L’Istat certifica il coma profondo per la lettura in Italia

L'Istat certifica il coma profondo per la lettura in Italia

L’Istat certifica il coma profondo per la lettura in Italia: ormai non legge praticamente più nessuno. In quasi il 10% delle famiglie non c’è nemmeno un libro in casa.

La lettura in Italia è ai minimi storici da quando l’Istat certifica le abitudini degli italiani. I dati che commentiamo oggi sono davvero sconfortanti: le famiglie italiane spendono in libri lo 0.4% del loro budget, Il 9,1% delle famiglie itlaiane non ha nemmeno un libro in casa, l’86% degli italiani non legge neanche un libro al mese e soltanto 1 italiano su 2 tra quelli che leggono riesce a superare l’arduo scoglio di 3 libri letti in un anno (per essere precisi il 45.5% dei lettori).

Quanti sono gli italiani che leggono? Circa 24 milioni, secondo l’Istat: “Nel 2015 si stima che il 42% delle persone di 6 anni e più (circa 24 milioni) abbia letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti l’intervista per motivi non strettamente scolastici o professionali. Il dato appare stabile rispetto al 2014, dopo la diminuzione iniziata nel 2011″.

Un mondo anti-economico

Eppure gli editori italiani nel 2015 hanno pubblicato più di 60mila libri, una media 164 al giorno. Un po’ come se Blockbuster aprisse una videoteca al giorno investendo tutto sul mercato dei dvd a noleggio. Resto sempre basito da questi numeri e, soprattutto, dalle strategie editoriali ed imprenditoriali di chi continua a saturare un mercato che è già saturo oltre ogni limite.

La risposta, purtroppo, è sempre la stessa: pubblicare libri per la maggior parte degli editori e degli autori resta un’attività prevalentemente politica e di relazioni, l’aspetto economico di mercato conta fino a un certo punto, quando non conta affatto. A parte gli editori a pagamento e quei 150 autori (sparo un numero approssimativo e probabilmente esagerato) che in Italia riescono a vivere di scrittura.  Per non parlare di quei collaboratori sfruttati o non pagati perché evidentemente riescono a saldare i conti a fine mese con la passione (che in italiano corrente si traduce con “portafoglio del papi”).

E allora si pubblica di tutto, tanto alla fine paga pantalone (e infatti i conti degli editori italiani  parlano chiaro), con poche eccellenze virtuose che riescono a fare mercato in maniera concreta. E guarda caso spesso stiamo parlando di editori che hanno fatto scelte editoriali ben precise, che si sono coltivati un loro pubblico. Penso a Edizioni e/o e a Sellerio, ad esempio, due case editrici che hanno lavorato benissimo e che infatti oggi stanno raggiungendo risultati importanti, ma anche a nuove case editrici come Multyplayer Edizioni. Ma anche a editori come Mondadori o Newton Compton che hanno aggredito il mercato, a volte anche con scelte spregiudicate, ma che hanno un obiettivo molto chiaro: vendere libri.

Che poi, diciamocelo chiaramente, vendere libri dovrebbe essere l’obiettivo di tutti gli editori. Anche perché altrimenti il risultato è abbassare le saracinesche, non pagare i collaboratori e lasciare tanti bei buchi in giro (cosa in cui negli anni si sono specializzati molti editori che poi trovate a pontificare su cultura e blablablabla). Certo, oggi il mercato collaterale è fondamentale, tanto che pubblicare libri in Italia per molti autori o editori è soltanto un pretesto per riuscire a vendere i diritti all’estero, o per vendere i diritti a qualche casa di produzione cinematografica o televisiva. E così anche se il libro vende 1.000 copie in Italia alla fine i conti tornano.

I numeri non mentono, purtroppo…

Vediamo qualche numero nel dettaglio così come si possono leggere nell’articolo pubblicato ieri su Repubblica sulla lettura in Italia: la fascia d’età in cui si legge di più è quella tra i 15 e i 17 anni, poi dai 19 anni assistiamo ad un vero e proprio crollo. Segno che finché c’è l’obbligo scolastico qualcosa ancora si legge, poi i ragazzi smettono forse perché gli insegnanti hanno imposto loro una serie di libri divertenti come una mattonata sui denti appena svegli. Lo so, il problema della scelta dei titoli da far leggere ai ragazzi a scuola è vecchia come il mondo, ma visti i dati con cui ci stiamo confrontando oggi in Italia è ancora attualissima.

Confido molto in una nuova generazione di prof capace di trasmettere il gusto e il divertimento della lettura ai giovani, a insegnanti guerrieri e ribelli come Marilù Oliva, sempre in trincea con progetti coraggiosi, ma purtroppo lo scenario generale sembra ancora fermo alla classica impostazione che “bisogna leggere perché si imparano tante cose”, senza capire che forse è meglio dire agli studenti che “leggere è una figata perché ci si diverte un casino”.

A leggere di più sono le donne (48,6% contro il 35% degli uomini), altro dato standard a cui ormai siamo abituati, così come tra il Nord e il Sud del Paese si conferma un divario pesante in termini di lettori (49% contro 28.8%, le Isole stanno in mezzo con un 33.1%). Naturalmente si legge di più nella famiglie in cui entrambi i genitori sono lettori rispetto a quelli in cui i genitori non leggono (66,8% contro 30,9%).

E poi veniteci a dire che campagne come #nellavitaservonolibri non servono…

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  • Spione

    L’ “attività prevalentemente politica e di relazioni” forse è più un fenomeno degli anni ’70, quando molte case editrici venivano foraggiate dai partiti. Non credo sia più così, ma effettivamente resta il mistero di quei 60.000 nuovi titoli prodotti all’anno dalle 5.000? 6.000? (impossibile sapere il numero esatto) case editrici italiane. Sono numeri veramente incomprensibili, ma molti sono testi scolastici o libri a pagamento, dove appunto non c’è bisogno di lettori perché l’acquirente è… l’autore stesso (contento lui!). Per fortuna oggi le nuove tecnologie permettono la vendita quasi “on demand”, cosicché le case editrici non sono più costrette a stampare migliaia di copie che poi andranno al macero.
    Mi sia conentito di aggiungere che Mondadori o Newton Compton hanno un obiettivo molto chiaro: vendere libri di pessima qualità!

    • Giacomo Brunoro

      Non sono d’accordo su quel “pessima qualità”, ci sono libri per tutti i gusti e per tutti i pubblici, evidentemente questi due editori hanno saputo interpretare al meglio i gusti di un determinato pubblico. Il discorso sulla “qualità” è annoso, soprattutto in Italia, e alla fine si tende a parlare del sesso degli angeli.
      Io credo che la qualità di un libro (o di una qualsiasi opera d’arte pensata per il pubblico) debba essere valutata in base agli obiettivi che si propone e al pubblico per cui è scritta. Un capolavoro che non viene letto da nessuno resta lettera morta, purtroppo.

      • Spione

        Certo, anche le TV di berlusconi hanno saputo interpretare al meglio i gusti di un determinato pubblico. Ovviamente occorre distinguere tra industria editoriale – per cui contano solo i freddi numeri dei bilanci – e qualità di un libro. Per quanto mi riguarda, la produzione di Mondadori e Newton Compton resta di basso livello. Un capolavoro che viene letto da pochi (che è molto diverso da nessuno), invece, di certo non fa guadagnare chi lo pubblica. Però resta un capolavoro, almeno per chi è in grado di apprezzarlo.

        • Giacomo Brunoro

          Io credo invece nel valore della letteratura popolare che è capace di parlare a molti. Il primo obiettivo che si prefigge un autore nel momento in cui vuole pubblicare è quello che qualcuno legga i suoi testi. Altrimenti non ha senso pubblicare, uno si scrive un suo diario e se lo tiene nel cassetto.
          Poi uno può voler scrivere per un determinato pubblico, magari di nicchia, e questo ci sta, a patto che poi non si lamenti se il suo resta un libro di nicchia.
          Dietro al tuo ragionamento intravedo il solito atteggiamento classista di chi ritiene automaticamente di basso livello un bestseller, senza rendersi conto che non è così facile scrivere un bestseller, né che per forza di cosa un libro debba essere “letterario”.
          La televisione di Berlusconi negli anni fa trasmesso programmi bellissimi e bruttissimi, geniali e stupidi, così come tutte le televisioni. Ma che sia stata la televisione a plasmare il pubblico o il pubblico a plasmare la televisione è tutto da valutare.
          Tu reputi di “basso livello” i romanzi Netwon Compton e Mondadori, eppure il catalogo Mondadori comprende capolavori universalmente riconosciuti come tali, e lo stesso catalogo Newton è molto diversificato. Chiudere la questione definendo tutto il catalogo di “basso livello” mi sembra francamente poco sensato. Ad ogni modo preferisco di gran lunga un editore che pubblica romanzi di “basso livello” ma che onora i contratti piuttosto che uno che pubblica “capolavori” campando sulla pelle della passione delle persone lasciando debiti in giro a destra e manca.
          Quesa cosa che i capolavori non fanno guadagnare chi li pubblica è figlia di un’interpretazione piuttosto banale delle spirito romantico che, sinceramente, non ho mai capito. Ti dirò che penso invece che un capolavoro è tale soprattutto se fa guadagnare chi lo pubblica (salvo qualche eccezione, come sempre del resto).

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