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L’evento si terrà anche in caso di pioggia

L’evento si terrà anche in caso di pioggia, un racconto inedito di Serena Casagrande per Sugarpulp

Tracklist consigliata:

  • Brian Eno – Third Uncle
  • Violent Femmes – Gone Daddy Gone
  • The Creeps – She’s Gone
  • Air – Playgorund Love

L’ha capito stamattina.

Ha aperto gli occhi e ha realizzato che è già stato tutto pianificato. La sua mente ha lavorato in sordina, senza dare il minimo segno di avvisaglia del processo in corso. Non le resta altro da fare che prendere atto dell’accaduto. Da tempo ha rinunciato ad ostacolare l’operato ossessivo compulsivo del suo cervello bacato. Ha imparato a farsene una ragione.
“E così sarà, dunque”, rimugina ancora per qualche istante sulla questione, solo per chiedersi quand’è che il suo povero encefalo ipofunzionante ha deciso nuovamente al posto suo. Forse già da lunedì scorso, perché erano terminati i francobolli. Sì, dev’essere stato quel giorno lì.

Non si sente in colpa per quello che accadrà. E perché dovrebbe farlo, in fin dei conti? Vivere in un paese di mille anime in Pianura Padana, all’incrocio di tre province, non è propriamente salutare. E non si tratta di tirare in ballo l’umidità e le zanzare d’estate. Questo posto nuoce alla salute mentale di un individuo. Soprattutto se l’individuo in questione non sta bene già di suo. In dialetto si dice no aver tute e fassine al cuerto. E al suo paese, di gente messa così ce n’è a sufficienza: certo, i bei tempi andati sono oramai, per l’appunto, andati. Scomparsa la ragazza ingenua che abortisce e poi getta il feto in acqua avvolto in un Gazzettino, nel canale veneziano giusto di fronte al palazzo della nobile famiglia dove presta servizio (involucro ripescato con tanto di fascetta recante l’indirizzo della famiglia abbonata, incollato su una pagina del quotidiano). Tanti saluti pure alla vecia matiea, che arrivava con una carriola sgangherata da una catapecchia dispersa chi sa dove nella campagna, vendendo topi morti e frutta marcia. Spariti pure i giovani degli anni Settanta che si intossicavano (e qualche volta andavano di filato a far visita al Creatore) con le torte di Datura stramonium.

Ma è pur sempre vivo e vegeto il Miliardario, che abita in una casa colonica col pavimento in terra battuta, senza acqua e corrente elettrica. Non si lava da decenni, passa il suo tempo con le bestie, nonostante sia ricchissimo, come il nome affibbiatogli in paese suggerisce. E che dire di sua sorella, che raccoglie e coltiva cicuta, aconito e celidonia, con il chiaro intento di avvelenare la razza umana? Quindi non ha nessun motivo per sentirsi in colpa, per preoccuparsi della sua natura. Se pazza è, sta di sicuro in ottima compagnia. E poi c’è un’aggravante che pesa geneticamente come un macigno, una caratteristica fisica che, fin dalla notte dei tempi, ha segnato il destino delle persone come lei. Lara ha i capelli rossi.

Occhi verdi, pelle bianchissima e capelli rossi lisci. Tra i Celti avrebbe fatto un figurone. E, probabilmente, pure tra le genti padane che quelle origini celtiche, senza diritto, rivendicano. Ma così non è andata. Perché fin da piccola i suoi unici interessi sono stati lo studio e la raccolta di fossili, rocce e minerali. Passatempi per niente attraenti, agli occhi dei bambini del vicinato. Giocava con caterpillar e betoniere di plastica, scavava per ore buche con la paletta da mare nel cortile di casa. Spalando ghiaino e terra per giorni e giorni. Quando qualcuno le chiedeva che cosa avrebbe voluto fare da grande, rispondeva l’archeologa o il minatore. Le avevano regalato pure il caschetto e la tuta da lavoro per Natale.

Lunedì scorso erano finiti i francobolli. Come al solito. Lo sapeva già prima di metter piede nella rivendita di sali e tabacchi della signora Venturin. La proprietaria, una mentecatta cinquantenne che si vantava di essere nata in città, a Castelfranco, e non in questi paesi in cui non c’era nemmeno l’estetista (asserzione peraltro falsa), sapeva esprimere con una certa continuità un solo concetto: “E’ finito”.

“Mi dà il Gazzettino?”
“Finito”.
“Il Mattino?”
“Finito”.
E nella fattispecie, poi, quel lunedì:
“Un pacchetto di sale grosso, per cortesia”.
“Finito”.
“Finito?”
“Finito. Arriva dopo pranzo”.
“Me ne dia uno di fino, allora”.
“Finito. Non lo tengo più, non mi va via”.
“Ma scusi, questo è un tabacchino!”
“Le sigarette ce le ho, infatti”.
“Sì, ma c’è pure scritto Sali e Tabacchi. L’insegna là fuori esiste per un motivo, no?”
“El ‘scolte, sior… Il sale fino lo vendono al supermercato di fronte. El me scuse”.

In attesa del proprio turno, Lara dava un’occhiata al manifesto affisso in vetrina con il programma della sagra paesana. Il solito fornitissimo stand gastronomico, la pesca di beneficenza e il lunapark (vale a dire gli autoscontri e la giostra a catene; due se si era fortunati: una per i piccoli e una per i grandi). L’evento si terrà anche in caso di pioggia, era scritto. Naturalmente. A meno che non sopraggiungesse una bella tromba d’aria estiva, visti i trenta e passa gradi di quei giorni di fine maggio.

“Dime”.
“…”
“Dime!”
“Sì? Oh, mi scusi signora! Stavo leggendo il programma della sagra. Mi dà un francobollo da sessanta centesimi, per cortesia?”
“Fi-ni-to”.
Eccheccazzo.
Forse già da quell’eccheccazzo qualcosa si era guastato nel suo cervello. La proposta successiva aveva fatto il resto.
“Te lo ricordi, tu, mio nipote?”

In arrivo dal passato ricordi cancellati, nel tentativo di preservare un minimo di stabilità mentale. E, improvvisamente, il suo apparato neurologico che faceva bzzz. La cache non era stata svuotata correttamente e si materializzava davanti a lei l’immagine di un bambino obeso, con i capelli a spazzola e una maglia del Milan troppo stretta che gli evidenziava la pancia: Quatro Piere.

“Allora, te lo ricordi o no, mio nipote Maico?”

Ecco come si chiamava lo stronzo, Maico! La versione veneta di Micheal. Sì, in quel momento lo ricordava. Altroché! Anni fa, durante il periodo estivo era stato ospite della zia per una settimana. E dato che già all’epoca era uno spaccacazzi, nessun altro bambino voleva giocare con lui. Così stava sempre a casa sua, in giardino. Ad osservarla mentre scavava buche.

“Sì, sì. Più o meno ho presente”, aveva risposto finalmente alla tabaccaia.
“Ho bisogno de un piasser. Lo accompagneresti alla sagra giovedì sera, alla festa del patrono? Io devo andare a cena dall’assessore, queo del traffico. Mi fai allora sto piasser?”

La sua prima collezione di minerali: modesta, ad eccezione di un bell’esemplare di piromorfite verde pistacchio. Quel pomeriggio di anni fa l’aveva portata in giardino, per osservare meglio le pietre alla luce del sole. Maico le aveva prese e, una ad una, le aveva gettate nel fossato di fronte a casa sua per provare a fare i cerchi a pelo dell’acqua. Inutili le rimostranze da parte di sua madre presso la rappresentanza genitoriale di Maico. Nemmeno una parola di scuse, bensì un sincero stupore: “Tuto sto casin par quatro piere!”

“Eora, lo accompagni o no?”
“Sì, sì, certo che l’accompagno. Volentieri”. Non era stata lei a parlare. Ma la sua testa, totalmente distaccata dal resto del corpo. Che oramai viveva di vita propria.
“Passo alle nove e mezzo”.

In quel momento, non aveva capito perché avesse accettato la proposta. Ma adesso, in questo giovedì mattina di fine maggio, è tutto chiaro. Sa che non può più cambiare il corso degli eventi. Mancano solo quattordici ore all’appuntamento. E Lara decide che aspetterà.

Puntuale, alle nove e mezzo, suona il campanello a casa della signora Venturin. Apre Maico in persona. E’ identico al bambino di una volta, solo un poco più alto e un poco più grosso. E, visto che la genetica non mente, coglione era e coglione è rimasto. Con l’aggiunta che gli ormoni impazziti di un dodicenne pompano il sangue verso lidi ben lontani dalla scatola cranica e dal suo (eventuale) contenuto. Quasi sicuramente non verrà promosso in seconda media. E, a riprova del fatto che proprio non capisce nulla, nemmeno di calcio, indossa anche oggi la maglia del Milan. Cambia solo il nome del giocatore scritto sulla schiena. Ringhio Gattuso. Perché non c’è mai limite al peggio.

In ogni sagra paesana che si rispetti, il patrono deve condividere onore e gloria con un prodotto di stagione tipico del luogo. Questa volta, al santo in questione, tocca un partner d’eccezione: il bovoeto. Anzi, per la precisione, migliaia di bovoeti affogati nell’aglio. Quanto alle modalità di ingestione dei suddetti invertebrati, vanno segnalati i suggerimenti di due scuole di pensiero: le lumachine di terra si mangiano aspirando il contenuto direttamente dal guscio oppure, più urbanamente, estraendo preventivamente la bestiola con uno stuzzicadenti e successivamente portandola alla bocca. Nonostante queste fastidiose operazioni, i bovoeti, cazzo!, riscuotono enorme successo. Immeritato, a dir la verità, dato che tutto il loro sapore proviene dagli spicchi di Allium sativum, presenti in quantitativi tali da estinguere tutti i discendenti di Vlad III Dracul.

Il programma della giornata prevede la celebrazione della Santa Messa alle ore diciannove e poi, a seguire: apertura dello stand gastronomico e della pesca di beneficenza; alle ore ventuno rappresentazione teatrale della compagnia locale I fioei dea serva; al termine, serata danzante con l’orchestra di ballo liscio I Mirage (con riprese televisive effettuate dall’emittente TeleAltaPadovana); a conclusione dei festeggiamenti, alle ore ventitré, spettacolo pirotecnico (offerto dall’azienda zootecnica Severino Mancon e figli).

Lara e Maico si fermano in zona giostre, ma gli autoscontri sono già tutti occupati. Gli emo sono arrivati anche nella profonda provincia, a quanto pare: George Romero pagherebbe oro per filmare la scena di questi zombetti che scorrazzano in pista, alla guida di macchinine gialle, verdi e viola. Allo stand gastronomico si è in pieno overbooking, e coloro che hanno partecipato alla messa hanno già esaurito ampiamente il bonus benedizione.

Di fronte a cotanta rappresentanza della bestialità umana, il santo patrono non può far altro che alzare gli occhi al cielo e congiungere la mani. Non per raccogliersi in preghiera, come si potrebbe erroneamente credere, bensì per protestare presso i piani superiori con un poco consono, ma sacrosanto: “Maria Santissima!”

Maico vuole andare alla pesca, vuole vincere un pesce rosso. Compra una ventina di biglietti con i soldi che le ha dato la zia. Così lei può far bella figura, anche se non c’è, tramite il nipote. Niente pesce rosso per il piccolo ebete, ma due quaglie e un pulcino. Il resto dei premi non li considera nemmeno, si è intestardito con gli animali domestici. Gli piacerebbe vincere il primo premio: un maiale. Spende altri venti euro e giù a srotolare biglietti. E ha pure fortuna, si aggiudica una capra stopposa e un altro paio di quaglie. La tipa della pesca gli fa: “Te le porti via stasera le bestie? O te le metto da parte?”
E Lara decide che non ne può più.

E’ arrivato il momento. “Senti, Maico. Io qui mi sto rompendo le palle. E’ pieno di cei”. Quatro Piere, che si sta divertendo un mondo, la guarda e se ne sta zitto. Ma poi gli viene fatta una proposta che non può rifiutare: “Ho delle lattine di birra nello zaino. Che ne dici se andiamo giù per la stradina del cimitero e troviamo un posto dove tirar ‘na stecca seria?”

A Quatro Piere non par vero. Accetta con entusiasmo l’invito. Si allontanano dallo stand, aggirano il campo sportivo e si avviano lungo la stradina che conduce al cimitero. Si fermano poco dopo, oltre è buio pesto. Si stendono su un prato. Finora hanno camminato in silenzio, le parole serrate in gola per l’eccitazione. Ora il grand’uomo si riappropria dell’unico ruolo che madre natura gli ha concesso: quello del coglione, appunto. Dallo zaino spuntano quattro lattine di birra da cinquecento ml del Lidl. Quatro Piere beve con l’ingordigia dello sprovveduto che non conosce affatto gli effetti dell’alcol e che non sa in che guaio si stia cacciando. Ma per mantenere fede alla sua indole, sciorina aneddoti improbabili a proposito di memorabili bevute. Lei tace e fissa il cielo nero. E aspetta. Meno del previsto, perché Quatro Piere è ancora più coglione di quel che immaginava. Dopo nemmeno un’ora (e tre lattine e mezza), la Bella Addormentata riposa beata. Ma non è a questa fiaba che Lara sta pensando. A lei viene in mente piuttosto il coretto dei Sette Nani della Disney, quando allegri se vanno in miniera con il piccone in spalla. “Ehi oh, ehi oh! Andiam a lavorar”. Apre lo zaino ed estrae un piccone, non proprio da minatore (l’ha trovato nella casetta degli attrezzi da giardino), ma confacente al caso suo. “Ehi oh, ehi oh! Andiam a lavorar”.

Non riesce a togliersi dalla testa questo ritornello mentre fracassa la testa di Quatro Piere a picconate. Nemmeno un urlo, solo un rantolo da bestiolina. “La classica fortuna dei dilettanti”, pensa. Senza saperlo, deve essere andata subito a botta sicura. Morto sul colpo, il povero coglione. In ogni caso, le casse degli autoscontri sparano a palla La funzione dei Subsonica e in cielo compaiono I primi fuochi d’artificio. Poteva anche prendersi la briga di gridare Quatro Piere: inutile fino alla fine. “Ehi oh, ehi oh! Andiam a lavorar”. E’ l’unica melodia che le arriva al cervello e, lentamente, inizia a muovere le labbra, ad articolare suoni. E un sorriso liberatorio le si stampa in faccia, mentre con dell’erba toglie dalle sue Converse nere frammenti di scatola cranica e poltiglia di encefalo del fu Quatro Piere.

Non si preoccupa nemmeno di nascondere il corpo. La sua mente non l’ha previsto. Si limita a spingerlo in un fosso. Non si sente nemmeno il tonfo, le piante acquatiche attutiscono il rumore della caduta. Solo un rospo non gradisce. Getta il piccone, le scarpe e i vestiti sporchi di sangue in un sacco di nylon. Prende il cambio dallo zainetto e ci infila il sacchetto. Poi torna tranquillamente verso la sagra.

L’evento si terrà anche in caso di pioggia. Già! Però il tempo ha tenuto, meglio così. Passa di nuovo di fronte al cimitero. Tutto tace, “Ehi oh, ehi oh! Andiam a lavorar”, canticchia a bassa voce. Esce ancora un fumo denso dalla cucina dello stand gastronomico: centinaia di persone si rimpinzano di costicine, porchetta e polenta. Alla faccia dei trentadue gradi Celsius che segna il termometro digitale della farmacia. Evita la zone con le giostre e la pesca di beneficenza, si avvia verso casa.

Domani ha la prima ora di scienze e non vuole assolutamente perderla. L’insegnante le ha promesso che le porterà la piromorfite. Spera che non la cerchino fino al termine della lezione. Perché, a Lara, questo minerale verde pistacchio piace da morire.

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