Marocco, romanzo, la recensione

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Marocco, romanz0, di Tahar Ben Jelloun racconta un viaggio attraverso un Paese e più modi di viverlo. Vizi e virtù di una nazione in un libro che apre le porte di misteri e realtà.

marocco-romanzo-recensione-sugarpulpTitolo: Marocco, romanzo
Autore: Tahar Ben Jelloun
Editore: Einaudi
Pagine: 292
Prezzo: 22 euro

Comprare un biglietto aereo, di nave, di autobus e partire per scoprire un Paese: chi di noi non l’ha mai fatto?

Spesso attirati dalle immagini che abbiamo visto sugli atlanti, su internet, in tv. E non sapere bene cosa troveremo, una volta arrivati.

Capita però che ci sia qualcuno a farci da guida, accompagnandoci nel nostro cammino: lo stesso che ha scritto una guida, dell’anima più che turistica, intitolata “Marocco, romanzo” (Einaudi, 2010): Tahar Ben Jelloun. Che quel lembo omonimo di Nord Africa lo conosce bene, essendoci nato e cresciuto.

A dispetto del titolo, il libro non è un vero romanzo, anzi a tratti si discosta completamente dalla narrativa: è un insieme di storie, voci, gioie e dolori che uniscono i pensieri dello scrittore con i volti di tanti suoi connazionali e non solo, stregati ognuno a modo suo da questo Paese.

Ci sono le storie di bambine strappate alla scuola per diventate schiave nelle città; quartieri-bidonville dimenticate da chi governa e dove si annida l’odio, fino a sfociare in follia religiosa; ci sono le fedi, mussulmana ed ebraica, che per secoli qui hanno convissuto in pace.

La stessa predicata, peraltro, dallo stesso Islam, che trova manifestazione nelle parole di Ben Jelloun, anche in concetti non condivisibili da un cristiano.

I racconti che scorrono su queste pagine color della sabbia e del cielo sono veri canti d’amore per il Marocco, ben più coinvolgenti di qualsiasi dépliant turistico, in cui lo scrittore mette tutto sé stesso, anche quando punta il dito contro vizi e corruzione. E fa scoprire all’occidentale ignaro molteplici facce che nemmeno sospettava.

Chi sapeva, infatti, che la Marrakech tanto celebre per gli hotel di lusso è anche, anzi soprattutto, la città dei sette santi? Già, perché anche se le figure che intermediano tra Dio e gli uomini nell’Islam non ci sono, come non dovrebbero esserci nel Cristianesimo, la gente non ha mai smesso di invocare aiuto a chi fisse disposto ad ascoltarla.

C’è poi Tangeri, o meglio c’era, che negli anni ’50 era il palcoscenico di eccentrici personaggi venuti da tutto il mondo per essere lì.

E con loro c’era anche Ben Jelloun, sempre pronto a ricordare quei nomi storici che adesso non vivono più. E che “stonano” con i volti della disperazione che attraversano lo stretto di Gibilterra, altra porta tra Occidente e Oriente sinonimo spesso di morte.

Con un’opera che rientra senza dubbio nelle letteratura di viaggio, sia geografico che interiore, l’autore alla fine racconta un’altra, di avventura: quella del pittore francese Delacroix, che attraversò il Marocco e a cui lo stesso Ben Jelloun indirizza una lunga lettera. Aperta a tutti coloro che desiderano scoprire i colori, i sapori, i profumi di un mondo che si dischiude dalle parole di quest’uomo.

 

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