Malati non si sa di cosa, un mito che distrugge l’uomo

Un viaggio nel mito della follia sulle tracce di Basaglia alla ricerca dell’umanità perduta

Da oltre cent’anni, psicologi e psicanalisti si interrogano sul concetto di follia. A gettare le basi di questo quesito ormai diventato d’obbligo anche per noi comuni cittadini è stato Freud, ponendo l’attenzione sul modo in cui l’uomo si relaziona con il mondo esterno e come questo influisce su di lui. Bisogna prima di tutto capire chi è un pazzo e come lo si cura. Psicofarmaci, meglio se a quantità industriali, sono abituali per tantissime persone in tutto il mondo, colpevoli di non riflettere quello spirito di perfezione e sicurezza che la nostra società ci impone. E tutto torna alla normalità. O quasi. Umberto Galimberti, filosofo e psicanalista di prestigiosa fama accademica, racconta molto bene questo circolo vizioso moderno tra pazienti e psicanalisti nel suo libro I miti del nostro tempo. Un rapporto compratore-prescrittore di medicine che si consuma in totale silenzio, definito con non poco sforzo dalla nostra società come progresso scientifico. L’uomo, inteso come essere umano, viene lasciato precipitare, colpevole della (e nella) sua diversità. La psicanalisi ha da sempre tentato di guarire i folli ma si limita a prescrivere farmaci senza capire veramente qual è il problema del paziente che gli sta difronte. Atteggiamento supportato da lui stesso, troppo spaventato dal mondo al punto di aver bisogno di medicinali per andare avanti. Complice dei suoi aguzzini per paura di sé stesso, una pena così subdola e atroce che nemmeno Dante sarebbe riuscito a collocarla in qualche girone infernale. Da scienza umana quale deve essere, e soprattutto dovrebbe ricordarsi lei stessa di esserlo, la psichiatria ha sempre preteso di venir riconosciuta come scienza esatta, naturale, dove sono i soggetti ad adeguarsi ai sintomi e non il contrario. Ma la mente umana varia da persona a persona, non permettendo quindi di poter elaborare un’unica ricetta medica per tutti. Galimberti scrive inoltre che gli psichiatri guardano l’uomo come come semplice caso clinico da studiare e guarire, rinchiudendoli in prigioni disumane dove si regredisce a uno stadio bestiale. Scenario atroce che esisteva in Italia fino agli anni ’70, quando Francesco Basaglia diede anima e corpo per la chiusura di questi mattatoi di gente. La legge 180 ridiede dignità ai malati rinchiusi ma fu un successo parziale, perché spesso queste persone furono lasciate da sole senza alcun aiuto, mentre il progetto iniziale prevedeva un loro reinserimento nella vita. Oggi quei ex manicomi giacciono avvolti dal silenzio più spettrale, spesso inglobati nei centri urbani che pian piano, con il passare degli anni, sono avanzati verso le periferie dedicate allo smaltimento di esseri umani. Lo si nota a Udine, pochi chilometri dalla Trieste al centro del progetto di Basaglia, dove l’ex ospedale psichiatrico di Sant’Osvaldo è avvolto dal degrado sempre più fitto. Ma non solo lì, in tutta Italia questo tipo di edifici sono lasciati marcire abbandonati, quasi come se ora toccasse a loro la tragica condanna riservata a chi, qualche anno fa, ospitavano al loro interno. Alla fine dello scritto di Galimberti il così detto mito della follia appare come un tetro velo con cui l’Occidente si è per anni celato il volto per non guardare in faccia la realtà, raccontandola con nomi irreali che fanno riflettere sull’abisso in cui la nostra società ha deciso di lanciarsi. Buii e profondo, come la depressione che grida ma che nessuno ha il coraggio di sentire.

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