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Manhunt: Unabomber, la recensione

Manhunt UNABOMBER recensione

Manhunt:Unabomber racconta la vera storia dell’attentatore Ted Kaczynski, una buona crime story ideale per gli appassionati di serie ispirate a fatti di cronaca.

Manhunt: Unabomber racconta la vera storia della caccia e cattura da parte del FBI dell’attentatore Theodore John “Ted” Kaczynski”, meglio conosciuto come Unabomber, colui che tra la fine degli anni ‘70 e la prima metà degli anni ‘90 fece tremare gli Stati Uniti con una serie di pacchi esplosivi che causarono 3 morti e ben 23 feriti.

La serie, prodotta da Discovery e disponibile nel catalogo Netflix, è stata messa in parte in ombra dal successo di Mindhunter (l’assonanza del titolo non aiuta di certo), ed ha con quest’ultima diversi tratti in comune, in primis una profonda analisi della psicologia dei protagonisti, interpretati in questo caso da Paul Bettany, nei panni di Ted Kaczynski, e Sam Worthington in quelli del profiler Jim Fitzgerald, che grazie ad un’innovativa tecnica di linguistica forense portò all’identificazione ed arresto del criminale.

Mindhunter, prodotto dello stesso “segmento” e destinato al medesimo pubblico, è certamente superiore, ma Manhunt resta comunque un intrattenimento intelligente ben scritto, diretto ed interpretato che fila liscio dall’inizio alla fine e raggiunge lo scopo di raccontare al grande pubblico una true story che, seppur romanzata, gioca in sottrazione e resta fortemente ancorata ai fatti di cronaca realmente accaduti.

La formula è simile a quella utilizzata dalla serie antologica American Crime Story, ossia partire da una storia nota al grande pubblico internazionale e raccontarla nei minimi dettagli con un approccio quasi asettico, mettendo al centro del progetto l’aderenza al materiale di partenza, in questo caso caccia, cattura e processo di Kaczinsky.

Se da un lato la figura di Fitzgerald ricalca quel del classico poliziotto ossessionato dal caso in cui è coinvolto, Ted Kaczinsky si rivela un personaggio da scoprire: non un pazzo bombarolo qualsiasi bensì un ex bambino prodigio, geniale matematico ed ex docente universitario che motivò i suoi attentati come un atto di protesta e sabotaggio verso i pericoli di una tecnologia in grado di limitare ed ingabbiare l’essere umano.

In questo senso scrisse nel 1995 un suo “manifesto” intitolato La società industriale e il suo futuro”ì, vero e proprio pamphlet in cui espone le sue teorie, pubblicato sotto minaccia di ulteriori attentati dal New York Times e dal Washington Post. E fu proprio la pubblicazione di questo controverso documento a portare l’FBI e Fitzgerald sulle sue tracce per concludere una caccia all’uomo durata quasi vent’anni.

Gli autori focalizzano l’attenzione sul rapporto a distanza che si crea tra Unabomber e Fitzgerald, che al contrario dei suoi colleghi – i quali vedono in Kaczinsky un semplice pazzo -, inizia ad inserire le sue azioni in un quadro più ampio, un quadro che nasconde una visione precisa del mondo che comincia ad affascinarlo e a farlo riflettere sullo stile di vita imposto della società moderna.

Manhunt è una serie piacevole ed interessante passata un poco in sordina ma che merita sicuramente la visione. Chi ama questo tipo di storie farà presto a farsi catturare e non potrà fare a meno di andare a spulciare in rete per saperne di più su Kaczinsky e, magari, cercare il suo manifesto, una lettura che non può lasciare indifferenti.

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