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Mindhunter, la recensione della seconda stagione

Mindhunter Seconda Stagione, la recensione di Fabio Chiesa

La seconda stagione di Mindhunter si divide tra psicologia ed azione: Ford e Tench possono finalmente sperimentare sul campo le loro teorie sul comportamento criminale.

C’era grande attesa per la seconda stagione di Mindhunter, la serie thriller prodotta ed in parte diretta da David Fincher che due anni fa aveva lasciato a bocca aperta critica e pubblico per qualità di scrittura e cura dei dettagli.

Gli agenti del FBI Holden Ford (Jonathan Groff) e Bill Tench (Holt McCallany) continuano la loro serie di interviste ai più spietati delinquenti ed assassini statunitensi -tra i quali Charles Manson, il “Figlio di Sam” e Ted Watson – alternando lo studio del comportamento criminale ad indagini sul campo nel corso delle quali possono finalmente testare ed utilizzare le loro nuove teorie di “criminal profiling”.

La storia riprende praticamente dal punto in cui l’avevamo abbandonata: le innovative tecniche di profilazione sviluppate da Ford e Tench e dalla dottoressa Wendy Carr (Anna Torv) attirano l’attenzione dei piani alti del Bureau che piazzano a capo del dipartimento di scienze comportamentali un nuovo direttore deciso ad investire ed ampliare il team guidato da Tench con nuovi mezzi e collaboratori con lo scopo di coinvolgere al più presto i profiler in indagini in corso.

La prima occasione arriva ghiotta con gli omicidi seriali che sconvolgono Atlanta tra il 1979 ed il 1981 (ben 29 adolescenti di colore barbarmente uccisi). Gli agenti saranno attivamente coinvolti nella caccia all’uomo e si scontreranno con un sistema burocratico del tutto inadatto ad accogliere le loro intuizioni ed innovazioni nonché con un clima politico reso incandescente dal razzismo dilagante e dalla paura delle istituzioni di scatenare un caos sociale.

La serie si divide sostanzialmente in due parti: se i primi episodi segnano una certa continuità con la prima stagione concentrandosi sugli interrogatori dei criminali –il cui punto più alto è rappresentato dalla “chiacchierata” con Charles Manson – le ultime puntate ambientate ad Atlanta virano decisamente verso un poliziesco più classico richiamando apertamente le atmosfere cupe ed asfissianti di Zodiac.

Dal punto di vista tecnico la serie continua ad essere un vero e proprio gioiello per regia, messa in scena e fotografia e la mano di Fincher – che si alterna alla regia con Andrew Dominik (L’assisinio di Jesse James, Cogan) e Carl Franklin (High Crimes, Out of Time) – si conferma garanzia di grande qualità per uno show che anche in questa season 2 fa dell’antispettacolarizzazione il suo principale punto di forza.

Nonostante un significativo cambio in fase di sceneggiatura, che ha visto l’allontanamento dell’ideatore della serie Joe Penhall, la scrittura continua a viaggiare su livelli altissimi e la serie si conferma un interessante connubio tra ricostruzione storica e fiction con personaggi tratteggiati alla perfezione anche nella loro sfera privata –malgrado qualche tematica scontata di troppo – con una profondità davvero rara per un prodotto crime.

In buona sostanza Mindhunter continua a farci godere come dei ricci. Lo fa con le interviste della prima parte, tesissime, ben calibrate, mai banali e sempre inquietanti. E lo fa ancor di più nella seconda dove giallo e thriller si mescolano alla perfezione facendo acquistare alla narrazione il ritmo giusto per spingerci ad andare decisi col binge watching: il consiglio è quindi di guardarla di corsa perché qualitativamente ad oggi pochissime produzioni Netflix possono reggere il confronto.

Incrociamo le dita per la conferma di una terza stagione sulla quale, per ora, non abbiamo purtroppo notizie.

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