’ vecchio stile, adattissima dunque ad una storia che fa l’occhiolino al repertorio classico della letteratura gotica giocando coi cliché del genere: una magione isolata, un veleno misterioso, una visita al cimitero e, soprattutto, il conflitto fede-ragione.

In maniera leggera questo romanzo va a toccare un tema profondissimo, quello della morte: inevitabile sin da quando siamo nati, per chi non ha la speranza di un mondo ultraterreno essa coincide con la fine di tutto, concetto che come l’infinito è impensabile.

Avvicinarsi con la mente alla propria dipartita è intollerabile, scatena quel panico primordiale che nella vita quotidiana siamo costretti a fingere di dimenticare per non esserne sopraffatti.

Ecco da dove deriva il fascino delle religioni e dello spiritismo: dalla via di fuga che offrono rispetto a questa prospettiva inaccettabile, dalla possibilità di dare un senso all’esistenza. In fondo, tutti abbiamo bisogno di illusioni per vivere.

Se questa storia avesse qualche accento comico in più sarebbe perfetta per un film di Woody Allen, che sul tema insiste da una vita: l’ultimo suo lavoro, Magic in the moonlight, ha come protagonista una medium ed uno scettico razionalista…

Intendiamoci, L’eredità di Bric non brilla per originalità: la difficoltà di accettare la morte ed il conforto che può dare una fede, qualunque sia, basta che funzioni, sono considerazioni condivisibili ma basiche.

Gardumi però le sa esprimere in maniera limpida e, paradossalmente, è piacevole leggere queste visioni cupe della condizione umana.

Il libro, preda dell’ossessione del suo protagonista, si concentra su quest’unico, terribile tema, e pur non assumendo mai toni tragici risulta perverso nel suo indulgere con tanta insistenza su un concetto che per ammissione di Pagani stesso andrebbe scacciato dalla mente per riuscire a mantenere un equilibrio interiore.

Il fatto è che Gardumi non è Nicola, non ne condivide le aperture possibiliste al sovrannaturale e perciò descrive e analizza in maniera razionale e metodica ciò che invece non può essere esaurito nella ragione.

Se personalmente ci si può sentire più vicini allo scetticismo dell’autore, a livello narrativo questo approccio nuoce un po’ al libro perché, pur essendo scritto molto bene, dà sempre la sensazione di qualcosa di “costruito”, come se la trama non riuscisse ad avere vita propria emancipandosi dal compito che lo scrittore le ha affidato (la riflessione su vita, morte, fede e ragione) e facendo dimenticare al lettore che si tratta, appunto, di un romanzo.

Possiamo raggiungere incredibili traguardi scientifici, così come partorire le credenze filosofico-religiose più esaurienti, ma la morte resterà sempre un mistero, sondabile solo nella sua inemendabile inacessibilità.

Ed è proprio in questa ferita lacerante che l’uomo conficca l’arte e la letteratura.

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