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Lo spietato, la recensione

Lo Spietato racconta la mala meneghina e la Milano da bere: un buon film d’intrattenimento ispirato al poliziottesco ed ai ganster movie americani. La recensione di Fabio Chiesa.

Liberamente ispirato al libro inchiest a Manager Calibro 9 (di Piero Colaprico e Luca Fazzo, Garzanti) Lo Spietato racconta della formazione e dell’ascesa di Santo Russo, giovane calabrese trapiantato nell’adolescenza a Buccinasco, cresciuto in fretta nel carcere minorile Beccaria e destinato a diventare uno dei criminali più pericolosi della Milano da bere.

Il film è chiaramente un omaggio ai poliziotteschi anni ’70 ed ’80 ed ai gangster movie americani, su tutti Quei bravi ragazzi di Scorsese. La pellicola, pur essendo derivativa, è comunque accattivante, viva ed assolutamente godibile soprattutto grazie ad un Riccardo Scamarcio in una delle migliori interpretazioni della sua carriera.

IL FILM

La storia di Santo ci viene racconta attraverso l’utilizzo del voice over ed attraversa quattro decenni, dalla metà degli anni ’60 sino ai primi anni 2000. La prima parte è incentrata sulla sua ascesa criminale e la narrazione in flashback ripercorre al contempo l’evoluzione della mala meneghina dalle rapine ai rapimenti passando per riciclaggio, edilizia e spaccio di droga.

Il ritmo è inizialmente molto sostenuto e ci si lascia prendere facilmente grazie anche alla colonna sonora “funk” di Riccardo Sinigallia che sembra uscita direttamente dagli anni ’80.

Scamarcio buca lo schermo, gigioneggia e rischia spesso l’overacting ma riesce a caricarsi sulle spalle il peso di un film nel quale sa di dover essere l’assoluto mattatore. E allora ci si diverte a vederlo all’inizio della sua scalata alle prese con i suoi complici travestito da carabiniere oppure nel tentare maldestramente di imitare l’accento milanese.

Sì, perché Santo vuole a tutti costi staccarsi di dosso l’etichetta di meridionale povero, brama la ricchezza e lo sfarzo, è schiavo di auto, vestiti, gioielli e di tutti gli status symbol immaginabili, smania di entrare nei salotti buoni ed è disposto a qualsiasi cosa pur di ottenere la vita che sogna.

Purtroppo però arrivano gli imprevisti ed il suo già precario equilibrio inizia a vacillare quando oltre al “lavoro” si trova a dover gestire due donne contemporaneamente: la fedele moglie Mariangela (Sara Seraiocco) e l’amante artista radical chic Annabelle (Marie Ange Casta, sorella di Laetitia).

Il film scorre bene e pur mancando dell’epicità dei cugini americani l’unica cosa che mi sento di rimproverare al regista e sceneggiatore Renato De Maria è di non aver osato sino in fondo stemperando con un’insistita ironia anche i passaggi sulla carta più drammatici.

Detto questo non posso che dirmi abbastanza soddisfatto da questa pellicola di puro intrattenimento, non esaltante ma apprezzabile, prodotta da Rai Fiction e Bibi Film ed acquistata –guarda caso – da Netflix che sembra avere sempre maggior fiuto nello trovare storie capaci di catturare gli spettatori.

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