Magia Rossa, la recensione

Magia Rossa è un romanzo che non lascia tregua al lettore: atmosfere noir, eventi soprannaturali, omicidi efferati in una Milano da brividi

Magia Rossa, la recensioneTitolo: Magia Rossa
Autore: Gianfranco Manfredi
Editore: Gargoyle Books, 2006 (1° edizione Milano, Feltrinelli 1983)
PP: 220
Prezzo: euro 15,00

Magia Rossa è romanzo breve dinamico, che non lascia tregua: in una città, Milano, sconvolta da una serie di omicidi efferati e da eventi soprannaturali spaventosi, uno spettro dell’Ottocento prende possesso della psiche di un suo discendente.

Nello scenario gotico dell’archeologia industriale, a pieghe in bianco e nero, si muove una figura dai capelli ramati, Tommaso Reiner, uno spettro che emerge con prepotenza dagli scritti del passato scapigliato: Mario Montrese, uomo dagli occhi distratti, lontani, percorsi da pensieri indecifrabili la cui passione sono i modellini meccanici mobili, negli anni Settanta si infatua poi di questa figura, coinvolgendo nella ricerca la sua donna Marisa e l’ex compagno di classe Alberto, autore dell’articolo scatenante.

Come si legge dalle Memorie di Marco Grillo, le rivolte cruente ad opera del generale Bava Beccaris che hanno segnato le giornate milanesi del maggio 1898, hanno visto un intervento mitico di Reiner nella fuga riuscita di quattro ragazzi: i fucili dei carabinieri esplosero nelle loro mani, quasi un’inesplicabile magia ne avesse inceppato i meccanismi od ostruito le canne, le pesanti spranghe del cancello scivolarono via da sole e le catene caddero giù disciolte. Un mistero.

A rendere inquieto Alberto, tornato di nuovo in intimità con Marisa, come ai vecchi tempi in cui stavano insieme, è anche un oggetto antico, una piccola statuetta d’avorio che raffigura un levriero con la testa alzata prima del salto: Mario lo sveglia a notte fonda per comunicargli la sua nuova ossessione, Reiner, collegata in qualche modo a quell’idolo realizzato da Conconi, un pittore scapigliato.

Il senso della morte e della distruzione è ovunque – si legge in uno scritto che descrive la casa di Conconi, autore tra l’altro di acqueforti intitolate La casa del Mago – stinchi posati su una cassapanca tarlata, pianticelle fossilizzate, un orologio le cui lancette girano imperniate nei denti di un teschio dipinto.

Le descrizioni con cui Gianfranco Manfredi correda il libro sono meravigliosamente inquietanti: entriamo passo per passo in un’atmosfera che, complice il teatro degli automi in cui lavora Marisa, emerge dal buio con scatti repentini, senza mai capire fino in fondo il confine tra realtà e allucinazione.

Parlano del trionfo della macchina/ ma la macchina non trionferà recita l’Automa al centro del palcoscenico: il grottesco è ovunque, sussurra in una lingua antica che invita all’attenzione nel rivolgere minacce poi realizzate.

Munitevi di un triangolo d’argento se volete leggere questo romanzo, sarete più tranquilli.

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