Leucò: riscrivere Pavese ai tempi della twitteratura

Al twittero dagli occhi vergini di #Leucò che chiedono cosa sia o come funzioni, si risponde con questo video e con il link al sito della Fondazione Cesare Pavese che promuove l’iniziativa. Molto spesso, dopo una medioretta, il twittero in questione è già perduto nella pioggia, a far stare in 140 caratteri i pensieri ballerini. Libro in una mano, smartphone nell’altra: gli viene in mente qualcosa, controlla non sia già stato twittato e preme invio. La comunità accoglie, reagisce, risponde, preferisce: epifania istantanea di una sineddoche, ognuno a modo proprio. All’inizio, non smetteresti più. Lo capisci con il senso del poi che eri irruente, ingordo e impacciato. Eri quantitativo: leggevi tutto in un colpo, guizzavi interpretazioni e collegamenti a voce esplicita. Ché gli altri ti notassero, che ti facessero eco. Canzoni, quadri, poesie, lettere e testamenti: lo sfoggio della tua prestanza intellettuale. Poi leggi qualcosa che ti colpisce per caso in un’altrui elaborazione: un piacere nuovo ti prende di sguincio. T’infili a cercarlo nei meandri dei rimandi. Scopri come funziona, ascolti quello degli altri. A volte è tra le virgole che ti scorrono nella time-line  altre nelle pieghe del libro che hai in mano. Ci sono righe belle che è come incrociare uno sguardo che non puoi comprendere. Scrivi di meno perché non vuoi che finisca, leggi di più perché ne vuoi ancora, rileggi perché vuoi consumarlo. Schermo, pagina, schermo, effe-cinque  libro, schermo, carta, forbici, ctrl-V. Riscrivere diventa un bisogno, ma sai che se aspetti verrà meglio. Capita che qualcosa che hai letto ti ricordi qualcosa che ti ha colpito, ma non sai bene se c’era veramente o te lo sei inventato. A volte, mentre raccordi, accarezzi e ceselli, leggi un tweet che ti ispira o ti ha fregato la soluzione dalle tempie. Ricominci a pensare, mentre non ci pensi, ricordi, concentri ed esprimi. Lo fai da solo insieme a un sacco di persone che non conosci ma puoi intuire; che spesso finiranno col piacerti, che a volte conoscerai, perché almeno una cosa in comune con te ce l’hanno di sicuro (e non è detto che sia poco). Quando comincia un altro dialogo, hai un po’ perso il filo e l’ordine degli addentri, nell’esercizio delle tue libertà. E’ questo il punto forte, fermo e di non ritorno di quest’esperienza: la libertà. Tua, di tutti quelli che partecipano e, straordinariamente, dell’opera originale. Non ti viene elargita, spiegata o tradotta sul binario critico in voga in quel momento. Non muore di noia nella teca di cristallo in cui viene contemplata. Non ammuffisce nelle biblioteche. Non viene sezionata nei salotti, fredda come un’autopsia. Esce dalle pagine, ti si pianta in testa come un desiderio, gode delle reazioni che ti provoca, si moltiplica nelle riscritture degli altri, si condensa in una storia nuova, bella come un gioco (qui su Storify ce n’è un esempio). E, come dopo un gioco bello, ogni #Leucò torna a casa esausto, biascicando, sporco, sciatto, ginocchia sbucciate, camicia un disastro, dicendo parolacce e canticchiando Califano. Il giorno dopo, però, si rilegge ed è felice perché è andato ovunque volesse, senza aver paura. Gettare Pavese in pasto alla ggente di Twitter? Per alcuni è una bestemmia, ovvio. Perché uno che si è aperto l’account per cuccare, e magari scrive qual è con l’apostrofo, come fa a darsi all’ermeneutica (visto che, tra l’altro, non sa cosa sia)? Molta ggente non ha gli strumenti per comprendere il Messaggio dell’Autore. Serve qualcuno che interceda, che veicoli “correttamente”, che diffonda ma fino a un certo punto, che attualizzi senza confondere la lettera morta e sacra con la vita. Non può essere che un troglodita high-tech qualunque si metta a leggere e addirittura a riscrivere una cosa così complessa, senza che qualcuno gliel’abbia spiegata, gli abbia dato gli strumenti, etc. Questi “qualcuno” detengono l’esclusiva dell’interpretazione, sono in pochi, difendono la propria sapienza da chi intellettuale non è (i parametri, in genere, li hanno scelti loro), ci guadagnano sempre qualcosa. Si riconoscono dalla spocchia con cui sparano certi termini e dalla paratia stagna con cui separano le proprie Critiche della ragione dai libri della moglie recensiti su Sugarpulp. Anche loro vanno su Wikipedia, ma non lo dicono a nessuno. I guantini non li vedi perché sono metaforici, ma sono bianco avorio e tali devono restare. Servono per maneggiare la logica, la coerenza, la forma e la consecutio, senza contaminarle con le varie manie che attanagliano la plebaglia di volta in volta (serie TV, Twitter, cantanti neo-melodici, slang, video making, Pilates, etc.). Mi rendo conto che l’obiezione che segue sia un po’ fuori registro, però sono stanca di tutte queste gerarchie. Uno che traduce in quel modo Moby Dick, Joyce (non quello fashion di ora, quello del 1933), Defoe, Dickens, Faulkner, la Stein e gentaglia del genere per cosa lo fa? Sa benissimo che andrà a finire nei peggiori zaini, comodini, ostelli e ricordi. Sorge il dubbio che lo faccia di proposito, che non ci dedichi una vita per sbaglio. Che dite? E potremmo stare qui fino al sonno eterno a pontificare sulla scelta del mito (che immagino non sia avvenuta per sorteggio), a chiederci se Pavese avesse letto su qualche compendio come funzionava per i greci o cosa penserebbe di questa dissacranza della twitteratura. Una cosa è poca ma sicura: non ha mai sperato di finire in un tweet insieme a una canzone di Tiziano Ferro, ma succede anche questo. Chi vuole scandalizzarsi e guardare tutto dall’alto in basso, è libero di farlo. A #Leucò piace immaginare il suo Cesare Pavese con quattro account farlocchi che si strugge, ride e trolla. A volte, ci sembra persino di vederlo. Il tuono che ha testé frastornato il giardino l’ha lanciato Zeus, in marmo e ossa, da Smirne. Eravamo tutti d’accordo sulla storia dei pettegolezzi, no? Un poco va bene, ma non esageriamo.

Frontespizio di una copia di Dialoghi con Leucò ritrovata accanto al corpo di Cesare Pavese, suicida il 27 agosto 1950.

  Insomma, prova a seguire #Leucò, non ti costa niente. Vedrai che vedrai l’ora che arrivi il 4 aprile e ti sembrerà troppo vicina. Resterai come dopo #LunaFalò (è una storia lunga, la racconteremo un’altra volta), sperando che trovino un altro libro da appartenerti, come è tuo “Dialoghi con Leucò”. Vorrai che inventino un’altra riscrittura da condividerti, come è di tutti noi #Leucò.              

La timeline aggiornata con hashtag #Leucò

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