Arma Infero: il Mastro di Forgia, la recensione

Arma Infero il Mastro di Forgia la recensione

Arma Infero: il Mastro di Forgia (tomo primo), la recensione di Marco Piva per Sugarpulp MAGAZINE del romanzo di Fabio Carta.

Arma Infero il Mastro di Forgia la recensioneTitolo: Arma infero: il Mastro di Forgia (tomo primo)
Autore: Fabio Carta
Editore: Inspired Digital Publishing
Pagine: 693

Fabio Carta è un autore di fantascienza romano che ha esordito nel mondo letterario nel 2015 con questo Il Mastro di Forgia, primo volume di una serie che continua con I cieli di Muareb e che, ci conferma l’autore stesso, non è ancora finita.

La storia si apre sul pianeta Muareb, in un paesaggio postatomico. Un vecchio critica ad alta voce le parole di un predicatore, che gli risponde a tono. L’anziano quindi giustifica le sue parole raccontando la storia della sua vita: l’eroe mitico che tutti venerano, Lakon, è stato un suo amico fraterno. Il vecchio, di nome Karan, ha – da giovane – ricoperto l’importante carica di Maniscalco, incaricato in quanto tale di prendersi cura degli zodion, avanzatissime cavalcature da guerra meccaniche. Come suo assistente, dopo una serie di avventure, ha avuto proprio Lakon, la cui abilità tecnica gli è valsa il titolo di Mastro di Forgia.

Tutto ciò è avvenuto prima della guerra atomica che ha devastato il pianeta, di cui quindi Karan è stato testimone. Anzi, vedremo che… no, non ve lo dico, dovrete scoprirlo da soli.

Il Mastro di Forgia è un romanzo complesso, lungo (quasi 700 pagine), elaborato. La storia si dipana, nel racconto di Karan, in un periodo di anni, a volte menzionati in poche righe e a volte narrati nel minimo dettaglio. Molte sono le approfondite disquisizioni tecniche: se la tecnologia del fulleren esistesse davvero, probabilmente qualunque lettore sarebbe in grado di mettere mano a uno zodion (in realtà no, e il romanzo ci spiega perché, ma l’impressione resta).

Tutto questo viene reso con una prosa enormemente ampollosa, molto “vecchia” nei termini scelti e nelle espressioni usate. Non è raro trovare “giacché” e “vieppiù” sulla stessa pagina, mentre raramente si incontra un sostantivo che non sia preceduto da un aggettivo che lo determina, come nei poemi di Omero, o un verbo senza un avverbio a specificarlo.

Questo stile, sono costretto a confessare, rende la lettura difficile, laboriosa; certo, dà bene l’idea di essere quasi un testo sacro, ma ci fa dimenticare che in realtà dovrebbe trattarsi di un racconto fatto in pubblico da un anziano. Certo, uno che la gente considerava quasi un personaggio della mitologia, un santo (a meno che non ci siano sorprese nei prossimi volumi), un grande eroe che sta predicando di fronte a una serie di fanatici religiosi, ma pur sempre una persona. Anche se ci viene suggerito che tutti, su Muareb, parlano così.

Sicuramente, quindi, il tono fin troppo elevato accompagnato dalle lunghe disquisizioni tecniche suggerisce che si tratta di un testo dal contenuto altissimo, epico, leggendario, ma allo stesso tempo rende la lettura pesante.

Il Mastro di Forgia, che tra l’altro ha un finale abbastanza aperto evidentemente fatto apposta per spingere il lettore a continuare con la saga, è quindi un romanzo che vuole avere la portata di un Il signore degli anelli (o, per rimanere nel genere, di Cronache della galassia di Isaac Asimov), ma che si ritrova ad assomigliare più che altro a un Il nome della rosa: la storia contenuta nel libro è estremamente interessante, ma a volte la forma diventa fin troppo accademica, dotta.

Certo, uno vuole sapere come finisce – e quindi continua a leggere. Ma, sinceramente, non è un’impresa facile. Essendo poi l’autore un esordiente senza la fama di un Umberto Eco, immagino non sia semplice riuscire a convincere un potenziale lettore a intraprendere l’avventura de Il Mastro di Forgia, o a continuarne la lettura dopo qualche complessa pagina.

Certo, una volta arrivati alla fine ci si rende conto che ne vale la pena, ma forse una prosa un po’ meno “ingombrante” renderebbe il romanzo più semplice da affrontare.

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