I Magnifici 7 di Antoine Fuqua, la recensione

I Magnifici 7 di Antoine Fuqua la recensione

I Magnifici 7 di Antoine Fuqua è un film completamente inutile. L’impietosa recensione di Matteo Strukul per Sugarpulp Magazine.

Paradossalmente non è a Hollywood che si deve guardare per la nuovissima ondata di western dell’ultimo periodo. Perché l’ennesimo remake, quello de I magnifici 7, quello di cui francamente non sentivo la mancanza, si rivela per quello che è: un film inutile. Anzi a ben vedere dannoso perché, come già Suicide Squad aveva fatto con David Ayer, azzerando la sua regia, qui la medesima cosa avviene per Antoine Fuqua.

Riesce incredibile pensare che dietro la macchina da presa ci sia la stessa persona che ha girato Training Day e Brooklyn’s Finest, due grandissimi noir metropolitani. Così, Hollywood sta appiattendo il talento dei suoi registi migliori, complice fra l’altro una sceneggiatura firmata da Nic Pizzolatto che mette in luce una scrittura mai così anonima e priva di idee.

Partendo da I sette samurai e proseguendo con le due versioni de I magnifici 7 si assiste a un crollo verticale della narrazione. In questo recente remake i personaggi hanno caratterizzazioni davvero superficiali: si mettono insieme alla bell’e meglio sette storie improbabili, noiose e sbrigative per fare in modo che Denzel Washington e soci si ritrovino a difendere le vittime di turno. Sia ben chiaro, il film non è recitato male, anzi Vincent D’Onofrio, per dirne una, giganteggia da par suo, Ethan Hawke dimostra la consueta sensibilità recitativa, Chris Pratt è forse in una delle sue migliori interpretazioni. E potremmo continuare con l’ottima, infinita sequenza action di tre quarti d’ora in cui Fuqua mostra tutta la tecnica di cui è capace e l’occhio ringrazia. E allora?

E allora manca la storia. Manca la passione, manca l’anima. E scusate se è poco.

Pizzolatto sembra molto preoccupato di mandare tutti a taralli e vino verso l’eterna e impressionante sparatoria conclusiva ma nel far questo dà la sensazione che tutto quel che precede possa essere un’accozzaglia di scene messe una dietro l’altra giusto per avere sette eroi che non hanno nemmeno un centesimo del fascino e del mito di Yul Brynner e, soprattutto, Steve McQueen. O, ancor meglio, di Takashi Shimura e Toshiro Mifune. Dirigeva Akira Kurosawa e buonanotte a tutti.

Ecco questa mania che hanno gli americani di rifare le cose degli altri, pensando di riuscire a renderle migliori sempre e comunque è la più grande mistificazione del cinema. Non è che se rifai The girl with the Dragon Tattoo (Uomini che odiano le donne) e ci metti un buon regista, David Fincher, viene fuori qualcosa di meglio dello splendido film svedese Män som hatar kvinnor diretto magnificamente da Niels Adler Oplev, tratto dall’omonimo bestseller di Stieg Larsson che, pensa un po’, non è americano. Proprio per niente. Viene una porcata. E qui è lo stesso.

C’erano un bianco, un nero, un messicano, un asiatico e un indiano che…

Senza contare che le banalizzazioni e gli stereotipi da cinecomics/franchising sembrano aver avvolto come melassa gran parte delle ultime produzioni americane. Compresa questa: vedi la rilettura in chiave politically correct di infilarci un messicano, un asiatico e un indiano. Penoso, semplicemente penoso. E poi, mai una donna eh, mi raccomando.

Paragonato a film come The Salvation di Kristian Levring, Brimstone di Martin Koolhoven, Das finstere Tal di Andreas Prochaska, questo western semplicemente scompare, ne viene annichilito perché manca di una visione personale, originale, realmente efficace. Paradossalmente il miglior western in questi ultimi anni sta arrivando dall’Europa in una sorta di ritorno di spaghetti western allargato.

Anzi, a questo proposito, viene da chiedersi quando in Italia ci sveglieremo e invece delle solite menate proveremo magari ad aggiornare il mito di generi come l’horror o lo spaghetti western appunto. Speriamo in Stefano Sollima che dovrebbe dirigere parte di Colt, la serie Tv prodotta dalla Leone Film Group, tratta da un’idea di Sergio Leone. Per il resto, mai che qualcuno decida di investire due euro in due dei filoni narrativi più forti di sempre, mai una visione extra confine, mai il tentativo di andare a pescare su un mercato internazionale. Niente da fare. Continuiamo così. Facciamoci del male.

Ad ogni modo è al western europeo che si deve guardare, ne parleremo in un prossimo articolo anche se, a onor del vero, Tarantino con Django Unchained e The Hateful Eight ha dato una visione personalissima e affascinante, rivisitando il genere in una chiave originale e spiazzante.

In definitiva, I magnifici 7 è un film che si può tranquillamente non vedere, molto meglio dedicare tempo e denaro agli ultimi horror usciti: Man in the Dark di Fede Alvarez, The Conjuring 2 di James Wan, The Purge: Election Year di James De Monaco. O magari, cambiando completamente genere, allo splendido film di Emir Kusturica: On the Milky Road.

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