Lo scrittore è un mestiere pericoloso

Lo scrittore è un mestiere pericoloso, un raconto inedito di Pierluigi Porazzi per Sugarpulp

Tracklist consigliata:

  • Art Pepper – Straight Life
  • Rino Gaetano – E io ci sto
  • Don Giovanni – Lucio Battisti
  • Double Life – The Cars

Ero felice, fino a tre minuti fa, penso con i piedi sospesi a quindici centimetri da terra e la schiena schiacciata con forza contro il muro.

Ho trentacinque anni e da sette mesi ho realizzato il mio sogno: un piccolo ma combattivo editore, Gabella, ha pubblicato il mio primo libro, “Generazione Z”, tragicomico romanzo di formazione che narra le disavventure di un giovane scrittore di belle speranze, che poi sarei io. Adesso sto scrivendo il mio secondo romanzo, che il signor Gabella in persona ha già promesso di pubblicare, e sono felicemente fidanzato. Insomma, tutto andava a meraviglia, fino a tre minuti fa, quando ho sentito suonare alla porta.

Ho aperto senza chiedere chi fosse, sia perché mezzogiorno non è la classica ora dei malintenzionati, sia perché aspettavo una consegna da un corriere. In effetti avrei dovuto pensare che non avevo sentito il citofono ma, ormai, dopo che alla portinaia non è stato rinnovato il contratto, succede sempre più spesso che il portone del condominio rimanga aperto o che qualcuno entri nel momento in cui esce un inquilino. Apro la porta, dicevo, e mi trovo davanti un’apparizione fiabesca.

Una ragazza bellissima, bionda, occhi azzurri, viso dolce e corpo perfetto. Con accanto un armadio a due ante di un metro e novanta, la mascella quadrata e i capelli biondi rasati quasi a zero. L’armadio vivente mi spinge dentro casa, mentre la ragazza mi chiede “dov’è Max?”. Si dà il caso che io sia Max Nero. Forse avrete sentito parlare di me, tra parentesi. Quindi le rispondo “sono io”.
“No, tu sei un bugiardo. Tu non sei Max. Dov’è lui?” ribatte lei innervosita, guardandosi attorno.

L’armadio ambulante le chiede qualcosa in una lingua che mi è sconosciuta, la ragazza gli risponde sempre nello stesso idioma e due secondi dopo una tenaglia che è anche la mano di quell’Hulk biondo mi afferra per il colletto della camicia e mi solleva da terra, sbattendomi contro il muro e tenendomi in quella posizione, con i miei piedi che ondeggiano a una ventina di centimetri da terra. Il tutto senza neanche avere il fiato corto.

Alza da terra 75 chili di scrittore emergente senza neanche una smorfia o una goccia di sudore sulla fronte. Certo, potrei cercare di dargli un calcio, o un pugno, in fondo ho le braccia e le gambe libere. Ma anche il cervello svelto, e capisco subito che una mia reazione equivarrebbe a un suicidio, in questo momento. Così rilasso, per quanto mi è possibile, data la situazione, gambe e braccia e cerco di non sfiorarlo nemmeno per sbaglio.

Mi rivolgo alla ragazza, che sembra l’unica dei due a capire l’italiano. “Guarda che vi state sbagliando. Max sono io. Se state cercando Max Nero, almeno”. La bionda mi guarda con i suoi occhi azzurri. “No, non sei tu. Io conosco Max Nero.” Si toglie lo zaino dalle spalle e ne estrae un libro. Il mio libro. Una copia di “Generazione Z”. “Tu non sei questo Max Nero. Qui è unico indirizzo di Massimiliano Nero, che qui scrive è tuo nome vero, adesso tu ci devi dire dove possiamo trovare Max. Tu conosci Max, se no non saresti nel suo appartamento.”

Di solito nei film avviene il contrario. L’incauto e innocente protagonista viene scambiato per qualcun altro e coinvolto in una serie di avventure, poi, immancabile, arriva il momento in cui cerca di convincere due sicari che non è la persona che stanno cercando. A me, invece, succede esattamente il contrario. Devo convincere la bella e la bestia che io sono davvero io. Kafkiana, come situazione.

Cioè di un Kafka ubriaco, che si mette a scrivere un romanzo pulp.
“Senti, se dici a Hulk, qua, di lasciarmi scendere, ti posso dimostrare che sono io Max, ti faccio vedere la mia carta d’identità.” Dico alla ragazza.
“Cosa?” chiede lei.
“Il passaporto. Passport. Documenti. Così vedi che sono davvero io.”

La dea bionda dice qualcosa alla sua guardia del corpo. Lui mi guarda minaccioso negli occhi poi mi lascia andare. Mi ricompongo sistemando la camicia e prendo il portafogli dalla tasca posteriore dei jeans. Muovendomi sempre molto lentamente. Tiro fuori la carta d’identità e la do alla ragazza. Lei la apre e guarda perplessa.

Poi guarda di nuovo me e chiede qualcosa a Hulk. Lui le risponde, il tutto sempre nella loro lingua, e lei gli dà la mia carta. La tiene tra le mani, la esamina come si fa con i soldi per capire se sono falsi, poi gliela restituisce dicendole qualcosa.
“Il documento è buono” mi dice lei in italiano.
“Certo che è buono. Ho anche il passaporto, se vuoi controllare.” La ragazza apre la copia del mio libro che ha ancora tra le mani e mi fa vedere la prima pagina interna. Sotto il titolo ci sono una dedica e un autografo, scritti con una calligrafia che non è la mia.

“Posso?” le chiedo indicando il libro. Lei me lo porge e leggo la dedica. “A Irina, luce della mia vita, la più brillante stella che esista nel cielo. Max Nero”. Bene, in un secondo scopro di avere un millantatore che non solo si spaccia per il sottoscritto, ma mi sputtana pure, scrivendo versi che farebbero vomitare anche un Bacio Perugina.

“Evidentemente qualcuno ti ha presa in giro. Non so cosa dirti, mi dispiace, ma non posso fare altro.”
“Io aspetto bambino di Max. Di questo Max” mi dice Irina riprendendosi il libro.
Adesso inizio a ricostruire la storia. Qualche imbecille si è spacciato per uno scrittore per far colpo sulle ragazze ucraine, scegliendo ovviamente uno che non è così famoso da avere la foto sulla terza o quarta di copertina dei suoi libri. La mia solita sfiga. Irina mi racconta che ha conosciuto l’impostore a Kiev, dove lui diceva di essere in vacanza.

“Non so che fare” le ripeto “potrebbe essere chiunque.”
“Viene da tua città” mi dice lei “ho visto suo biglietto di ritorno.” Le spiego che, anche in una città relativamente piccola come la mia, non posso conoscere tutti i miei compaesani. Comunque, per non irritare Hulk, che inizia ad agitarsi, le chiedo di descrivermelo. Lei si toglie di nuovo lo zaino dalle spalle e dopo una rapida esplorazione mi porge una fotografia.

La prendo in mano e spero di avere la faccia da giocatore di poker. Perché nella foto, abbracciato a Irina, sullo sfondo di una piazza che presumo essere a Kiev, c’è il mio amico d’infanzia Diego, a cui in questo momento sto indirizzando frasi irripetibili in qualsiasi lingua. Confesso che per alcuni secondi sono stato tentato di dare a Irina e Hulk l’indirizzo di Diego, con tanto di cap. Ma poi l’amicizia prende il sopravvento.

“Non so chi sia, mi dispiace” dico ridandole la foto, mentre rabbrividisco di fronte alle conseguenze di un’imprevista visita di Diego a casa mia.

Guardando negli occhi Irina devo dire che in fondo capisco Diego. Portarsi a letto una dea giustifica qualsiasi azione. Io mi sarei spacciato per Hemingway. Anche perché sia io che Diego non siamo certo degli adoni, quindi dobbiamo inventarci delle strategie alternative, con le donne. Peccato che stavolta sia stato io la sua strategia.

A me è andata decisamente meglio, devo ammetterlo. Da quando è stato pubblicato il mio libro ricevo una media di 5-6 e-mail alla settimana di ragazze che vorrebbero conoscermi, e alle presentazioni dei miei libri più di una volta la serata si è conclusa con una cena insieme a una sconosciuta, quasi sempre “timbrata” nel dopo cena.

A Diego invece è andata meno bene, nella vita. Diciamo che è un po’ sfigato. Oltre ad avere una leggera zoppia è rimasto orfano quando aveva quattordici anni. Ha dovuto smettere di andare a scuola e iniziare a lavorare per mantenersi, senza però riuscire mai a conservare un posto di lavoro, soprattutto a causa del suo carattere. Adesso tira avanti con lavori precari e stagionali, d’inverno in Germania in gelateria, d’estate sull’Adriatico come cameriere.

E nei periodi in cui non lavora si sputtana (letteralmente) tutto quello che ha guadagnato in donne e viaggi, sempre con lo stesso identico fine, ovviamente. Insomma, per togliergli la figa dalla testa ci vorrebbe un intervento chirurgico.

Dopo la mia risposta, Irina parla con Hulk nella loro lingua madre – cha a questo punto suppongo sia l’ucraino –, quindi si rivolge a me.
“Tu pensi di denunciare quest’uomo?” dice mettendomi di nuovo davanti agli occhi la fotografia.
“Be’, in effetti, potrei denunciarlo… il problema è che il reato è stato commesso nel tuo Paese, se non ho capito male, quindi è l’Ucraina che dovrebbe avere la giurisdizione…” le dico ripescando oscuri e vaghi ricordi dei miei studi giurisprudenziali. Lei insiste perché andiamo subito dalla polizia insieme a fare una denuncia.

Cerco di spiegarle come funzionano le cose in Italia e alla fine riesco a convincerla, assicurandole che avrei sporto denuncia dopo essermi consultato con il mio legale, invitando lei a denunciarlo a Kiev. Piccola vendetta. Diego non avrebbe più potuto andare in Ucraina, ma avrebbe dovuto comunque ringraziarmi per averlo salvato dall’incredibile Hulk.

Poi, il fatto che probabilmente il tizio che si è spacciato per me sia un poveraccio e non uno scrittore emergente fanno il resto, e convincono Irina a togliere il disturbo, non senza avermi presentato ufficialmente Andreiy, suo fratello, un ex Spetsnaz. Mentre gli stringo la mano sento inquietanti scricchiolii di ossicini che non credevo nemmeno esistessero e mi chiedo se riuscirò a scrivere al computer solo con la sinistra.

Finalmente se ne vanno. Mi sdraio per qualche minuto sul divano, per permettere ai miei ventricoli di riprendersi, poi mi attacco al telefono e faccio il numero di Diego. Inizio a insultarlo appena mi risponde, e rincaro la dose quando, un’ora dopo, varca la soglia del mio appartamento. Dopo aver sfoggiato tutta il mio repertorio di insulti, gli faccio un discorso serio e cerco di fargli capire che ha rischiato grosso.

Se lo avesse preso lo Spetsnaz, avrebbe passato l’estate in ospedale. Lui, imperterrito, stravaccato sul mio divano nuovo, con i piedi appoggiati sul tavolino, annuisce a ogni cosa che gli dico, mi dà ragione e dice che gli dispiace, che è stato uno stupido (anche se usa un altro termine, per definirsi). Poi mette la mano in uno degli enormi tasconi laterali dei suoi pantaloni ed estrae l’occorrente per un cannone che chiama, sorridendo, il “calumet della pace”.

Mentre Diego rolla la canna mi chiedo come abbia fatto Irina a credere che quell’essere antropomorfo fosse uno scrittore. Comunque, l’importante adesso è che abbia capito la gravità del casino che ha combinato, mi dico. Intanto che lo guardo passare la lingua sulla cartina della canna, l’occhio mi cade su un bigliettino che gli è caduto mentre toglieva la mano dalla tasca. Un rettangolino di carta chimica. Lo scontrino di una libreria del centro.

Con la data di oggi, l’ora di trenta minuti fa e un importo totale di 48 euro. 16 euro moltiplicato per tre. E 16 euro è anche il prezzo del mio libro. Potrei scommettere che nella Panda di Diego, parcheggiata sotto casa mia – nel posto riservato ai portatori di handicap, come sempre –, ci sono proprio tre copie di “Generazione Z”.

E mi ricordo che tra una settimana il mio amico Diego parte per una nuova vacanza. Stavolta a Oslo. Ma adesso ha capito. Dopo tutto quello che gli ho detto sono sicuro che non farà altre cazzate. Lo guardo. Si è acceso la canna e sta fumando beatamente, i capelli lunghi e sporchi appoggiati sul mio divano nuovo, comprato con i soldi di “Generazione Z”.
Sì, sono sicuro che ha capito.
“Diego”.
“Mmmm?” mi risponde, guardandomi con gli occhi socchiusi e un sorriso ebete sulle labbra.
“Passami la canna, dai”. Gli dico, mentre penso che domani inizierò a cercarmi un altro appartamento e farò togliere il mio numero telefonico dall’elenco. Non vorrei svegliarmi una mattina con un vichingo alto due metri incazzato come una iena che bussa alla mia porta.

Per vendicarmi di Diego, non l’ho portato con me, quando sono andato in vacanza in Svezia. Sorrido, in un caffè letterario di Stoccolma, mentre prendo appunti e guardo il panorama faunistico locale. Gabella mi ha pagato il viaggio per andare con lui a una fiera. Ormai siamo diventati amici, il mio libro è stato quello che ha venduto di più nel suo catalogo e adesso è in trattativa per cederne i diritti a un grosso editore che è interessato a ristamparlo.

Una voce flautata mi distoglie dai miei pensieri. Mi giro e alla mia sinistra appare una ragazza bionda che sembra appena uscita da una sfilata di moda. Non conoscendo una parola di svedese, mentre sto cercando di rimanere a galla nell’azzurro dei suoi occhi riesco a biascicare in inglese se può ripetere.

“Are you a writer?” mi dice lei. “Sei uno scrittore?” per chi non sapesse l’inglese.
“Yes” le rispondo io. Be’, qui non credo che serva una traduzione.
“Oh” mi fa lei meravigliata. Poi mi dice che è un mestiere davvero eccitante e affascinante. Mi chiede se sono straniero.
“Yes, italian.”

Le dico se vuole bere un caffè con me. Lei accetta sorridendo e si siede al mio tavolino. Ordino in perfetto inglese alla cameriera, poi lei mi porge la mano.
“Eva. Nice to meet you.” si presenta.

“Nice to meet you, too. My name is Eco. Umberto Eco.”

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  • vicky

    Clap calp clap!ma io avrei sputtanato Moccia……….:)
    complimeti davvero!

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