Carlotto ed Ervas: veneti da classifica

Zuppa di Barbabietole

Carlotto ed Ervas: veneti da classifica

Diciamoci la verità: dal nuovo libro di Massimo Carlotto te lo aspetti che vada dritto nei primi dieci. E infatti, all’uscita nelle librerie, “Respiro Corto” (Einaudi) va sparato dritto al quinto posto nella top ten; quello che ti lascia senza parole è che Fulvio Ervas con “Se ti abbraccio non aver paura” (Marcos Y Marcos) gli stia subito dietro la prima settimana (sesto) e poi si arrampichi, quella dopo, al numero quattro.
Sia come sia e risultati alla mano, i punti in comune fra i due autori sono davvero molti e il successo di questi giorni e di questi libri è strameritato. Oggi, alla Zuppa di Barbabietole vorremmo parlarvene. Vediamo perché.

Anzitutto sia Massimo sia Fulvio sono autori di bandiera. Carlotto è rimasto con E/O per almeno una quindicina di romanzi, sedici per l’esattezza, contribuendo in modo significativo al successo dell’editore romano. Ervas con Marcos Y Marcos ha fatto altrettanto divenendo via via un autore fortemente rappresentativo con la serie dell’Ispettore Stucky, per poi esplodere con il recente lavoro. Entrambi veneti, entrambi estimatori l’uno dell’altro, entrambi profondamente legati al territorio, sia Carlotto sia Ervas vedono oggi i loro libri diventare due feticci anticrisi – in termini di copie vendute -grazie soprattutto alla grande coerenza e al coraggio.
Sì, il coraggio di cambiare perché per entrambi il nuovo romanzo rappresenta un grande mutamento di pelle. Cominciamo da Massimo.

Carlotto ed Ervas: veneti da classifica“Respiro Corto” è un romanzo noir dal profondo taglio internazionale e non certo e non solo perché narra una vicenda ambientata fra Marsiglia, Alang, Ciudad del Este, Pripyal e Zurigo ma perché sceglie di anticipare ancora una volta tutti e di raccontare i moderni meccanismi di una criminalità globale in cui gli stessi nuovi esponenti – giovani, preparati, veloci, profondi conoscitori della finanza e dei nuovi mercati – si ribellano alle mafie di cui sono figli per creare una rete transnazionale che cresce e fagocita le economie dei singoli Stati attraverso meccanismi che costruiscono un’economia ombra, illegale e tentacolare che si intreccia drammaticamente con la triade di politica, corruzione e finanza appunto. Da questa premessa, o meglio, da questa reale constatazione, Massimo Carlotto sviluppa un romanzo travolgente con un respiro così corto ma una visione talmente ampia da stare alla pari con un capolavoro come “Il potere del cane” di Don Winslow. Provare per credere. Prendete un mafioso russo, un giovane parsi, un camorrista, una figlia di banchieri svizzeri e piazzateli nel cuore pulsante di una Marsiglia sbranata dalla Guerra dei Territori. Leggetevi le descrizioni di una supersbirra francese – lesbica, durissima, brutta e spietata – che rimette in pista tre investigatori sul baratro professionale e ne fa la sua squadra di cani sciolti con cui monitorare lo spaccio di droga della città francese. Sappiate che Bernadette Bourdet – detta B.B. – stringe alleanze con Armand Grisoni, vecchio boss della mafia corsa e utilizza per i suoi scopi un narcotrafficante in arrivo da Ciudad Del Este. Se a questo punto infilate la mafia cecena e la cricca Bremond – di cui scoprirete tutto leggendo il libro – ebbene vi troverete fra le mani un romanzo che anticipa i tempi, che ha il coraggio di raccontare il moderno volto del crimine e che lo fa con un ritmo, una cura dei dettagli, un cinismo, un “respiro corto”, certo, da far male al cuore.

Un lavoro, questo, che meriterebbe non solo di andare in finale all’Edgar – Carlotto c’è già andato con “Arrivederci amore ciao” – ma di vincere il premio a mani basse. Abbandonato quindi lo scacchiere Italia – si tratti del Nordest o della Sardegna – Massimo getta le basi di una storia, anzi subodoriamo di un ciclo, mai così affascinante o meglio mai così stratificato, complesso, ricco e documentato. A tratti la storia è talmente densa di informazioni da far impallidire quel capolavoro che fu “McMafia” di Misha Glenny. Ma quello era un saggio. Qui invece c’è un autore che ha il coraggio di cambiare ancora una volta, di allargare l’orizzonte, prendendosi rischi e responsabilità come pochi altri in giro.
Chapeau.
Ecco spiegate le vere ragioni, crediamo, del successo di questo splendido libro.

Carlotto ed Ervas: veneti da classificaE veniamo a Fulvio Ervas.

Per anni cantore della Marca Trevigiana attraverso le sempre ben calibrate avventure dell’ispettore Stucky, autore di una mezza dozzina di romanzi gialli caratterizzati da una scrittura sempre elegante, raffinata, lirica ma non priva di umorismo e di un tocco surreale da cavallo di razza, Fulvio Ervas reinventa la sua scrittura con un romanzo di rara potenza e efficacia.

Certo, la scelta della storia – toccante e commovente – è materia da far tremare i polsi, da far temere di smarrire un equilibrio mai così necessario. Invece Fulvio tiene un registro dolce, sensibile, fresco come una corda da bucato, spolverata di brina. I protagonisti del romanzo di Ervas sono un padre e un figlio: Franco e Andrea Antonello. I due decidono di percorrere trentottomila chilometri per quattro mesi, a cavallo di due Americhe, e lo fanno per combattere l’apparente incomunicabilità cui li costringe la malattia di Andrea: l’autismo.

Ma la grande sfida per Ervas è quella di raccontare una storia vera e di farlo con gusto e attenzione, di modellare le parole di Franco Antonello in modo così discreto e intelligente da lasciare estatici. E allora via con una grande avventura, un’esplorazione, un road movie, a cavallo di una Harley Davidson, giù per le grandi Highway di undici dei cinquanta Stati Americani e poi Messico, Guatemala, Amazzonia e tutto per raccontare un incredibile viaggio fatto di sguardi, di coccodrilli, di sciamani e grandi spazi, ma anche di dialoghi per l’anima e di una rinascita che si temeva smarrita.

Un romanzo straziante e divertente, amaro eppure pieno di speranza, una Commedia Umana infinita tanto che William Saroyan sembra far capolino fra le pagine, il che la dice lunga sull’altissimo livello di questo romanzo.

Fulvio Ervas è stato da sempre un esempio per tanti scrittori: per quel suo coraggio, per la purezza nello sguardo e nel tener fede all’Arte della Scrittura, per dirla con Stevenson. Oggi, ancor di più, lo è per aver accolto con la potente dolcezza del proprio inchiostro l’incredibile storia di Franco e Andrea.

Un libro da non perdere. Per nessuna ragione. 

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