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Mindhunter, la recensione

Mindhunter è un viaggio nella mente contorta dei più spietati serial killer americani, un thriller innovativo ed anomalo diretto in parte da David Fincher.

Mindhunter è un viaggio nella mente contorta dei più spietati serial killer americani, un thriller innovativo ed anomalo diretto in parte da David Fincher.

Strana serie Mindhunter: lenta ed ipnotica conquista lo spettatore poco alla volta. Sarà che dietro questa innovativa produzione si cela David Fincher, un regista che oltre ad aver firmato alcuni tra i più riusciti thriller degli ultimi decenni (Seven, Panic room, Millenium-Uomini che odiano le donne, Gone girl-L’amore bugiardo) aveva già dato prova di saper destrutturare e rileggere il genere nel 2007, con il suo indimenticabile Zodiac.

Lo show si apre con un incipit spiazzante per poi prendere tutt’altra direzione concentrandosi non tanto sull’azione quanto sui protagonisti e nasconde dietro un’apparente piattezza l’ottima scrittura di John Penhall, capace di creare dialoghi perfetti e personaggi egregiamente tratteggiati.

Il titolo racchiude l’essenza stessa della seria, ossia quella di sondare la mente dei più spietati serial killer in circolazione per arrivare a tracciarne una “profilazione” rigorosa e scientifica. La storia si basa infatti sul libro Mindhunter: La storia vera del primo cacciatore di serial killer americano (Mind Hunter: Inside FBI’s Elite Serial Crime Unit), scritto da Mark Olshaker e John E. Douglas.

Il protagonista Holden Ford (Jonathan Groff), ispirato allo stesso Douglas, è un giovane agente FBI esperto nella negoziazione di ostaggi che ha l’intuizione di iniziare di sviluppare un nuovo metodo di indagine intervistando i più noti assassini seriali.

Grazie alla collaborazione con il più maturo e disilluso agente Bill Tench (Holt McCallany) del reparto scienze comportamentali e della psicologa Wendy Carr (Anna Torv, la Olivia Dunham di Fringe), Ford darà vita all’interno del Bureau ad un ambizioso progetto destinato a ridefinire i canoni investigativi con un originale approccio volto ad indagare background ed infanzia dei criminali, con l’obbiettivo di bloccare sul nascere potenziali comportamenti devianti e prevenire così crimini brutali.

Mindhunter è quello che potremmo definire un thriller “accademico”: sebbene le ricerche e le interviste degli agenti siano intervallate da alcune indagini sul campo e dalle dinamiche famigliari e personali dei protagonisti, lo scopo principale della serie è quello di far conoscere l’enorme lavoro svolto dal FBI a cavallo degli anni ’70 ed ’80 per arrivare a definire il concetto stesso di serial killer ed una nuova metodologia d’indagine, quella che oggi conosciamo indirettamente attraverso numerosi film e serie crime.

Questa prima stagione, permeata dall’inconfondibile perfezionismo di Fincher (che ha diretto i primi e gli ultimi due episodi) è un misto di criminologia, sociologia e psicologia e punta forte sulle interviste condotte da Hold e Tench nelle varie prigioni che ospitano assassini (realmente esistiti o tutt’ora incarcerati) come Ed Kemper (Cameron Britton) e Jerry Brudos (Happy Anderson).

Gli agenti, messi faccia a faccia con i criminali, cominceranno a provare verso di essi sentimenti contrastanti, divisi tra una naturale pulsione di odio verso il “mostro” e la voglia di comprenderlo a fondo. Ed è proprio durante questi incontri che la tensione sale e la serie decolla trasferendo allo spettatore un senso di disagio e inquietudine.

Per quanto ben accolto dalla critica Mindhunter non è un prodotto da “botto” come ad esempio Narcos e Stranger Things, non potrà piacere a tutti e farà storcere il naso a chi si aspettava un thriller canonico.

Ma è allo stesso tempo una tra le più raffinate e coraggiose uscite di Netflix: una vera e propria immersione negli abissi della mente umana, capace di avvincere e disturbare. Un progetto di enorme qualità che tutti gli amanti di Fincher e di certe sue atmosfere malate non potranno che apprezzare.

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