Monuments Men

Monuments Men è un film che delude nonostante il cast stellare per colpa di una regia eccessivamente lenta

La storia, in poche righe è questa: la Seconda Guerra Mondiale è agli sgoccioli, gli alleati in Normandia ad Omaha Beach hanno fatto breccia e si stanno inoltrando nella Francia occupata mentre i nazisti disordinatamente si stanno ritirando entro i loro confini.

Monuments Men

In questo clima di grandi battaglie, i Monuments men, fanno un po’ quello che avevano fatto i soldati di Salvate il soldato Ryan di Spielberg. Ovvero si muovono tra le linee cercando di intercettare però, nel loro caso, convogli e depositi carichi dei reperti che i nazisti avevano cominciato a razziare in Europa sin dal 1940.

Cominciamo col dire che, chiunque si aspettasse di vedere un film di guerra, chiunque ha ancora in mente e negli occhi i bastardi di Tarantino, resterà spiazzato e probabilmente deluso. Diciamogli subito, che non è quel genere di film.

Questa è la storia di un manipolo di vecchietti con l’artrite e la pancera, i quali sono stati scelti accuratamente per le loro grandi conoscenze in merito artistico, per aiutare Frank Stokes e James Granger, rispettivamente George Clooney e Matt Damon, in questa temeraria quanto fondamentale impresa.

Monuments Men

Come investigatori e segugi d’arte, inizialmente si muovono alla cieca, senza indizi e con poche tracce da seguire. La chiave di volta sarà Clair Simone (Cate Blanchett) che avendo lavorato in un museo occupato dai nazisti conosce tutte le movimentazioni e le destinazioni delle opere d’arte.

Granger arrivato a Deauville viene indirizzato alla Simone, detenuta in un carcere alleato con l’accusa d’essere una collaborazionista. Lei tiene segrete, nel timore che le opere trafugate finiscano in cattive mani (quali mani peggiori delle naziste poi non c’è dato di sapere), tutte le sue informazioni che successivamente deciderà di condividere con Granger.

Una scultura su tutte diviene il simbolo della loro ricerca, la madre con bambino di Michelangelo, rubata a Bruges in Belgio a spese di Jeffries che cercherà di redimersi per un errore del passato (anche questo sconosciuto, del quale poi non si parlerà più) venendo però ucciso.

Monuments Men

Il film è lento, terribilmente, specie nella prima parte. Assenti quasi del tutto i comic relief, ovvero i momenti comici, divertenti, che spezzano la tensione e la drammaticità e aiutano lo spettatore a godersi il film. Resta impagabile, la smorfia di Bill Murray (Rich Campbell) al momento del suo reclutamento. Una grande soddisfazione vederlo oggi più che mai, dopo la triste dipartita di Harold Ramis (Egon Spengler) del  cult The Ghostbusters.

A cosa serve un cast stellare? Clooney, Damon, lo stesso Murray, la meravigliosa Blanchett, John Goodman, Dujardin, una storia in se strepitosamente avvincente e da raccontare, ma su pellicola non funziona. Personaggi appena abbozzati, gli stessi Clermont e Jeffries muoiono prima che si possa capire quale sia il loro peso nell’economia del film.

La regia, che sembra quella di un documentario, si limita a raccontare una storia che dall’inizio alla fine è incapace di catturare l’attenzione dello spettatore e di inchiodarlo alla sedia. Clooney, forse per la prima volta, toppa davvero.

L’intero plot narrativo si basa su una domanda che, tra l’altro, verrà riproposta più volte nel corso della pellicola, ovvero quale sia il peso culturale di una opera d’arte e se valga la pena di sacrificare degli uomini per salvare appunto, delle opere che rischiano di essere distrutte.

Monuments Men

Clooney in una scena particolarmente importante sostiene che distruggendo le città e bruciando le case, la popolazione sarebbe tornata per ricostruirle, ma sarebbe stato irreversibile aver tolto ad essa la propria cultura. Un popolo privo di cultura è un popolo povero e senza radici.

Personalmente l’unica sequenza che ho trovato degna di merito e di una certa poesia e grazia si svolge di notte, in un ospedale da campo, in cui un ragazzo muore stringendo la mano dello sconosciuto che l’ha soccorso mentre un fonografo espande per tutto il campo alleato la dolce voce di una donna e i suoi saluti intrappolati in un disco di vinile, cantando poi in modo estremamente coinvolgente ed emozionante Have yourself a merry little Christmas, celebre canzone natalizia americana. Scena che però è completamente staccata e a se stante rispetto alla narrazione.

Degna di nota, ma anch’essa sottotono come il resto della pellicola, la sequenza del nazista che, ritornato a casa e dismessa la divisa, per una pura casualità viene visitato da due dei monuments men. Lui in casa, placidamente aveva appeso ai muri molte delle opere trafugate dal museo dove lavorava la Blanchett e recanti un’iscrizione sul retro che li collocava nella grande collezione privata di Rothschild, un ebreo.

Monuments Men

Termino con la sola cosa che vale la pena di ricordare di questo film, ovvero il suo messaggio: l’arte e la cultura in genere sono il tessuto sul quale si forma, cresce e cambia un popolo ed i suoi valori. Quindi si tratta di un elemento imprescindibile per la vita di un paese.

Il finale è caratterizzato da una domanda posta dal presidente Roosvelt, se non erro, allo stesso Stokes. Il presidente chiede se ne sia valsa la pena di aver sacrificato due uomini per quei ritrovamenti, e se crede che quei sacrifici sarebbero stati ricordati in futuro.

Rispondo io: No. Infatti hanno avuto il bisogno di fare un film, che a dirla tutta è riuscito anche male.

Guarda il trailer ufficiale di Monuments Men su Youtube

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