Marvel Omnibus Wolverine vol. 1, la recensione

Marvel Omnibus Wolverine, la recensione - Sugarpulp

Marvel Omnibus Wolverine raccoglie le prime avventure in solitaria del mutante più famoso di casa Marvel. Un volume massiccio, come da tradizione quando si parla degli Omnibus, che in questo caso però presenta una serie di storie molto diverse tra loro.

Si va dalla primissima apparizione di Wolverine che ci viene ormai proposta in ogni salsa da millemila anni, alla saga noir dedicata al buon vecchio Logan che poi gettò le basi per una delle serie Marvel di maggior successo di sempre. Difficile dare un giudizio unico sul volume dato che tra le 800 e passa pagine di questo Omnibus la qualità delle varie run è molto altalenante. Salto a piè pari Incredible Hulk #180 e 181, le due storie con cui si apre il nostro librazzo e che hanno l’unico pregio di aver introdotto Wolverine nel mondo Marvel ma che, tutto sommato, sono di qualità decisamente modesta.

Wolverine, la miniserie di Claremont e Miller

Si inizia a fare sul serio con la miniserie in 4 numeri firmata da Chris Claremont e Frank Miller. Inutile girarci tanto intorno: un capolavoro. Atmosfere noir e decadenti, disegni duri e spigolosi, geometrie improbabili e sorprendenti, suggestioni tragiche e malinconiche. Una storia affilata come gli artigli di Logan che a distanza di anni mantiene inalterato tutto il suo fascino. Anzi le ombre che macchiano le pagine sembrano ancora più belle se lette oggi perché, lasciatemelo dire, di fumetti così se ne vedono sempre meno. Un must have assoluto che se non ricordo male non veniva ristampato da secoli (questa ultima affermazione prendetela con il beneficio del dubbio).

Kitty Pryde & Wolverine, ovvero una miniserie inguardabile

Altro giro, altra miniserie. Questa volta in cabina di regia c’è sempre Chris Claremont, ma purtroppo alle matite c’è Al Milgrom. A distanza di anni ancora non mi capacito di come uno come Al Milgrom abbia potuto lavorare alla Marvel. E per di più non da gregario, dato che gli sono state affidate le matite su testate importanti, per non parlare di una miniserie come questa. Non possiamo dimenticare che a cavallo tra il 1984 e il 1985, quando Kitty Pryde & Wolverine uscì, Logan si stava avviando a diventare la superstar di casa Marvel. E allora cosa fanno in redazione? Affidano un progetto del genere a un disegnatore che non potrebbe lavorare neanche alla Settimana Enigmistica. E il buon Milgrom si impegna a dare il peggio di sé con una serie di tavole imbarazzanti, legnose, orripilanti, inguardabili. La storia non è neanche male, ma la resa grafica è semplicemente oscena. Siamo al di sotto di qualsiasi standard, un serie di sgorbi allucinanti che non sarebbero tollerabili neanche nella più merdosa delle autoproduzioni. Mi domando che senso abbia ristampare storie così brutte, e non credo sia un caso se in copertina svetta il nome di Frank Miller (ai disegni in 4 storie in questo Omnibus), ma si sono ben guardati da scrivere quello di Al Milgrom (anche se qui dentro di storie “disegnate” da lui ce ne sono 6).

Logan noir in incognito

Il volume si chiude con una lunga run scritta da Chris Claremont e disegnata da John Buscema. Pensata inizialmente come miniserie ambientata a Madripor e pubblicata in 10 mini-storie su Marvel Comics Presents, visto l’ottimo successo in casa Marvel decisero di continuare a spingere sul mutante con lo scheletro di adamantio. Claremont si diverte a mischiare le carte e ci mostra un Wolverine che non è Wolverine: interessante l’idea di raccontare un Logan in incognito, ottima l’ambientazione in un Far East attualissimo, una serie di personaggi femminili che anticipano di un decennio quello che avremmo visto poi al cinema. Peccato che Buscema disegni tutta la serie con la mano sinistra (a volte con i piedi): copincolla a ripetizione, personaggi sempre uguali, idee zero… Il vecchio mito dei comics era a fine carriere e in queste pagine si sente tutto il peso dei tanti anni passati con la matita in mano. Alcuni scelte grafice per i cattivi di turno poi sono decisamente improbabili e sfiorano il ridicolo (ma in quegli anni i comics attraversavano un periodo un po’ naif, mettiamola così). Eppure nonostante tutto alla fine le storie reggono e si lasciano anche leggere.

E quindi?

E quindi questo Marvel Omnibus è da comprare o no? Tenendo conto che stiamo parlando di cacciare quasi 60 euro il mio consiglio è di pensarci bene. Se siete dei feticisti completisti, o se guardare la vostra libreria piena zeppa di volumoni lussuosi e costosi vi aiuta a combattere l’ansia, allora questo librazzo è quello che fa per voi.

Personalmente alla fine non credo che ne valga la pena, anche perché qui si sente tutto il peso di un Omnibus: i comics nascono come albetti spillati da leggere e rileggere in fretta in qualsiasi luogo e in qualsiasi condizione, mentre queste raccoltone extra-lusso per noi fan anzianotti sono volumi poderosi, ingombranti, pesanti, che obbligano ad una attenzione e ad uno sforzo fisico molto diversi. Leggere 22 pagine al mese è una cosa (anche meno nel caso della miniserie pubblicata in Marvel Comics Presents), leggere 100 o 200 pagine di seguito è un’altra: non sempre i meccanismi narrativi girano allo stesso modo, la ripetitività del tratto grafico dei disegnatori seriali è molto più evidente, le piccole lacune che si ripetono irritano un po’ di più, il racconto emoziona di meno e le tavole stancano di più, per non parlare di certi dialoghi che sono invecchiati decisamente maluccio. Insomma non è la stessa cosa leggersi un albetto al mese e spararsi una maratona con un volumazzo da più di 800 pagine. Devo dire che è una sensazione che ho provato anche con altri Omnibus, come se l’esperienza fisica della lettura di un fumetto venisse a mancare condizionando in maniera importante anche la fruizione delle storie che stai leggendo.

Snikt!

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