L’uomo che voleva amare

L’uomo che voleva amare, un racconto di Gennaro La Marca per Sugarpulp

Lucio Malatesta non è il tipo di persona che ci si aspetterebbe di vedere ridotto in questo stato. Eppure è qui, steso a pancia sotto sul bordo di una fontana circolare, svenuto per gli eccessi perpetrati fino a qualche ora fa. Ha il braccio e la gamba destra immerse nell’acqua gelida, mentre gli altri due arti pendono flaccidi sulla lastra di marmo bianco che riveste la superficie esterna dell’argine.

Indossa un completo fresco lana grigio antracite. Dai capelli radi, lunghi e increspati dall’umidità emerge il suo orecchio sinistro arrossato. Il naso lungo e bitorzoluto su un volto scarno e spigoloso. Se avesse pure una rosea coda bislunga sembrerebbe un ratto morto.

Rinviene. Vorrebbe aprire la bocca per respirare e gli occhi per vedere ma non ci riesce: il suo corpo è immobile, paralizzato. Solo il naso gli ubbidisce e lo sta usando ma l’ansia comunque lo aggredisce.

Risviene. Rinviene. È calmo. È vivo, almeno crede. Dopo un attimo di vibrante titubanza le sue palpebre si aprono. Nient’altro si muove ma è già un inizio.La porzione di mondo che vede è un groviglio d’imma gini che se riordinate suppone comporrebbero una piazza. Crede sia quella sotto casa sua; ma poi si dice che è impossibile. È impossibile perché qui non ci sono cicogne che sfrecciano nel cielo sganciando bimbi insanguinati come i caccia militari le bombe.

“Ma questo non ha senso ed è grottesco”, pensa, e poi che gira e gira e gira questa piazza. Atrofizzata dall’alcol e dalla coca che ancora ha in circolo, la mente di Lucio è incapace di accedere al ricordo capace di svelargli come e perché, una serata destinata già da giovane a morire, sia riuscita a trascinarlo qui e a svenire su questo stretto rettangolo marmoreo, dove se ne è stato in bilico tra la vita e la morte.

“Sarei potuto scivolare in acqua. Sarei potuto affogare,” pensa. Lucio si sorprende di riuscire a formulare anche pensieri coerenti. Ma non si sorprende che la consapevolezza d’esser stato a un passo dalla morte lo lasci indifferente: le sue fabbriche ne hanno sfornato di jeans dall’ultima volta che ha provato un’emozione.

“Ormai, nelle mie vene, scorre azoto liquido misto ad alcol e coca,” pensa. Tuttavia, dalla memoria del suo cuore sale una vocina a dirgli che si sbaglia. Lucio non ne ha un ricordo conscio, ma ieri sera qualcosa lo ha provato: un emozione che gli vien da definire divina.

“Sì, prima che svenissi. Molto prima. Un’emozione bellissima. Dev’essere stata un’esperienza…”. I pensieri di Lucio si sfumano nel nulla, scacciati via da una sensazione benefica, rasserenante, un formicolio liquido che gli riempie la testa, lenendo paure e traumi e ossessioni insiti nel suo profondo; poi, questa sensazione tanto trascendentale, in un fiume caldo scende e inonda il suo corpo facendogli brillare il cuore di una gioia che credeva mai più potesse provare.

Lucio sta ricordando quell’emozione divina, la sta riassaporando. Ma poi eccola svanire insieme al benessere che ha portato. E nella sua mente non un’immagine, non un indizio utile a ricondurlo a all’evento che gliel’ha suscitata. Solo una cosa ha realizzato: s’è innamorato di questa sensazione come s’innamorò della sensazione d’immenso provata attraverso la sua prima sniffata, vent’anni fa, all’alba del suo successo imprenditoriale, quando era un ventottenne ambizioso e voglioso di vivere e di dimenticare il proprio oscuro passato.

Lucio spera che l’alcol e la droga non abbiano rimosso questo ricordo. Vorrebbe almeno capire se è qualcosa che ha fatto, o visto, o, non importa. Confida che prima o poi lo ricorderà, e qualsiasi cosa sia nuovamente la sperimenterà, ancora e ancora, così da risentirsi un dio. Ora però deve occuparsi del suo corpo che non accenna a muoversi.

“Avrei proprio bisogno di farmi una botta,” pensa, e tira su col naso, piano. Poi lo fa più forte e accade qualcosa d’imprevedibile: collosi grumi di sangue imbrattavano entrambe le narici e ora lì dentro è tutto intasato.

Lucio realizza che sta per morire. Eppure, neppure adesso riesce a provare alcunché, se non un lieve senso d’ingiustizia: nonostante tutto crede di non meritare una simile morte. Ciononostante, l’immobilità che domina il suo corpo è accanita. Si sforza e prova e riprova a muoversi ma anche i paralitici a volte lo fanno e lui per ora è dei loro.

E poi eccola, inaspettata, farsi breccia fra le viscere di Lucio come sangue infetto esploso da un organo malato. È la paura, riempie il suo cuore e incessantemente monta, intensificando la famelica sofferenza dell’asfissia: i suoi polmoni gli sembrano agglomerati di anguille smaniose e doloranti.

Sta morendo. Lucio rimpiange solo di doversene andare senza poter riprovare quell’emo-zione almeno un’ultima volta. E quindi non si arrende. Sporge le labbra come a invogliare una donna invisibile a dargli un bacio. Ma anziché le labbra lei gli offre un capezzolo perché ora Lucio sembra un neonato nell’atto della suzione.

L’aria che riesce a succhiare è insufficiente però, e il tempo scorre. Ma poi ecco che finalmente qualcosa nelle viscere si muove, sale. E stavolta non è la paura, non è un’emozione. È il vomito. Lucio sa che è l’unica cosa capace di aiutarlo e lo stava aspettando. Il primo conato è costretto a ringoiarlo ma il secondo trova via libera: la bocca gli si spalanca e insieme a una sostanza bluastra rigetta un suono tanto orribile e innaturale da spingere un grosso cane accucciato più in là a fuggire guaendo.

Nel suo stomaco Lucio sente sfrigolare elettricità rinvigorente. Il suo corpo sta riattivandosi. Riesce ad alzare la mano sinistra. La osserva. E s’inquieta. – Cos’è ‘sta roba rossa? – dice in un sospiro rantoloso.

Lucio è seduto sull’argine della fontana, la parte destra del suo vestito è completamente fradicia. Tremante, avvicina una mano al naso; poi ricorda di averlo otturato. Allora, dopo un istante d’incertezza, dalle sue labbra sporche di vomito spunta la punta cianotica della sua lingua, e assaggia. Lascia poco spazio a dubbi, il retrogusto di rame che gli fa arricciare le labbra. Sangue.

Lucio spera con tutto se stesso che questa macabra scoperta non sia collegata all’emozione che ha sperimentato. “Sarebbe terribile. Ma ch’è successo? Cos’ho fatto? COS’HO FATTO?”. Con lo sguardo perso nell’oscurità che crede si celi al di là del sangue incrostato sulle sue mani, prova a di ricordare. Ma non ci riesce. Di là della porta che conduce alla serata di ieri, trova solo una selva oscura.

“Cos’ho fatto? Dio! Cos’ho fatto?” chiede al nulla nella sua mente, più e più volte. Ma il nulla, in risposta, ha solo il nulla. Sebbene sia stata a mollo chissà per quanto, anche il sangue sulla mano destra è ancora lì seccato in croste marroni. “Ciò vuol dire che sono stato in giro un bel po’ a trastullarmi con le mie mani insanguinate”, pensa Lucio. Ma il perché, proprio non riesce a ricordarlo, ed un vero peccato, la situazione sta per sfuggirgli di mano.

Lucio si stacca dai suoi pensieri e finalmente si guarda intorno.  Non è mai stato in questa piazza. È deserta. È piccola, ma i palazzi che la circondano no. Alcuni moderni, altri molto meno, attraverso il velo velenoso del suo umore gli appaiono simili a demoni o quant’altro ci sia di mostruoso. E ha come l’impressione che questi mostri si avvicinino, intenzionati a ucciderlo, poiché comincia a credere che, probabilmente, lo merita.

Lucio scrolla la testa e tutto ritorna al suo posto, più o meno: il sangue è ancora qui e la sua mente insiste a non volergli dare delucidazioni a riguardo. Intanto il sole è sorto e benché smussata sia la luce che proietti, crudelmente fa brillare i masselli levigati del lastricato.

Nella piazza riecheggia un silenzio cimiteriale, trafitto a un tratto dal russare di un uomo; rumore che a Lucio giunge come il verso di un essere sovrannaturale, alieno. “Cos’era?” chiede al nulla, allarmato. “Di nuovo! Ma cos’è!?” urla alzandosi di scatto. E, SHOCK! Vede un essere immondo che non esiste, lungo disteso ai margini di un palazzo fatiscente. Crede sia un verme gigante che grugnisce e grugnisce e grugnisce.

Lucio lancia un solo grido, acuto e stonato; poi scappa via in preda al terrore, sparato verso la chiesa. “La porta potrebbe essere aperta. Lì sarei al sicuro. Dio mi proteggerebbe. Come nei film manderebbe un eroe. Però quel mostro potrebbe già starmi dietro e se la porta è chiusa…”.

Lucio si lancia in una buia viuzza che costeggia la chiesa e grida mentre lo fa, come se ciò possa dissipare le tenebre. Stucchi scrostati da mura crepate; balconi pericolanti; fumarole; vetri rotti alle finestre; cumuli e fiumi d’immondizia; ratti che corrono su spuntoni ricurvi e arrugginiti che sbucano dal suolo come artigli pronti a dilaniare; fili appesi da un palazzo all’altro che danno appoggio a miriadi di colombi intenti a defecare. Hanno beccato Lucio già un paio di volte; non se n’è accorto. S’accorge invece di qualcosa di raccapricciante, lì gettato a terra tra i rifiuti.

“Cos’era, cos’era?” si chiede fermandosi di colpo. La sua mandibola trema spasmo-dicamente, come il suo cuore. Si volta; sembra un automa con gli ingranaggi arrugginiti: si muove a scatti, un centimetro alla volta. Sente come una lama di fuoco che gli penetra il cranio. Quando infine riesce a volgere lo sguardo verso l’abominio che ha intravisto, ad attenderlo c’è un immagine di un’inesprimibile violenza: lì gettato a terra tra i rifiuti c’è il cadavere nudo, minuto e grassottello di una bambina down, riverso nella pozza del suo stesso
sangue.

Lucio le si avvicina, cauto. Il corpo giace in una posizione agghiacciante: i lunghi capelli biondi aperti a ventaglio sullo sfondo rosso creato dal sangue. Il volto, insanguinato e sfigurato, innaturalmente affacciato sulla schiena, dove corrono i segni di morsi voraci e di un utensile tagliente e scavante. E le sue braccia, dispiegate come ali d’angelo. E le gambe, non le ha, non le ha mai avute; solo le rotondità delle natiche, che lasciano ben visibile il taglio del pube.

Lucio s’inginocchia accanto a lei, bagnandosi i pantaloni di sangue. “Com’è possibile? Non posso essere stato capace di tanto”. Ma il suo passato giunge a pugnalargli il cuore, a mordergli lo stomaco, a mandargli definitivamente in pappa il cervello. Vede il boia: suo zio. Le atrocità che ha commesso sotto i suoi occhi di bambino. “Ma cos’ho fatto!?”

Il cadavere della bambina è ancora caldo. Se Lucio lo toccasse se ne accorgerebbe, capirebbe. Ma non osa, non può. “Sono stato io. Non può essere altrimenti. E mi è piaciuto. Alla fine, è accaduto: sono diventato come lui”.

Lucio fissa gl’occhi vitrei della poverina che crede di aver ucciso. Occhi azzurri come il cielo che mai più vedrà. E nel profondo delle sue pupille ingrigite scorge il volto del nulla da cui è sempre fuggito.
Lucio sa che oramai il nulla lo ha raggiunto, non ha più scampo. Ma s’accorge che, dopotutto, non è così terrificante come credeva.

Se ora Lucio alzasse gli occhi, proprio sopra di lui, vedrebbe una chioma bionda spuntare dal corrimano squamato di un balcone al terzo piano, seguita da due occhi azzurri e folli; lo stanno spiando. E scendendo con lo sguardo, poi, fra i rifiuti accumulati ai margini del cadavere della bambina, noterebbe un forchettone da cucina insanguinato.

Ma Lucio è troppo occupato a dar sfogo alla follia che si portava dentro come un aneurisma pronto a esplodere: paure e traumi e ossessioni insiti nella sua mente sbocciano rilasciando tutto il loro potere venefico. “Scusa, scusa, scusa…” balbetta, singhiozzando per il pianto violento. E mentre a ciocche si strappa i capelli, e a sangue si graffia il volto, sente spiegarsi lontane le sirene dei carabinieri.

Per un tempo indefinibile Lucio resta in ascolto, immobile: mandibola cascante e bavosa, occhi spenti che per inerzia ancora gettano lacrime sulle ferite sparse sul suo volto. Le sirene sono ora vicine, vengono dalla piazza. La legge presto calerà su di lui, e il suo peso, il suo giudizio, sarà spietato, impietoso, e lo distruggerà. Lucio sbatte le palpebre ed eccola, la giustizia, è arrivata: da una curva sbucano tre agenti in divisa. Vedono. Si paralizzano inorriditi. Sfoderano le pistole e si lanciano alla carica intimando a Lucio di restare dov’è.

Ma lui d’istinto si rialza e scappa via. “Non posso permettere che mi giudichino come un essere umano quand’invece sono un mostro da sopprimere” pensa. “No, non posso!” grida.

Scalpiccio d’anfibi che corrono sull’acqua salmastra. Parole urlate, sconnesse. Fragore di spari e di proiettili che si sfracellano sull’asfalto. Respiri affannosi. Pensieri sconclusionati. La voce stridula di una donna: “È lui. Ha ucciso mia figlia!”.

Ma Lucio non sente nulla, nemmeno il proiettile che gli si conficca nella spalla destra. Imbocca un vicoletto a sinistra. Qui l’oscurità è totale. Ma giù in fondo, alla fine, c’è un’intensa luce bianca.

“Mostro fermati, tanto sei in trappola!” grida uno dei militari mentre gli altri due sparano colpi d’avvertimento. La luce è vicina. Eccola lì, a Lucio sembra già di toccarla, di sentire il suo calore rassicurante. I militari lo hanno quasi raggiunto. Ma anche lui è giunto: una grata alta un metro delimita la libertà della luce dall’oscurità dentro cui si sente prigioniero. E, senza alcuna esitazione, in un volo d’angelo si lancia dall’altra parte, dalla parte della luce.

“NO!” gridano all’unisono gli agenti. La luce è calda, e rassicurante come Lucio credeva. Sta precipitando. E si dice che era pure ora che accadesse. Sotto, ad attenderlo, rocce appuntite.

Ma a un tratto il tempo si congela, e la mente di Lucio viene illuminata da una voce calda e rassicurante. È la voce di sua madre. Gli dice: “Andrà tutto bene. Non temere. Impedirò che la tua anima venga immeritatamente traumatizzata.

Ora, Lucio, ricorda: eri qui per partecipare a un briefing. Il volo che ti avrebbe riportato a casa è stato annullato. Allora hai deciso di farti un giro. Era notte fonda ed eri fatto e ubriaco, alla guida di un’auto presa a nolo, quando hai sentito l’urlo di una donna. Più avanti l’hai vista: una rom. Si contorceva s’una panchina tenendosi stretto il ventre gonfio. Hai pensato fosse incinta e che forse era in travaglio. Avevi ragione. In giro non c’era nessuno e sei sceso e le hai offerto aiuto. Lei ha accettato subito, nonostante si fosse accorta del tuo stato: non aveva scelta.

Poi dal nulla è apparso il barbone che più tardi, intento a dormire in un sacco a pelo, avresti scambiato per un verme grugnante. Ti ha aiutato a mettere la donna in auto e sei partito di gran fretta. Nonostante l’ospedale fosse vicino non hai fatto in tempo a raggiungerlo. Hai dovuto far nascere tu la bambina.

È andato tutto bene. La donna è riuscita a guidarti passo-passo. Dopo avete raggiunto il pronto soccorso, dove gl’infermieri hanno accolto mamma e figlia promettendo cure amorevoli. Quindi sei andato via, a piedi, perché avevi voglia di passeggiare e festeggiare: in tasca avevi altra coca e una pinta e mezza di cognac.

Sei stato in giro a tirare a bere e a contemplare le tue mani insanguinate che per te erano emblema del miracolo della vita e dell’imprevedibilità del destino. L’emozione di cui ti sei innamorato l’hai provata sentendo piangere la bambina, mentre era fra le tue mani tremanti, dopo qualche secondo di pauroso silenzio. Ogni cellula del tuo corpo vibrava e fremeva, godeva, intonando un gaudioso inno alla vita.

E ora meriti di riprovarla. È così che affronterai la morte. Alla prossima vita”.

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  • Giacomo Brunoro

    un racconto sorprendente!

  • Margherita Aprilia Gaglione

    Racconto travolgente. Un finale inaspettato e commovente.
    Molto bello.

  • Lucio Malatesta

    Il protagonista si chiama come me. Mi fa molto strano. Comunque, al di là di questo, il racconto è davvero interessante. L’inizio è decisamente straniante. Quando poi Lucio s’inoltra nella stradina dove trova la bambina morta, beh, se penso a quell’immagine mi vengono i brividi. E come ha detto già Margherita, il finale è davvero inaspettato.

    Molto bello.

  • Fulvio Basso

    Racconto molto triste, e anche molto toccante. Complimenti.

  • Michele Chilin

    Spettacolare !

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