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Molestie a parte

Molestie a parte, un racconto inedito di Francesco Pasquale per Sugarpulp

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Schio è il principale centro urbano dell’Alto Vicentino. Per il suo passato di città cardine dell’industria tessile – quando la Cina era ancora comunista – è detta “la Manchester d’Italia”. Nessuno sa se Manchester sia detta “la Schio d’Inghilterra”. La città valleogrina, comunque, è un bel paesotto moderno e ricco di servizi precisi e funzionanti (se si esclude il trasporto pubblico).

Santissima Trinità (Santissima, per i locali) è il quartiere più prossimo all’ospedale. È un quartiere grigio. La zona più viva è quella dove si trova il discount, che è già abbastanza grigio di per sé.

A Santissima Trinità vive una numerosa comunità di stranieri, soprattutto serbi. Questi hanno trovato da vivere negli appartamenti dei vecchi palazzoni degli anni ’70. I condomini arrivano solitamente fino al quinto piano. Da qui le terrazze aprono un affascinante panorama sull’asfalto dell’intera provincia.

È estate. Slobodan è seduto sul terrazzo del suo appartamento e guarda il mondo che lo circonda.

Slobodan è nato e cresciuto a Požarevac, nella Serbia centrale. Viene in Italia con la famiglia all’età di trent’anni. Trova presto lavoro come fresatore in un’officina meccanica della zona industriale. Appena arrivato a Schio, gli sembra di essere a Los Angeles: bar ovunque, parchi, centri commerciali, lavoro.

Col tempo – poi – comincia a girare la provincia assieme ai suoi amici. Scopre il fantastico mondo di Altavilla-Tavernelle dove, com’è risaputo, l’amore non è un problema (se non di portafoglio). Essendo padre di famiglia, comunque, Slobodan non diventa protagonista di nessuna vicenda compromettente.

Slobodan, successivamente, scopre l’ameno odore delle concerie di Arzignano. Ancora, scopre il nulla che caratterizza le serate del centro cittadino.

Slobodan ora ha cinquant’anni, e Schio gli ricorda più il deserto del Gobi che Los Angeles.

Slobodan si apre una birra. Aspetta il fratello Ivan che viene a trovarlo.

Slobodan vive all’ultimo piano del palazzone. Sotto di lui – dal basso – vivono: una vecchietta vedova che non esce mai di casa; un ventottenne che ogni tanto invita amici in appartamento; una famiglia marocchina con tre figli a carico; una famiglia veneta – moglie classe ’60, marito classe ’52 – con un bambino di 8 anni.

A Slobodan non danno molto fastidio. Tuttavia, pare che lui dia molto fastidio a loro – specie a quelli di sotto.

Slobodan si appizza una cicca. Aspira a pieni polmoni. A Schio il tabagismo non è problema: è consuetudine.

Slobodan scruta – come gli capita spesso di fare – i palazzoni che lo circondano: uno è grigio, e alto; uno è rossiccio, un po’ più basso; uno sotto ha un bar spesso trafficato; l’altro ha una tabaccheria, sempre al piano terra.

Slobodan si compiace del fatto che la sua via possa adempire completamente ai propri bisogni. Infatti – quando torna dal lavoro – l’aperitivo se lo fa sempre in ciabatte.

Il quartiere – per quanto grigio e tetro – non è centro di spaccio, né di sparatorie. La gente vaga annoiata la sera. Sembra quasi che la gente ci speri, nell’arrivo di prostituzione e violenza: ci si potrebbe preoccupare di qualcosa.

Slobodan accende lo stereo – il quale è più o meno coscritto del pater familias del piano di sotto. Le casse eruttano musica delle sue parti. Musica mezza zingara cantata in serbo.

Slobodan decide che la serata è degna di un’atmosfera più intellettualistica, così mette a basso volume il suo prezioso LP di Toma Zdravković. Branka branka branka sussurra la radio.

Slobodan – però – sente che nella sua balcanica malinconia, qualcosa non va come dovrebbe andare.

Slopodan muove il suo occhio annoiato per tutta la via, cercando una qualche sorta di presagio. All’improvviso posa lo sguardo sul terzo piano del condominio di fronte. Lì ci abita una famiglia di africani (‘negri’, li chiama la gente). La finestra che Slobodan vede, è quella che dà proprio sulla camera da letto. La signora negra (non ne conosce il nome) pare si stia cambiando d’abito. È una donna giunonica: grosse braccia, grosse mani, grosse gambe, grosse tette. Pare la venere di Willendorf.

In quel momento, la signora negra si sta levando il vestito: afferra l’abito da sotto e lo leva delicatamente, lasciandosi addosso solamente mutande e reggiseno. Non contenta – tuttavia -, la signora negra (che Slobodan vede di profilo) sta slegandosi anche il reggiseno: sgancia i gancetti e leva la preziosa armatura, liberando le sue grazie imprigionate.

Slobodan – combattuto tra il disgusto e il piacere – risolve che non era questo ciò che turbava i suoi pensieri (almeno fino a poco prima); e distoglie lo sguardo. Nonostante l’inconfessabile fiasco precedente, Slobodan decide di continuare la sua ricerca, portando gli occhi al piano superiore.

Al quarto piano vive una famiglia modello. Varie volte Slobodan si sofferma a guardare le colazioni da Mulino Bianco con le quali padre, madre e figli banchettano le mattine. Questa sera vi è – però – un insolito viavai che fa spettacolo tra le tende. Le luci sono soffuse. La signora X è appoggiata al piano della cucina. A Slobodan sembra triste: si tiene il volto tra le mani, e i capelli le coprono il viso.

Il signor X non si vede, tuttavia la signora X sembra stia urlando qualcosa a qualcuno al di là della stanza. Slobodan non è bravo a leggere sulle labbra, ma non gli pare stia recitando una poesia di Ivo Andrić.

Tutto a un tratto compare da destra una testina bionda. La signora X intima la testina bionda a tornarsene da dove è venuta. La testina bionda sta per tornarsene da dove è venuta quando dalla sinistra un braccio nudo e possente le scarica un colpo ben assestato a mano aperta. La testina bionda si gira e rivela un volto infantile dalle guance rubizze contorcersi in una smorfia di dolore e paura.

La signora X – che non perde tempo a difendere maternamente il figlio – guarda incredula in direzione del braccio, urlandogli contro chissà quale arcaica maledizione. Il braccio sparisce. Slobodan intuisce dal mutato atteggiamento della signora X che il braccio – con il plausibile resto del corpo – si sia allontanato. La signora X sembra sussurrare parole di consolazione al piccolo biondino.

D’un tratto – però – un sipario di terrore cala sul volto della donna: la testina che teneva tra le mani, infatti, non sembra più molto ad una testina: quanto a ciò che possa restare di un cocomero, dopo un lancio di 20 migliaorarie. Le mani e il vestito della signora X – ora – ricordano vagamente gli assorbenti usati di Cicciolina (quelli che usa ora: dopo l’impresa equestre – s’intende).

Il sangue – così si direbbe – è schizzato su ogni superficie piana della stanza. La signora X trasforma repentinamente il suo sguardo di dolore, in uno sguardo di rabbia che si rivolge al braccio, il quale ora sta brandendo una pistola. La signora X si aggrappa al braccio, cercando di impossessarsi della pistola, ma il braccio sembra essere più forte di lei; soprattutto perché ha chiamato a rinforzo un secondo braccio. Questo secondo braccio sferra un secondo colpo ben assestato, questa volta – però – sulla signora X.

La signora X – ora – giace a terra vicino a ciò che resta della testina bionda. Due impercettibili colpi di piombo vanno ad abbattersi pesantemente sul sinuoso e sensuale corpo della signora X, tra gli orribili contorcimenti di quest’ultima. Ora il silenzio sembra calato nella cucina dell’appartamento del quarto piano; quando una figura – che è la proprietaria del braccio – avanza rabbiosamente, ma con scarso equilibrio. Slobodan riconosce il volto attaccato al corpo come il volto del signor X, che scompare dalla sua vista.

Slobodan sposta un attimo lo sguardo verso la strada e nota un’auto targata SCG.

Ivan sta per pigiare l’interruttore del campanello quando Slobodan esclama: «Brate! Brate! Dodji gore!».

Ivan risponde al fratello con un balcanico sorriso, e sparisce all’uscio dell’entrata.

Slobodan accorre ad aprire la porta del suo appartamento.

Ivan entra nell’appartamento, e Slobodan lo accoglie calorosamente. Slobodan chiede a Ivan come sta/cosa fa e gli offre un bicchiere di rakija.

Ivan accetta volentieri e vanno ad accomodarsi sulla panchina in terrazza.

Ivan pensa che la musica sia troppo bassa e – assieme all’LP – intona la melodia di Kafana je moja sudbina. Il tutto si esaurisce in una fragorosa risata.

Ivan e Slobodan sono felici di vedersi e cominciano a parlare e a discutere e a scherzare e a ridere rumorosamente, sbattendo tra loro i bicchieri e versandosi continuamente da bere.

I due sono felici. Nel raccontare barzellete cambiano spesso tono e alzando il volume. Le risate si moltiplicano di storiella in storiella.

«La smettiamo su là, allora? C’è gente che vuole star tranquilla!»

I due si guardano, e Slobodan abbassa la musica. A quanto pare il pacifico quartiere deve rimanere tale. Nulla deve turbare la quiete del condominio.

«Slavi del casso!» si sente commentare dal piano di sotto.

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